“Vergognatevi!”

Per questa mia riflessione, se voi lettori avrete la bontà di seguirmi fino in fondo, vorrei partire da un assunto:

la Vergogna non è un sentimento negativo.

Il senso della Vergogna è un sacrosanto fondamento della nostra Umanità.
Immaginate cosa sarebbe il mondo (ma non ci siamo molto lontani, purtroppo) se tutti si fosse totalmente privi di questo senso.
Sarebbe un po’ come non avere il tatto nelle mani o la vista agli occhi, qualcosa che crea una seria difficoltà nel contatto con “l’esterno”; saremmo insensibili e incoscienti, resi manchevoli o semplicemente ottusi, così privati della capacità di riconoscere e distinguere ciò che è riprovevole da ciò che non lo è, per essere una collettività.

È il senso della Vergogna, veicolato dai sani principi del vivere insieme, dal patto sociale che su di essi è fondato, che ci salva e ci avverte in tempo quando stiamo per commettere una azione scorretta. Infatti quando proviamo quell’imbarazzo sgradevole, quella sensazione di inopportunità, che fa stridore con la nostra coscienza, ci fermiamo.

Quante volte ci è addirittura capitato di vergognarci al posto di qualcun altro, di provare vergogna per azioni commesse da un chicchessia, privo del benché minimo senso del limite imposto da valori comuni, che pure per noi sembrano scontati e, per fortuna, ancora irrinunciabili.
Il giudizio degli altri pesa, se si fa parte di una comunità l’accettazione tra diversi si basa proprio su limiti e vincoli di reciprocità, su comportamenti socialmente accettati e altri che invece non sono accettabili; la forza di una civiltà si misura da questi fondamenti, dal sano rapporto tra il singolo e la collettività, tra l’io e il noi, dove è essenziale riconoscersi e essere riconosciuti.
Nonostante oggi si voglia bandire la Vergogna, al punto tale che vorrebbero farci vergognare di vergognarci, per spingerci verso un modello arrogante, di totale spregiudicatezza, io sostengo e sosterrò sempre che, non solo la Vergogna è un sentimento sano per chi la prova, ma soprattutto che la Vergogna ha in sé un irrinunciabile valore civile.

Certo, anche la Vergogna, come tutti i sentimenti umani, và gestita e ricondotta a quelle motivazioni giuste, che sono fondamenti del vivere insieme; la Vergogna però non va demonizzata, al contrario andrebbe insegnata fin nelle scuole, perché una sua cattiva gestione potrebbe essere deleteria quanto la sua assenza.
Trovo quanto meno ridicolo, se non addirittura sconveniente, il fatto che nella società di oggi, troppo occupata a rincorrere l’immagine a discapito dei contenuti, si sia sempre più capaci di vergognarsi di avere un foruncolo sul naso piuttosto che di commettere una cattiva azione.


Per i sociologi, lo studio della vergogna è una cartina di tornasole potentissima per comprendere i mutamenti nei valori morali in una data società. Chiediamoci dunque che genere di valori può avere una società che si preoccupa di un foruncolo mentre stanno dilagando la corruzione e il malaffare, o peggio si subisce lo stillicidio di nostri rappresentanti che, pur commettendo malefatte conclamate, non solo non si dimettono, ma vengono protetti e spalleggiati, se non invidiati e emulati.
Siamo di fronte alla proposizione di modelli di successo che poggiano su non valori, e su soggetti del tutto insignificanti, che non rappresentano la parte migliore del genere umano, anzi.
Se prima lo sguardo ammirato delle persone si rivolgeva a professionalità, cultura, capacità di intelletto e spessore morale, oggi si rivolge a spregiudicatezza, superficialità, negazione di valori sostituiti da non valori, banalità e insignificanza; l’assenza di Vergogna è uno di questi non valori o, perché no, forse ne è la prima causa.

Quando viene meno il senso della Vergogna, significa che viene meno anche il senso dell’onore; ciò si sta verificando a partire dai vertici della società fino giù, a cascata, in un dilagante degrado che investe tutti i livelli sociali.  
Abbiamo politici che non si ritirano mai dalla politica, nonostante le gravi responsabilità, o dirigenti ladri, pubblici e privati, che pur finendo in manette non cambiano la propria condotta e continuano a rubare; abbiamo ancora corruttori che diventano personaggi dei talk show, evasori e sfruttatori che si sentono legittimati da una sorta di furbizia, intesa come nuovo modello di capacità imprenditoriale; abbiamo arrivisti, di tutti i tempi, che ancora impunemente vendono fumo e promettono la qualunque, pur di raggiungere lo scopo, senza farsi scrupoli di propinare facili soluzioni per problemi complessi, e infine abbiamo tanti speculatori che proliferano in una sorta di impunità, che rende lecito tutto ciò che non è perseguibile legalmente. Dovremmo dunque renderci conto di quale deriva rappresenti l’assenza di Vergogna e considerare seriamente l’impegno di ristabilirne il valore.

Meglio la vergogna sul viso che una macchia sul cuore”,

scriveva Miguel de Cervantes, ma io spero che non occorra essere sempre dei moderni don Chisciotte per ritrovare il senso dell’onore, e con esso la coscienza che la Vergogna è un sentimento rivoluzionario, perché reca in sé senso etico e riprovazione morale, anche di fronte all’ingiustizia e alla diseguaglianza, producendo la giusta indignazione, che induce a ribellarsi, a mutare sé stessi, in primis, e solo dopo il mondo circostante.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale



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