Tarallo e la Santa impazienza

Non un filo d’aria passava in quei giorni nelle stanze della redazione de “Il Fogliaccio Quotidiano”, nemmeno il respiro di una mosca.
Il Direttore Frangiflutti, che pure non soffriva di particolari patologie, ne aveva tuttavia una paura incontrollabile, e mentre impazzavano le gesta sgarbatissime del coronavirus, lui coltivava il segreto terrore di risvegliarsi, un mattino qualsiasi, con la tosse, la febbre e gli occhi a mandorla.
Le finestre della redazione, che di solito erano ben chiuse a causa del continuo assedio di uccellacci da discarica, per suo esplicito volere sarebbero dovute rimanere serrate, senza l’eccezione di un solo minuto d’aria, fino ad ordine revocato.

Un gruppo di coranavirus fotografati all’uscita di un bar di Wuhan

Tra i giornalisti più di qualcuno mormorava, scontento.“Dice bene lui che in ufficio ha l’aria condizionata d’estate e pompe di calore con filtri antibacillo d’inverno! Fa presto a cianciare lui che non deve dividere la stanza con un Taruffi!”, sibilava rancoroso Falerni a Marcellitti, sottovoce però, perchè Levalorto, il nuovo caporedattore, quello assunto di fresco, era diventato l’orecchio del capo, il molosso implacabile di Frangiflutti.
Tarallo taceva, frustrato più del solito perchè in quel periodo doveva sostituire Romolo Gambacorta, il redattore sportivo del Fogliaccio, che si era fratturato un orecchio gettandosi sconsideratamente all’ascolto di un brano di Achille Lauro.
L’incosciente non avrebbe potuto farsi più male di così, nemmeno andando a sbattere di testa contro l’omonima nave da crociera, e per lui si prospettava una lunga rieducazione in una clinica specializzata.

Il collega Ragadi, che era andato a trovarlo, spergiurava che i medici lo sottoponevano a lunghe sedute d’ascolto a base di Quartetto Cetra e musiche di Satie.
Il risultato dell’incidente costringeva però il suo povero vicario, Lallo, a scrivere stringate cronache di partite poco esaltanti, quali Atletico Zagarolo-Real Cassino Colosseo o a raccontare di come il ciclista dilettante Leandro Bufalazzi fosse passato dalla A.S C. Eurocementi alla A.C. Ceramiche Pappalonzo, incrementando il suo ingaggio di ben 52 euro annuali.
Tarallo, tra l’altro, oltre che quella morale, pativa anche la sofferenza fisica, visto che era relegato in una posizione prossima sia ai trasandatissimi bagni della redazione, che alla scrivania dell’odoroso collega Marzio Taruffi.

Il cronista Marzio Taruffi

Stretto tra la prepotenza di due effluvi, solitamente preferiva subire il pur robusto puzzo che proveniva dalla toilette.
Questo stagnante stato di cose si interruppe di colpo quando un giorno, di prima mattina, venne chiamato dal Direttore.
Frangiflutti, notoriamente, aveva per Tarallo la stessa simpatia che Toscanini avrebbe potuto nutrire per Biagio Antonacci, così il nostro Lallo quando, dal capo in persona, gli venne affidato quello che sembrava un compito da reporter, pensò subito che ci doveva esser sotto una fregatura, o che l’incarico che gli aveva dato, fosse uno di quelli così insignificanti che tutti gli interpellati lo avevano già rifiutato.
Frangiflutti, cercando di reprimere la nausea che immancabilmente lo coglieva quando si trovava nei pressi di giornalisti indipendenti, parlò come se parlasse all’aria, mai guardandolo negli occhi.
“Pare che nella Chiesa di Santa Abbondanziana Martire, a Strappoli di Sotto, sia avvenuto un fatto dai contorni misteriosi, un evento poco spiegabile che Don Oronzo Sardanapali, il parroco, non ha voluto rendere noto a nessun livello, preferendo attendere ulteriori sviluppi prima di farne cenno al Vescovo, Sua Eccellenza Amalfio Berruti.

Strappoli di Sotto – Chiesa di Santa Abbondanziana Martire

Il sagrestano della parrocchia, Donaldo Ducco, è un nostro lettore affezionato, così ha pensato bene di informarci della cosa.
Lo ha fatto in segreto, mettendo su con ritagli vari una lettera anonima che, non essendo lui persona di mondo, ha poi firmato.
Sembra dunque che il fatto in questione riguardi un dipinto antico presente nella chiesa, ma quel tale non si è spinto più in la di questa soffiata.
Ora Tarallo, anche se al tuo confronto anche Lenin sembra un democristiano, non dovrebbe esserci bisogno di dirti di andarci cauto con qualsiasi cosa si riveli essere questo mistero apparente: sai bene che Santa Romana Chiesa, lecitamente sia ben chiaro, ci invita a professare una pietà che essa, per via della sua alta funzione, non può tuttavia esercitare.
Vai dunque e, al massimo, confezionami un bel pezzo “di colore” che sia magari di pretesto per un bell’elogio delle virtù cristiane.
Parti oggi stesso e prenditi il tempo che ci vuole, tanto ti abbiamo prenotato una stanza non troppo costosa presso la Pensione “La Rossa”, nella periferia industriale di Strappoli di Sotto”.

