Lore Berger tra anelito vitale e cupio dissolvi

                               

“La morte può cavalcare un cavallo
bianco oppure uno nero
ma in nessun caso Pegaso
o qualche cavalluccio a dondolo letterario”.

Quando si parla di letteratura svizzera in lingua tedesca, vengono subito alla mente i nomi di pochi, grandi scrittori: Walser, Dürrenmatt, Keller e Bichsel. 
A partire dagli anni Settanta del Novecento è iniziata la riscoperta di una Svizzera nascosta e raccontata dalle donne, rimasta, per tanto tempo, lontana dai riflettori.
Sono stati ripubblicati i lavori di Annemarie Schwarzenbach, Cécile Loos e Regina Ullmann, per citare solo alcune scrittrici.

Nel corso degli anni Cinquanta e negli anni successivi, fino alla conclusione della guerra fredda, erano già venuti alla ribalta gli esponenti del cosiddetto “patriottismo critico”, i quali sottoposero i miti e la realtà sociale della repubblica elvetica ad una critica radicale quanto spietata.
Il momento preciso nel quale prese forma quello che Karl Schmid ha definto “il disagio nel piccolo Stato”, circondato da totalitarismi e dall’orrore della guerra, è da individuarsi negli anni Quaranta, e per la precisione fu il periodo in cui la ventiduenne Lore Berger inviò il manoscritto del romanzo “La collina misericordiosa” al Premio letterario Gutenberg di Zurigo. 

Il verdetto della giuria arrivò tre mesi dopo: delle cinque opere in concorso, “La collina” si classificò al quinto e ultimo posto, in quanto venne ritenuta poco edificante e soprattutto poco rassicurante.
Lore Berger non aveva aspettato nemmeno di conoscere il verdetto finale: si era infatti suicidata il 14 agosto 1943, poco meno di un mese dopo l’invio del manoscritto.

Il suo romanzo, riscoperto prima nella Svizzera tedesca all’inizio degli anni Ottanta poi nel resto d’Europa, può essere considerato una lettura a volte angosciante, ma imprescindibile, della vita elvetica degli anni Quaranta.

Lore Berger

La Berger era nata a Basilea nel dicembre 1921.
Suo padre Louis era professore, la madre Margrit Wirz, era insegnante. Come figlia di una coppia di docenti di ginnasio, Lore Berger aveva avuto un’infanzia ottima dal punto di vista culturale, ma deprimente da quello affettivo.

Giovanissima, iniziò a scrivere pezzi per i giornali locali e racconti per bambini; dopo le scuole superiori, nel 1939, si iscrisse agli studi di lingua e filologia tedesca e romanza all’Università di Basilea.
Nel 1941 si arruolò come volontaria presso il servizio di soccorso militare, dopo questa esperienza lavorò fino al 1943 come impiegata presso il tribunale
Fu quello il periodo in cui le fu diagnosticata l’anoressia nervosa. 

Il suo unico romanzo, appunto “La collina misericordiosa”, fu terminato nel 1943 e pubblicato solo dopo la sua morte.
Apparve infatti sul finire del 1944 nella “Biblioteca della gilda degli autori svizzeri” e ottenne un successo più che onorevole, ma cadde presto nel dimenticatoio.
Nel 1981 il libro fu adattato per il grande schermo dal regista tedesco Beat Kuert nel film “Die Zeit ist böse”. 

Il testo raccontava la storia di una sfortunata storia d’amore vissuta da Esther, una giovane studentessa e se in questo vi era anche qualche spunto autobiografico, era in sostanza un pretesto per portare in evidenza la realtà di una gioventù ormai alla deriva. 

Il romanzo era progettato in modo intelligente, afferma la critica letteraria Katrin Hillgruber, il toccante documento di una “giovane donna analizzata ad occhi aperti”, capace di sentimenti forti e in grado soprattutto di mettersi in discussione con obiettività.

Nell’opera si parla dell’infelicità e della sofferenza dell’esistere, si celebra sì l’amore come sentimento, ma si fa lode anche della morte quale salvezza dal desiderio di una vita libera da ipocrite convenzioni, desiderio angosciante perché irrealizzabile.

Lore Berger esprimeva in queste pagine il disagio morale della gioventù più sensibile nei confronti di una cultura e di una morale, quella della Svizzera borghese e neutrale degli anni ’40, ritenuta ipocrita e meschina, e di un’educazione familiare di norma “non cattiva ma striminzita”.

