Il Mondo in sei corde: Intervista a Eugenio Becherucci – parte 1

Come è cominciata la tua passione per la chitarra classica e quali sono stati i modelli e gli studi che ti hanno portato ad essere un apprezzato compositore?

La famiglia è il primo luogo dove una persona può trovare terreno fertile per lo sviluppo delle qualità artistiche che, per molti versi, sono presenti in tutti noi.
Nei miei ricordi musicali infantili è importante quello di mio nonno, il pittore spagnolo Francisco Urgell, che partecipava come attore e cantante alle rappresentazioni di zarzuela.
Non di rado poi ascoltavo i miei genitori cantare in casa i duetti dalle più note opere pucciniane: quale migliore iniziazione artistica per un bambino?

Io sono nella fila in basso il primo da sinistra

Le mie prime esperienze di pratica musicale risalgono a quando iniziai a cantare in un coro polifonico di voci bianche in parrocchia, ma allo stesso tempo in casa mi divertivo già a scimmiottare i grandi su chitarre giocattolo.
Ricordo molto chiaramente i primi esperimenti di registrazioni su rudimentali apparecchi Geloso a nastro, in cui cantavo e suonavo con i miei fratelli improbabili blues metropolitani. Poco dopo sono arrivate le prime band, o come si diceva allora, complessi. Come accade a molti ragazzi anche oggi, il mio primo approccio con la musica è avvenuto in modo molto “sociale”, con un gruppo di amici che sperimentavano le prime rudimentali nozioni apprese sui vari strumenti. Ci si faceva le ossa con chitarra elettrica (vedi foto), acustica e classica su un repertorio vario tra il pop e il rock, non disdegnando qualche brano originale…

Comunque nella mia famiglia la chitarra è uno strumento molto amato, tanto è vero che sono stato introdotto al suo studio da mio fratello Antonio, ma incoraggiato anche da tutti gli altri.
A 14 anni fui fulminato dall’ascolto della “vera” chitarra classica attraverso un disco del “Concierto de Aranjuez” di Joaquin Rodrigo, suonato da Narciso Yepes. Ascoltando in famiglia l’Adagio, accadeva che l’attacco dell’orchestra, dopo la lunga cadenza, in un vero climax espressivo, commuovesse mia madre fino alle lacrime.
Decisi che la chitarra classica sarebbe stato il mio strumento. Iniziai a frequentarne un corso parallelamente ad uno di violino, ma ero talmente entusiasta delle sei corde che non esitai a scegliere… 

Secondo me la formazione artistica di una persona inizia e termina con la vita e non è forse banale ricordare che ogni esperienza può influire su di te  a livello di conoscenza, creatività, spessore espressivo. Se però ci riferiamo agli anni giovanili, quelli in cui le antenne sono aperte a 360 gradi e le passioni sono più urgenti, ti posso raccontare come già all’inizio degli anni ’70  la mia curiosità onnivora mi spingeva all’esplorazione di tutto il repertorio, tanto che in due anni avevo già letto una buona parte della letteratura per chitarra allora conosciuta.
Al di fuori dello strumento, ascoltavo musica di tutti i tipi, con una forte predilezione già allora verso il moderno ed il contemporaneo, ma con uno sguardo speciale rivolto anche all’antico.
Ricordo infatti ascolti pieni di stupore delle Cantigas de Sancta Maria o delle messe di Guillaume de Machaut, insieme a cose come Gesang der Jünglinge, di Karlheinz Stockhausen, o alla Musica per archi, percussioni e celesta di Bartók Béla.
Approdai in conservatorio con una discreta esperienza strumentale alle spalle e lì, oltre a diplomarmi in chitarra in pochi anni, nel 1980,  affrontai gli studi di composizione con il M° Mauro Bortolotti.

Sono stati anni bellissimi, in cui la passione per la chitarra e per la musica dominavano completamente la mia vita. Non esitavo a prendere un treno (si parla di un epoca ancora lontana dai voli low cost) e ad affrontare decine di ore di viaggio per raggiungere il luogo dove si svolgeva un concerto o un corso di interpretazione, e puntualmente arrivavo stanco ma felice per l’evento del quale di lì a poco sarei stato partecipe.  

Ho trascorso lunghi periodi di studio all’estero, in Spagna e in Francia, dove il contatto con importanti maestri come José Tomàs e Betho Davezac ha arricchito il mio bagaglio di conoscenze e mi ha dato l’opportunità, con l’ascolto di studenti di tutte le nazionalità, di avere una visione realmente ampia di ciò che accadeva nel mondo della chitarra in quegli anni.