Strappoli di Sotto – Ingresso della Pensione “La Rossa”

Detto ciò, Ognissanti Frangiflutti congedò Lallo e, rimasto solo, si provò per l’ennesima volta il copricapo del Partito Vichingo, specchiandosi.
Quella stessa sera Tarallo, accompagnato da una luminosa Consuelo in qualità di fotografa, dopo aver affrontato con la sua utilitaria folkloristica le rampe di una strada che sembrava contorcersi come una serpe, approdò a Strappoli di Sotto, prendendo alloggio nella pensione stabilita.
“Ciè da aspettare ‘na mezzoretta, tesoro bello, er tempo che quei dù acrobbati lassù se spicceno. Poi dovemo rifà ‘a cammera e nun è facile perché quelli ogni vorta la devasteno. So’ giovani derresto…”:
Questo fu lo stringato discorso di benvenuto che la stagionata, vistosissima e scollacciata Berenice Passalà, al secolo “la Rossa”, sospirò all’orecchio di Lallo, parole sospinte da una brezza di fiato che sapeva di liquore da poco prezzo.

Berenice Passalà, “La Rossa”, tenutaria della Pensione omonima

Consuelo, che cercava di non scoppiare a ridere per l’evidente imbarazzo di Tarallo, nel frattempo aveva già inondato di luce l’ambiente desolante in cui si trovavano, zeppo di scrostature e di quadracci deprimenti, accendendo come una fiamma la capigliatora vermiglia e riccioluta della tenutaria della pensioncina.
Dopo qualche minuto due persone scesero con grande flemma le scale polverose: la donna, un po’ equina di fisionomia, e ultraminigonnata, si sistemava la chioma innaturalmente inchiostrata di nero; l’uomo, un tipo dalle gote rubizze, stava finendo di tirar su la lampo dei pantaloni color grigio disperato.
“Desdemonaa- strillò allora la Rossa – s’è libberata ‘a quindici, va’ a rifà ‘a stanza. Desdemonaaa, Desdemonaaa…”, strillò di nuovo.
Una massa impressionante si materializzò di colpo, tenuta appena insieme da un camicione d’un verde tenue, acceso solo dai sughi vagabondi di svariate macchie.
La testina di Desdemona appariva piccola da far ridere in confronto all’imponente mole sottostante.

L’inserviente Desdemona

Muta come un branzino, l’inserviente, col secchio dei prodotti per le pulizie stretto nell’enormi mani, iniziò l’ascensione delle scale, caracollando, fischiando e rantolando, rumorosa come mille agonizzanti.
Tarallo e Consuelo, mezz’ora dopo, quando l’ambulanza aveva già prelevato e portato via la gigantessa, svenuta per lo sforzo fatto, si sistemarono nella camera quindici, che, come testimoniavano le calze azzurre da donna, dimenticate sul letto, era stata pulita molto sommariamente.
L’aspetto della stanza, poi, era esteticamente così doloroso che li spinse quasi subito fuori, e di corsa.
Da qualche parte si doveva pur iniziare l’inchiesta così Lallo, che aveva avuto da Frangiflutti il numero di telefono del sagrestano della Chiesa di Santa Abbondanziana Martire, Donaldo Ducco, lo contattò subito, senza perder tempo.
L’uomo gli diede appuntamento da “Medardo”, un caffè – sala da biliardo, che in realtà era una vera bettola da ubriaconi, che se ne stava fuori dalle principali rotte paesane.

“Medardo”, caffè – sala da biliardo

Riconobbero subito il sagrestano dal bussolotto per le elemosine, dal quale non si separava mai, e perché ammiccò al loro indirizzo con fare misterioso.
Strizzava un occhio e corrucciava le labbra, tanto pronunciate da parere un becco da papero, come ad invitare i due ad un silenzio complice. Superato l’adeguato periodo di strabuzzamento estatico alla vista di Consuelo, Ducco li fece sedere ad un tavolino sconnesso, iniziando con Tarallo una finta partita a scopone.
Intanto, però, parlava: “Quanto me date se ve dico de che se tratta? Guarda che è robba forte: si er prete o sapesse che v’oo sto a dì, me scomunicasse”, esordì il sacrestano, addolorando sia Lallo, per la richiesta di soldi inaspettata, che la grammatica, trafitta nella sua intima essenza.
Il nostro giornalista, che naturalmente non aveva avuto dal Direttore alcuna licenza di sforare il magro budget previsto per la trasferta, propose a Donaldo Ducco una cifra modesta, visto che l’avrebbe dovuta sborsare di tasca propria.