Il romanzo in alcuni punti si ispirava con feroce spietatezza all’esistenza dell’autrice:
Al di la, infatti, della storia d’amore inventata, anche Esther, la protagonista della narrazione, soffriva infatti di una malattia che la induceva a rifiutare il cibo e qualsiasi collaborazione con i metodi di cura imposti. 

All’inizio della storia la protagonista veniva ritratta ormai sulla via della guarigione dalla malattia che la portava a rifiutare di nutrirsi, causandole un considerevole calo di peso.
Esther, insidiata anche dall’insorgere di una profonda depressione, sperava che il suo ex fidanzato che l’aveva tradita sapesse quanto stesse soffrendo

La protagonista del romanzo denunciava l’azione dei medici e di chi la circondava, mostrava l’inadeguatezza delle cure che le venivano prescritte ma si dimostrava comunque consapevole del fatto che la fine della storia d’amore era solo uno dei sintomi di qualcosa di più complesso.
Costituiva la punta dell’iceberg di un groviglio di problemi le cui origini andavano ricercate nell’intrecciarsi di fattori esistenziali, familiari e storici. Esther si sentiva pervasa da un inguaribile sentimento di vuoto che si manifestava anche nel terrore di restare sola con se stessa. 

Nell’ottica di Esther si assisteva così al capovolgimento dei valori nel rapporto tra salute e malattia, così che i personaggi sani avevano una visione fin troppo semplicistica della vita, mentre quelli malati sapevano cogliere nel profondo il dramma di esistere. 

Molte angosce di Esther si erano originate in famiglia: il padre era una figura autoritaria e fredda, incapace di trasmettere il proprio amore agli altri, custode dell’imperativo borghese della salvaguardia dell’esteriorità.
La madre credeva di essere più vicina alla figlia, ma pareva averne bisogno solo per confermare se stessa nel ruolo di dispensatrice di vita.
Quella di Esthersi, insomma veniva descritta come una tipica famiglia della buona borghesia, nella quale la serenità dei singoli veniva sacrificata ad un principio di armonia superiore.
Fondamentale non era l’assenza di conflitti, quanto il mantenerli nascosti! 

Esther, cosciente di dipendere dai propri genitori, sapeva che l’educazione ricevuta l’aveva fatta diventare una ragazza fin troppo brava.
Quindi, non riuscendo lei a ribellarsi apertamente ai genitori, trovava nel fidanzato Thomas un mezzo di liberazione, perché conduceva una vita antitetica alla sua, affrancata dalla necessità di obbedire a principî morali e all’autorità genitoriale. 

La famiglia della protagonista osteggiava la relazione, e i due erano costretti a vedersi in segreto, sotto la costante minaccia che, se fossero stati scoperti, sarebbe accaduto qualcosa di terribile.
La giovane sentiva su di sé l’oppressione di una società patriarcale e della relativa e tradizionale separazione dei ruoli, una società che avrebbe voluto relegare la donna all’interno della casa, al servizio del marito e dei figli.

Molti i medici che nel racconto visitavano la ragazza senza riuscire a far migliorare le sue condizioni di salute.
Ma un vecchio dottore ad un certo punto, aveva individuato una cura efficace, consistente in trasfusioni di sangue.

Lore Berger

La vicenda purtroppo, prevedeva una tragica conclusione, della quale kilo lettore viene a conoscenza fin dall’inizio del romanzo.
Le annotazioni di Esther erano infatti introdotte da una cornice firmata da suo fratello, che si presentava dunque come editore.
Nel corso dell’ultima trasfusione, mal eseguita da un medico, Esther moriva

La protagonista del romanzo era senz’altro una specie di alter ego di Lore, che le prestava emozioni e pensieri, amicizie e ribellioni.
Ma la Berger faceva di più, sdoppiandosi e riflettendosi anche in un’altra figura del libro, la raffinata amica Bea che, scoprendosi molto malata, all’improvviso non riesce a reagire e pone termine alla sua vita.

La “collina misericordiosa’’, in sostanza, non aveva una vera e propria trama: poteva essere considerato un diario, arricchito da numerosi inserti testuali: flash-back, poesie, meditazioni, aforismi, appunti di cronaca.
Una specie di collage, insomma, in cui un’anima dalla sensibilità acuta e complessa, guardava in modo sarcastico e amaro al mondo delle persone normali e sane, smascherandone l’ipocrisia e la vuotezza.

Il rappresentante più emblematico di tale mondo, osservato con la consapevolezza della propria superiorità interiore, ma anche con nostalgia, era il giovane Thomas,  l’odontotecnico rozzo e belloccio di cui l’intellettuale Esther si innamora, attratta dalla sua esuberante adesione alla vita e a valori ordinari, quelli che lei, dentro di sé, sa di rifiutare.
Il mondo di Thomas era ‘’il paradiso degli Altri’’ un mondo al quale Esther sapeva di non poter accedere.