Fin dall’inizio è stata presente in me una forte esigenza creativa, per cui posso dire di essere nato chitarrista-compositore: conservo ancora tutti i miei quaderni di musica dei primi anni di studio, in cui si aveva la buona abitudine di scrivere a mano gli esercizi e i brani da studiare, e sono costellati di appunti e abbozzi di piccoli pezzi che provavo a comporre. In effetti la composizione è stata per me un’esigenza espressiva fin da quando ho preso in mano per la prima volta la chitarra, ancor prima di intraprendere gli studi musicali accademici e dunque prima di possedere realmente gli strumenti tecnici per poter meglio realizzare le mie idee musicali.

Dopo gli studi di composizione in conservatorio con Mauro Bortolotti, un allievo di Goffredo Petrassi, la mia esperienza di autore è stata improntata alla più grande libertà dagli schemi accademici, anche se avevo consapevolezza che un percorso di conoscenza era appena iniziato. Era un periodo di transizione, quello alla fine degli anni ’70, in cui si stava passando dal radicalismo avanguardista di Darmstadt a posizioni meno rigide.
Il mio esempio era Petrassi, autore che oggi si può considerare quasi un classico, ma che nel suo arco creativo ha dimostrato che un linguaggio moderno, per essere vivo e attuale, deve possedere la forza di rinnovarsi ed evolvere. Non può e non deve essere solo autoreferenziale, né essere asservito a idee e regole che non hanno nulla di artistico. 

Di solito ciò che mi intriga nella composizione è creare diversi livelli di espressione, inclusi nello stesso lavoro, in cui convivano linguaggi diversi (rumore, improvvisazione, atonalità, tonalità o modalismo, elaborazione elettronica). Un esempio di questo approccio è il  Concerto per Garcia Lorca (2002), per chitarra, archi e traccia audio.

Anche Contrasto (2003), per due chitarristi che suonano e cantano, ha un’atmosfera come questa.

In Invisible Cities per Ensemble (2006). Ho cercato anche di rendere pagine sospese in una dimensione senza tempo, ispirandomi al lavoro di Italo Calvino.

In molti dei miei lavori, infatti, l’obiettivo è stato quello di creare musica partendo da un’ispirazione letteraria. Nella composizione cerco di lavorare sui tre livelli distinti di percezione dell’uomo: istintuale, emotivo e razionale, in modo che ogni persona che ascolta, indipendentemente dall’età, dall’istruzione e dalla sua preparazione, possa trovare elementi di interesse.
Questo naturalmente non vuol dire che la mia musica si basi sui criteri o sugli stereotipi di un prodotto commerciale: è, anzi, totalmente fuori da quella logica. 

I miei modelli musicali, limitandoci solo al ventesimo secolo, sono molti, e qui vorrei citarne alcuni dei più significativi:

Julian Bream: Tra i grandi chitarristi del ventesimo secolo è sicuramente quello che mi piace di più, sia in termini di scelta del repertorio, sempre con un occhio rivolto alla musica contemporanea, sia in termini di interpretazione, perché ha sempre saputo dare una sua versione dei brani, eseguiti coerentemente con una rispettabile visione stilistica.

Il Raga Indiano: l’esperienza del viaggio in India a vent’anni è stata per me indelebile, sia sul piano umano che su quello artistico. Nel 1978 ebbi la fortuna di fare una tournée in quello straordinario paese, con concerti nelle principali città del subcontinente, e in quell’occasione ebbi la possibilità di entrare in contatto con quella civiltà, compresa la sua incredibile musica.
Molti anni più tardi ho portato in concerto una trascrizione di un raga di Ravi Shankar per chitarra, tastiera e percussione: avevo ascoltato questo pezzo in un disco che il sitarista indiano incise col violinista Yehudi Menhuin. Nel mio brano Notturno Indiano, del 2001, versione per soprano ed ensemble, le liriche sono prese da una poesia di Rabindranath Tagore, Sembra quindi che il mio rapporto con l’India e la sua arte sia continuato nel tempo…

Frank Zappa è un mio grande mito musicale, l’ho sempre amato e seguito fin dalle prime incisioni e l’ho anche ascoltato varie volte in concerto con il suo gruppo, le Mothers of Inventions.  Mi piace il suo genio, la sua inventiva, il suo sarcasmo, ma anche e soprattutto l’estrema serietà e competenza con cui affronta nelle sue composizioni tutti i generi musicali, dalla semplice ballad al pezzo atonale o seriale. Questo amore è sfociato negli spettacoli “Radio Zapping” e “Zapping” realizzati dal 1997 al 2002, principalmente con l’apporto progettuale e artistico di mio fratello Cristiano, e di cui curai la parte degli arrangiamenti oltre a quella esecutiva su chitarra elettrica e classica. Un esempio musicale di questo spettacolo può essere ascoltato qui:

Igor Stravinsky: impossibile negare la grandezza di questo autore, che da sempre suscita in me una profonda ammirazione. Alcune sue opere sono state fondamentali per lo sviluppo artistico della musica moderna. Pensiamo solo a Le sacre du Printemps, o alla Sinfonia di Salmi.
E’ un compositore che ho studiato a fondo e di cui ho anche trascritto varie opere per il Logos Ensemble in occasione degli spettacoli dedicati a Zappa (non dimentichiamo che Zappa dichiarò più volte di essere stato influenzato da Strawinsky, e chi conosce i due autori non può che constatarlo…).