Il sacrestano Donaldo Ducco

All’estorsore, che comunque protestò animatamente per un buon quarto d’ora, quella somma finì per andare bene, così sbottò: “Allora ‘a storia è questa: un quadro dentro ‘aa chiesa, s’è spostato!”
“Ma, in che senso s’è spostato, è stato rimosso? L’hanno rubato? Oppure qualcuno lo ha tolto da una parte e messo da un’altra?”, chiese Tarallo interdetto.
Ma noo, noo, magara, nun è ‘na cosa così semplice: è proprio che è er santo, quello che sta dentro ar quadro, che s’è spostato!
Nun so bbene cosa, ma quello ha fatto quarche cavolo de testa sua e mò nun sta più nella posizione in cui stava prima”.
“!!?? Coosa?? Un santo che si muove dentro un quadro?”

Lallo Tarallo sbalordito

“Te dico de sì: pe questo er paroco s’è preso ‘no spavento teribbile, è quasi svenuto, ‘a mattina che se n’è accorto!”
“Ma dice sul serio?”, ribattè Lallo, tra l’incredulo e lo sbalordito.
“Si nun ce credi too faccio véde”, concluse Ducco, perentoriamente.
Si misero d’accordo: il sagrestano li avrebbe fatti entrare a chiesa chiusa ai fedeli, tanto aveva le chiavi.

Tarallo, così, avrebbe potuto constatare la verità di quel fatto miracoloso. Consuelo e Lallo trascorsero le due ore successive a parlare e parlare, a sviscerare le varie interpretazioni e possibilità legate a quel caso, compresa quella che Donaldo Ducco fosse il più eminente dei cocainomani o degli alcolizzati di Strappoli di Sotto.
Chiacchierarono eccitati fino a quando giunse l’ora dell’appuntamento.
Le ombre della sera avevano iniziato a scendere sul paese.
I nostri due eroi furono accolti sul sagrato dal sagrestano, che pareva uscito da un film di spionaggio: cappellaccio calato fin sugli occhi, bavero rialzato, modi rapidi ed elusivi.
Li fece entrare in fretta, saettando occhiate furtive intorno.
Tarallo e la sua amata si trovarono immediatamente all’interno della chiesa.

Strappoli di Sotto: Santa Abbondanziana Martire – interno

Era una classica costruzione a tre navate, un edificio medioevale corrotto come tanti altri dagli svolazzi e dalle dorature del barocco, con le ali laterali nelle quali si aprivano cappelle decoratissime e insolitamente ricche di quadri appartenenti a varie epoche.
Sfilarono davanti alle prime tre nella navata laterale sinistra e procedettero fino alla quarta, dinanzi alla quale il sagrestano si arrestò.
La cappella ospitava un altare pomposo e tre grandi dipinti, uno dei quali era stato coperto con un drappo pesante.
“Qua, dietro a ‘sto panno, ce sta San Sebastiano: è lui che ha fatto tutto ‘sto casino”, disse Ducco, inconsapevolmente blasfemo.
Tarallo aveva già immaginato, legata ad un palo ligneo e con un bel paesaggio sullo sfondo, la consueta figura del giovane e attraente santo, con gli occhi persi verso il cielo, dolente e agonizzante per i morsi delle frecce che gli si erano conficcate nelle carni.
In effetti quella era la posa che il martire teneva nella bella foto che Ducco gli fece vedere e che riproduceva il quadro per come era sempre stato.
Quando tuttavia, subito dopo, Donaldo, con un gesto veloce e plateale, scostò il drappo, le bocche di Lallo e di Consuelo, vedendo il dipinto, si aprirono su un abisso di sconfinato stupore.

Ora San Sebastiano stava sdraiato sul grosso ceppo e, con l’espressione ebbra e beata di un perdigiorno brillo al termine di una nottata brava, tentava di centrare la bocca con l’ultimo goccio di vino rosso che lasciava cadere da una bottiglia che teneva alta sulla testa.
Delle freccette che l’avevano trafitto e delle corde che lo avevano tenuto fermo, non c’era più traccia, evidentemente se l’era tolte di dosso.
Tarallo, che non riusciva a riaversi dallo choc, per diversi minuti non potè distogliere lo sguardo dal volto del santo, aperto in quella risata da ubriaco…

Continua…

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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