Thomas per brevissimo tempo illudeva Esther per poi subito dimenticarla e tradirla.

“Così terribile non me l’ero immaginato. Non avevo pensato che nei rapporti tra uomo e donna ci potesse essere tanto dolore; in realtà non eravamo fatti per quella felicità che rende sopportabile l’esistenza, no, nessuno di noi due.”

Ma Thomas non era altro che un personaggio tra i tanti che convinceranno Esther a preferire la morte alla vita. 

Come ad Esther anche a Lore risultava altrettanto assurdo ed indifferente il mondo della amicizie universitarie, delle feste mondane, dei circoli letterari e culturali o delle redazioni dei giornali che la giovane frequentava illudendosi di scoprirvi forse l’autenticità e il senso dell’esistenza. 

Solo nella natura e in un dio che a lei pareva nascondersi, la Berger avrebbe potuto trovare forse la pace, la “pietas” cui aspirava.
Forse nella bellezza della collina, nella betulla che accarezzava i vetri della sua finestra, negli occhi pazienti del suo cucciolo Nicevò.
A questa misericordia Lore Berger infine si consegnò, dopo aver lottato sia con la voglia di vivere sia con l’anelito a morire: si suicidò, poco più che ventenne, volando giù dalla torre dell’acquedotto del Bruderholz. 

La torre dell’acquedotto del Bruderholz

Sembrerebbe qui che tutto lo scritto sia quasi una storiella sentimentale da romanzo d’appendice, ma ci si sbaglierebbe perché non lo è affatto. 

L’interesse che essa suscita a tutt’oggi è il suo essere anche documento di una fase particolare della storia, sia per la sua capacità di mettere al centro della discussione e di dar risalto la sensibilità delle donne, sia per il suo offrire testimonianza delle inquietudini di un periodo problematico del passato elvetico ed europe.
Anche il dato stilistico non va sottovalutato: l’abilità linguistica e la complessa architettura dell’opera mostrano un talento che avrebbe meritato di poter crescere.

Nella giudizio finale che toccò allora al suo romanzo, se fosse stata ancora in vita, la Berger avrebbe però certamente letto una conferma alle accuse di insensibilità e di conformismo che rivolgeva alla società dell’epoca.

Perché proprio questo è al centro della sua opera: il contrasto fra la sete di assoluto, il desiderio di vivere grandi passioni dell’animo e la meschinità di tutti i giorni.

“Ho paura di entrambi, della vita come della morte. Non sono abbastanza forte per entrambi, non per i disordini e per il silenzio. Eppure, dopo il duro periodo della sofferenza, c’è una terribile avidità di gioia in me, un’impazienza, un’insaziabile sete. Dovrebbe essere un paradiso ora, una giornata d’oro piena di gorgoglianti acque blu e dolci colline, una terra dove potrei essere felice. Ci dovrebbe essere una canzone che sarebbe così bella che la sua melodia ha asciugato le lacrime. Ci deve essere un uomo alla cui presenza si è dimenticato ciò che era rimasto. Oh, voglio sempre vivere in quel paese, cantare quella canzone, passare il tempo con quella persona. Ma i giorni sono così grigi e hanno poca bellezza da dare”. 

Potremmo tranquillamente affermare di aver tra le mani un testo intimo travestito da romanzo, nel quale, dietro una maschera di serenità, si nasconde un urlo disperato.
Ci viene ricordato che leggere del dolore altrui significa sentirsi meno soli.

I dubbi di Esther potrebbero essere i nostri, la sua suddivisione del reale, fatta di bianchi e neri, circonda ognuno di noi. 
Dalla morte nessuno può scappare, neanche una giovane ragazza.
Si deve soltanto decidere come arrivare tra le sue braccia: aspettare lo scorrere del tempo e sperare in una felicità lontana o decidere di diventare un’ombra nel cielo.

Sylvia Plath mostrò ai suoi lettori la sua personale campana di vetro.
Con Lore Berger si scoprirà il paradiso degli altri, un’illusione creata da un dio forse malvagio.
Quel luogo irraggiungibile dedicato solo alla felicità altrui.

Un mondo contro cui la protagonista lotterà sempre,

“fatto di gente operosa e felice, bambini che giocano e coppiette di sposini o paffute signorine del vicinato che per la maggior parte diventano puericultrici, e la loro religione, la loro filosofia e la loro morale non sembrano mostrare più buchi di quanti non ne mostrino le loro calze e i loro denti”.

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.



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