Steve Reich: Il mio incontro con Steve Reich e la sua musica risale al 1990, quando al Festival di Cambridge, dove sono stato invitato a suonare con il Logos Ensemble, ho sentito per la prima volta quello che penso sia uno dei suoi capolavori: Different trains per quartetto d’archi e traccia audio. Mi è davvero piaciuta la capacità di questo autore di creare un effetto così drammatico con pochi ingredienti. Da allora non ho mai abbandonato la sua musica: infatti, ho spesso incluso nei miei programmi Electric Counterpoint, per chitarra e traccia audio, Nagoya GuitarsClapping Music.

Parlaci della tua carriera di insegnante, musicista e compositore

Sono professore titolare nei Conservatori italiani da oltre trent’anni. Ho insegnato a La Spezia, Bologna, Campobasso ed attualmente lavoro a Frosinone. Tengo regolarmente masterclass, conferenze e seminari in molte città italiane ed europee, tra cui Lisbona, Lugano, Valencia, Salamanca, Granada, Cordoba, Danzica, Helsinki e Istanbul.

Il M° Becherucci con un gruppo di studenti e professori della
“Escola Superior de Musica” di Lisbona

Il mio modo di insegnare si è sempre basato su due principi guida che considero ancora oggi validi: la maieutica e la flessibilità, accanto ai principi didattici fondamentali della ricerca e definizione del suono e del controllo delle proprie facoltà psico-fisiche.
Non assillo l’allievo con rigide regole sul modo di assumere la posizione sullo strumento, che cerco di adattare alla sua specifica fisicità, e faccio di tutto per renderlo attivo nello studio, non imponendogli dettami da applicare, ma piuttosto cercando di fargli tirar fuori idee e sentimenti rispetto a ciò che sta studiando.

Naturalmente è per me basilare che l’allievo imposti lo studio di un brano integrandolo con tutti gli elementi di conoscenza storico stilistica dell’autore. Stimolo dunque molto il suo interesse da questo punto di vista. Direi anche che, come è stato per me, insieme allo studio dello strumento, sia in certo modo necessario studiare la composizione di un brano, se davvero si desidera sapere come funziona, ma conta anche la capacità di analizzare.
Sappiamo che una volta la figura dello strumentista era praticamente inseparabile da quella del compositore e che la separazione di queste funzioni, con l’avvento della figura del puro interprete, è cosa relativamente recente.
Recuperare alcune di queste conoscenze per uno strumentista è essenziale, anche se non si ha la necessità di comporre: acquisire una maggiore consapevolezza porterà inevitabilmente a una migliore interpretazione. Nel mio lavoro di insegnante cerco di ispirare gli studenti in questo modo, sperimentando, non forzandoli nel loro ruolo di interpreti, ma suggerendo forme e strade di apertura in cui la creatività abbia il suo ruolo, ad esempio approfondendo il tema dell’improvvisazione, che è presente anche nella musica classica di ogni epoca, dal Medioevo e dal Rinascimento fino ai giorni nostri. 

Per quanto riguarda la mia carriera di concertista, essa è iniziata ancor prima del diploma ed ha assunto subito un carattere internazionale. Questa attività mi ha portato infatti a suonare in molti teatri e sale da concerto in Europa, Medio ed Estremo Oriente e America Latina.

 La musica da camera è il mio campo di elezione, e nel corso degli anni ne ho esplorato il repertorio suonando in duo con il flauto, il pianoforte e il violino. Con il pianoforte, insieme a mio fratello Cristiano, ho formato un duo che, oltre a suonare il repertorio originale del XIX e XX secolo, si avvale di opere originali a noi dedicate da diversi compositori contemporanei, tra cui Ivan Fedele, Mario Garuti, Francesco Pennisi. Ho anche pubblicato un articolo sulla rivista italiana “Il Fronimo” nel quale è contenuto un catalogo dettagliato del repertorio di questo duo.

