Libertà di parola senza pensiero

Sono d’accordo che si debba essere liberi di dire la propria, liberi di esprimere, liberi di dissentire.
Queste sono Libertà inviolabili che non cambierei per nessuna ragione al mondo, tanto meno le baratterei mai per un qualche interesse soggettivo di comodo; però io queste Libertà non voglio siano confuse con il libero arbitrio di ciascun singolo che, in nome del proprio diritto di parola, si senta autorizzato a soverchiare gli altri, con offese, anche nei toni, sparando giudizi che ledono la dignità altrui.

Io considero la libertà d’espressione un incontro tra più libertà, dove regole civili consentano e garantiscano il confronto.  
La libertà di parola non può essere confusa con la jungla della qualunque, a qualunque costo, e non può essere neanche il bastone con cui percuotere per distruggere l’immagine altrui, facendone scempio sulla pubblica piazza, aizzando l’opinione della gente, in modo da mortificare e ridurre al silenzio qualcuno di pensiero opposto.

Non mi si venga a dire che questa è Libertà. 

La libertà fonda sui valori che garantiscono il diritto di tutti a restare persone libere, rispettate non solo nella propria autonomia di pensiero, ma anche nella propria sensibilità e considerazione umana.

Innegabilmente molti dei nostri punti di vista possono essere condizionati dalla nostra soggettività, dovremmo perciò tenere conto di questo limite e non considerare quale valore assoluto la nostra verità. Invece sono in molti a ritenere che il proprio pulpito sia quello dell’infallibilità, che legittima ad abbattere il pensiero diverso, seppellendolo di insulti, ridicolizzandolo e condannandolo con ferocia.
Finché la mannaia del proprio egocentrismo abbatterà ogni altra possibile visione, il nostro sarà un pensiero limitato.

disegno di Pawel Kuczynski

Mi spiego meglio, nel mondo dei pontificatori social, dal pulpito di facebook, twitter e affini, dentro una sorta di isolamento autoreferenziale e nel nome dell’esercizio della libertà di parola, che non ammette censure, sono in molti a ritenersi autorizzati a calpestare il pensiero di chiunque altro, a insultare, mentire e denigrare con spregio dell’altrui dignità, a predicare con assoluta presunzione di superiorità.
Innegabilmente la Libertà di parola fonda sulla fiducia di crescita civile e culturale della comunità, ma da quanto si evince in questa epoca dove imperano i social, questa crescita non c’è stata, poiché il limite che è venuto a mancare, ciò che abbiamo sacrificato sull’altare di questa pseudo libertà di parola, con gravi conseguenze, sono proprio i valori umani, della percezione dell’altro, della sensibilità e del rispetto per i diritti della persona, come dato inviolabile.

disegno di Pawel Kuczynski

Questi sono i Valori sui quali si misura il grado di civiltà di una comunità.
Ricordiamoci che ciascuno di noi, domani, potrebbe diventare vittima di questo abuso, essere il bersaglio delle offese e della denigrazione, gravemente leso nella propria dignità, con ripercussioni sulla sua vita affettiva familiare e sulle relazioni sociali; quindi derogare a questi valori e minimizzare, finchè questo male tocca in sorte ad altri, comporta un serio rischio per la vita in comune.

Troppe volte non ci si rende conto che questa virtualità non è affatto il lasciapassare per la Libertà tanto agognata, ma è piuttosto una porta aperta sull’arroganza di un potere che, più o meno inconsapevolmente, si esercita sugli altri: incoraggiati da una idea di impunità che deresponsabilizza, condizionati da un effetto valanga che travolge, diveniamo incuranti della gogna mediatica. Non consideriamo conseguenze, non vediamo l’altro, uno schermo davanti agli occhi ottenebra la nostra umanità.

Insomma, a questo punto chiediamoci: liberi in che senso?

Si può dire che vi sia Libertà là dove vengono minate le basi del confronto civile, là dove impera il malvezzo di sputare sentenze, di demonizzare e dare sfogo al proprio veleno, fatto di rabbia e frustrazione, unita al bisogno di apparire e totalizzare un gran numero di “mi piace”?

disegno di Pawel Kuczynski

L’emotività che i social sollecitano è un impulso istintivo, non ponderato, dettato cioé dal disimpegno del proprio pensiero, che riduce sensibilità e capacità di discernimento.
Ci si disimpegna dal porsi interrogativi, dal dubitare, dal sentire la necessità di approfondire, e soprattutto dal percepire l’altro, persona umana, come un nostro simile; si può diventare superficiali, ridursi a personaggi in cerca di visibilità e consensi facili, si può essere manipolatori e manipolati.
È evidente oramai quanto siamo condizionati dai social, che sollecitano e scatenano soprattutto emozioni  viscerali, al punto tale che innegabilmente alcuni personaggi politici ne approfittano e sfruttano il mezzo per incitare all’odio e all’intolleranza, per attrarre nella propria orbita e orientare il voto.
Creare falsi nemici serve a distrarre e soprattutto fa perdere la facoltà di sviluppare un pensiero critico.

Vorrei concludere con questa frase del filosofo Søren Kierkegaard:

“La gente esige la libertà di parola per compensare la libertà di pensiero, che invece rifugge”.

Perché la Libertà più difficile da conquistare è proprio quella del pensiero, essa richiede impegno, fatica nel confronto, approfondimento, dubbio.
A soffiar via parole, dalla finestra spalancata dei social, siamo capaci tutti, quanto a pensare invece…

disegno di Pawel Kuczynski

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale



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