Mio fratello Cristiano ed io con la chitarra

Ma la mia più straordinaria esperienza concertistica è stata con il Logos Ensemble, un gruppo attivo dal 1985, di cui sono fondatore.
il Logos è stato uno dei riferimenti nel panorama degli ensemble di musica contemporanea. Con questo gruppo, oltre alla pubblicazione di numerosi CD (gli ultimi dedicati a Mauro Bortolotti, Luca Lombardi e Luciano Berio), ho realizzato diversi progetti di concerti a tema:  “Radio Zapping” e “Zapping”, dedicati a Frank Zappa, “Suoni Medioccidentali”, con la soprano inglese Sara Stowe, nonché collaborazioni con musicisti e artisti di diversa estrazione come il giapponese Otomo Yoshihide, il nordamericano Elliot Sharp e l’artista nordafricano Nour Eddine Fatty. 

I “Logos Ensemble”, da sinistra: Cristiano Becherucci, Gianfranco Cellacchi, Eugenio Becherucci, Paolo Capasso, Gabriele Folchi, Marco Malagola e Luigi Maiozzi

Negli ultimi anni i miei progetti più importanti sono il Duo Eutonos con il violino, al quale ho anche dedicato un lavoro come compositore e arrangiatore che ha portato alla pubblicazione di un CD basato su melodie popolari catalane. Questo CD, insieme alla partitura, è pubblicato da Edizioni Sinfonica.

Poi c’è la mia attività come solista, nel corso della quale ho presentato, insieme ai programmi più tradizionali, progetti originali, come The Guitar Music of the Next Age (CD pubblicato da Edizioni Sinfonica).

Concerto per Garcia Lorca, anche uno spettacolo che contiene, tra gli altri, il mio omonimo brano per chitarra, archi e traccia audio.
Un altro mio progetto solista è il Guitar Improvisation Project, con la netlabel Alchemistica.net. Questo progetto contiene tre mie improvvisazioni: on e – take without overdub – the harmonics rite.

Ritengo importante anche la collaborazione con il chitarrista italiano Arturo Tallini, con il quale abbiamo formato il duo di chitarra “Suoni Inauditi”, un progetto originale basato sullo straordinario pezzo di Helmut Lachenmann,Salut  fur Caudwell“. Questa monumentale opera  pone gli artisti di fronte a problemi di esecuzione che possono apparire insormontabili a meno che non si abbia un forte desiderio di completare il lavoro ad ogni costo. Quando abbiamo avuto però l’opportunità di ascoltare il pezzo, abbiamo facilmente superato tutti i problemi, tanto era stimolante e attraente il risultato sonoro…
Il progetto si completa con “Ultima rara” di Sylvano Bussotti e la mia composizione “Contrasto” su una pagina di Jacopone  da Todi. Questo progetto ha tre video sul mio canale Youtube.

“Suoni Inauditi” ha avuto un’edizione più recente, un concerto eseguito da me come direttore dell‘Ensemble di chitarre “e-cetra”, formato in gran parte da studenti di chitarra del conservatorio di Frosinone, nel quale tengo il corso di orchestra di chitarre.

“Suoni Inauditi”

Nel programma sono presenti miei brani insieme ad opere di Leo Brouwer, Simone Fontanelli, Franco Cavallone e del chitarrista e compositore brasiliano Daniel Murray. 

Oltre ai concerti con l’e-cetra, e l’incontro in Brasile con Daniel Murray, ho collaborato con la soprano danese Susanne Bungaard (vedi la foto sotto, presa durante un concerto ad Aalborg), con la quale ho tenuto diversi concerti in Danimarca, Francia, Spagna e in Italia. Con lei ho anche realizzato un CD negli studi della Radio Vaticana.

All’ultimo anno appartengono due nuovi progetti, già realizzati: un CD solistico registrato nell’agosto 2019 che sarà pubblicato a breve da Edizioni Sinfonica. Il cd contiene composizioni a me dedicate da 4 autori contemporanei italiani: Franco Cavallone, Simone Fontanelli, Ganesh del Vescovo e Lorenzo Sorgi, ed un concerto monografico, tenutosi a giugno 2019, con musiche del compositore inglese Reginald Smith Brindle, che riunisce sue opere solistiche, in duo e in ensemble.

Da poco è iniziata anche la pubblicazione con gli editori italiani Ut Orpheus e Sinfonica di tutte le mie composizioni per chitarra sola, ensemble da camera e con orchestra. 

Per ascoltare i brani che suono come solista o in varie formazioni puoi andare sul mio Soundcloud o sul mio canale Youtube.

Intervista a cura del nostro Carlo De Santis

Continua…



Iscriviti alla Newsletter di Latina Città Aperta

* campo obbligatorio
/ ( dd / mm )

Iscriviti alla Newsletter di Latina Città Aperta

* campo obbligatorio
/ ( dd / mm )

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *