Géricault: il coraggio di raccontare

Il pittore Théodore Géricault raggiunse l’apice della sua arte con la sua “Zattera della Medusa”.
La tela ritraeva un evento realmente accaduto e celato per mesi dagli organi ufficiali francesi.

L’opera, realizzata nel 1818-1819, venne presentata al Salon di Parigi ma non venne apprezzata dall’establishment dello Stato per la sua vena ritenuta scandalosa.

Géricault scelse di immortalare la tensione psicologica subita dai naufraghi nel momento più estremo della loro avventura, quello della lotta disperata per la sopravvivenza.
L’artista in quel quadro narrava il primo avvistamento della nave “Argus” in lontananza, l’appello che facevano i poveretti alle loro ultime forze fisiche per farsi vedere ed invocare soccorso, poi il crollo per la scomparsa dalla loro visuale della nave, col venir meno della speranza.

L’avvistamento della nave “Argus”

Anche la nave si caricava di un significato simbolico, che per i naufraghi era la salvezza, ma Géricault preferì di non darle un effettivo ruolo nel dipinto.
Conoscendo il destino del gruppo, sapeva che la nave non sarebbe mai giunta in loro soccorso abbastanza in fretta da salvarli tutti e porre fine al dramma.

I naufraghi erano rappresentati da un punto di vista soprattutto psichico, ma questo non fermò l’artista dal rappresentarli come corpi scolpiti, marmorei, imponenti e vigorosi.
Nella dimensione della tragedia essi appaiono come degli eroi antichi della statuaria classica.

Géricault con quell’opera rompeva con la tradizione accademica e per la prima volta conferiva una dimensione eroica alla rappresentazione della sofferenza della gente comune.

Per il suo quadro Géricault prese spunto da un fatto di cronaca accaduto nel 1816: il naufragio della fregata Medusa al largo delle coste del Senegal. 

Parte degli occupanti della nave si rifugiarono su una zattera che rimase abbandonata alle onde del mare per diverso tempo.
Gli sfortunati occupanti vissero una esperienza allucinante che condusse alla morte la gran parte di loro.
Solo una quindicina di uomini furono tratti in salvo da una nave dopo che su quella zattera era avvenuto di tutto.
L’episodio colpì molto l’immaginazione di Géricault che immediatamente si mise al lavoro.

Jean Louis André Théodore Géricault, in un ritratto di Horace Vernet (1822/23)

Occorre tuttavia ricordare il periodo storico in cui è nata questa tela.
La Francia era appena uscita da alcune fasi dell’esperienza storica che l’avevano profondamente segnata: prima la Rivoluzione e poi l’impero napoleonico. 

Napoleone, nel 1815, a Waterloo era stato definitivamente sconfitto e confinato nell’isola di Sant’Elena.
Nel 1816, con il Congresso di Vienna gli stati europei avevano ripristinato la situazione geo-politica antecedente la Rivoluzione Francese.
Tutto ciò che era avvenuto in seguito a questa esperienza sembrava definitivamente cancellato con un colpo di spugna.
La zattera del dipinto potrebbe forse essere vista anche come metafora politica della crisi della Francia, allo deriva dopo il crollo del regime napoleonico.

Formalmente il quadro era costruito secondo un classico sviluppo piramidale.
Nel quadro di Géricault le piramidi sono in realtà due ed esprimono due direzioni che si incrociano tra loro opponendosi.
La prima di esse parte dall’uomo morto, in basso a sinistra, ed ha il suo vertice nell’uomo di colore che di spalle sta agitando un panno. 

È la direzione umana che si va a rappresentare, quella cha va dalla disperazione di coloro che sono morti alla speranza di chi ha ancora la forza di agitarsi credendo di essere visto da qualcuno che vada a salvarli.
La seconda piramide parte dalle onde del mare per giungere all’albero che sorregge la vela.

Qui il mare spinge in direzione opposta rispetto alle speranze umane.
È proprio la tensione visibile tra queste due forze contrarie a dare un primo tratto drammatico alla scena.

Negli studi preliminari alla realizzazione finale del quadro, Géricault mise una nave all’orizzonte, nella direzione in cui guarda l’uomo che agita il panno.
La presenza della nave all’orizzonte dava la sensazione del lieto fine.
La sensazione che oramai per i sopravvissuti la brutta avventura stesse per volgere all’epilogo.
Ciò però, comportava uno scioglimento della tensione psichica.

Nella stesura definitiva, infatti, la nave all’orizzonte scomparve, per aumentare il senso del pathos.
Chi guarda non sa come la vicenda andrà a finire e quindi deve cogliere la sensazione drammatica di chi ancora non sa se verrà salvato o meno. 

E lo spettatore non può saperlo, anche perché vede lo stesso orizzonte che guarda l’uomo di colore che agita il panno. 

In quest’opera, di alta tensione drammatica, Géricault usò più riferimenti reperibili nella storia dell’arte.
L’atmosfera ed i contrasti luminosi rimandavano a Caravaggio.
Anche il braccio abbandonato nell’acqua dell’uomo morto in basso a sinistra, era preso da Caravaggio.
Era lo stesso braccio che aveva dipinto David nella “Morte di Marat”.
Le figure avevano una tensione muscolare che rimandava subito alla forza scultorea di Michelangelo.

“La morte di Marat”,
Jacques-Louis David (1793)

In basso a sinistra, il ragazzo morto ed il padre che lo sorregge, sembravano due statue greche.
Da notare il particolare del ragazzo che, benché nudo, aveva le calze arrotolate ai piedi.
Questo crudo realismo, sgomberava il campo da qualsiasi lettura idealizzata: quelle calze, così comuni, davano il senso tragico della umanità violata, ossia della morte che spegneva persone in carne ed ossa.

Per comprendere il dipinto, la contestualizzazione storica è quindi molto importante, trattandosi di un’opera che ha il compito di suscitare una forte risposta emotiva.
La “Medusa” era una fregata francese varata nel luglio 1810.
 

Il 2 luglio del 1816 si incagliò sulle secche del Banc d’Arguin, vicino Nouadhibou in Mauritania.
L’incidente fu causato dall’inesperienza del comandante, il capitano di fregata Hugues Duroy de Chaumareys.
Dopo alcuni tentativi fatti per disincagliare lo scafo, il 5 luglio i 400 uomini presenti sulla nave non videro un’altra soluzione se non abbandonare la nave.
Si divisero in piccoli gruppi, tali da poter salire sulle sei scialuppe d’emergenza, per dirigersi verso la terra più vicina. 
La situazione peggiorò ed anche se alcuni degli ufficiali decisero di restare sulla Medusa, su quelle scialuppe non c’erano abbastanza posti liberi per mettere in salvo tutti.

Erano circa 150 le persone condannate a morte certa, perché i passeggeri eccedenti furono posti su una zattera che venne trascinata dalle sei barche.

La fregata “Medusa”

Presto, però, questa affondò parzialmente causando la rottura della cima che la teneva legata al gruppo.
L’equipaggio abbandonò così quell’imbarcazione incerta al suo destino. 

Venti persone morirono o si suicidarono appena calata la notte.
Dopo nove giorni si registrarono dei casi di antropofagia, praticata per sopravvivere. 

Il battello Argus salvò i pochi superstiti il 17 luglio 1816, ma cinque di loro morirono nella notte
I giornali dell’epoca diedero molto spazio al racconto del naufragio.
I giudici condannarono il capitano, ma a soli due anni di carcere ed alla radiazione dal registro navale.
Fu un trattamento clemente visto che la legge francese invece prevedeva la pena di morte per questo grave fatto.

Clicca per ingrandire e guardare l’immagine con gli occhiali 3D

La storia della “Medusa” arrivò sui giornali francesi soltanto più di due mesi dopo il fatto, grazie alla testimonianza di uno dei sopravvissuti.
Si era cercato in ogni modo di insabbiare la vicenda.
Quando i lettori scoprirono questa terribile realtà, furono disgustati dalla non efficiente organizzazione della missione.

Non ci volle molto prima che quei fatti rischiassero di avere delle ripercussioni politiche, arrivando a danneggiare la monarchia restaurata da poco, invece, col passare del tempo, le acque si calmarono e tutti se ne dimenticarono.

Ma il sipario su quella storia non era ancora destinato a calare: tutti avrebbero finito per conoscere questa catastrofe perché Géricault, il pittore, aveva intenzione, a suo modo, di fare luce sull’intera faccenda!

Théodore Géricault, di Alexandre-Marie Colin (1816)

Théodore Géricault aveva 27 anni all’epoca dei fatti della Médusa e colse così l’occasione per farsi conoscere da un vasto pubblico, rappresentando dunque una tragedia che ormai aveva risonanza internazionale.
Fu molto scrupoloso nel raccogliere le informazioni e nella progettazione del dipinto.

Intervistò due sopravvissuti, fece un modellino della zattera e realizzò molti bozzetti preparatori.
Nel quadro che ne venne fuori, i poveri naufraghi sopravvissuti erano circondati da corpi in avanzata decomposizione e vestivano abiti laceri e sudici.
I corpi nudi, scomposti e lividi dei cadaveri, suscitarono orrore e riprovazione.
Nonostante il suo verismo traumatico il dipinto divenne immediatamente famoso.

La zattera della Medusa, è considerato il punto di rottura con la pittura neoclassica, che in prevalenza si rivolgeva alla parte razionale dello spettatore.
I dipinti neoclassici, infatti, presentavano solitamente delle composizioni equilibrate, atmosfere serene e soggetti elevati. 

Il dipinto di Géricault invece suscitava una intensa reazione emotiva: la scena mostrava un grande senso di realtà e i corpi erano concepiti con una solida conoscenza dell’anatomia umana.
I toni erano scuri e drammatici, i colori tendevano al grigio, i corpi apparivano lividi per la morte e per il freddo patito.
Solo all’orizzonte brillava il colore rosso di un tramonto, un rosso riservato solo al mantello che copriva il padre, mentre il panno che veniva usato come bandiera era di un arancione vivo. 

L’effetto drammatico risultava romantico, il senso della tragedia e della disperazionera dettato da un crescendo di movimento: dai cadaveri in primo piano fino ai corpi che si aggrovigliavano, alle figure che si agitavano. 

Era un espediente psicologico per avere l’effetto di angoscia mista a speranza, passando dalle desolate figure in primo piano a quelle che ancora potevano illudersi di salvarsi.
Veniva così enfatizzato il tema della lotta eroica dell’uomo contro le forze immense della natura.

Tutto ciò rese l’opera di Géricault popolare a tal punto da fargli ottenere una medaglia d’oro da parte del Louvre.
Nel 1820 l’opera venne esposta a Londra ed il suo successo fu straordinario, l’anno dopo fece tappa a Dublino dove l’accoglienza fu più che buona.

Autoritratto del 1821

Théodore Géricault nacque nel 1791 a Rouen.
La sua famiglia, colta e benestante, nel 1798, quando l’artista aveva appena sette anni, si trasferì a Parigi.
Il ragazzo crebbe in un ambiente agiato, il che gli garantì una buona istruzione presso il Lycée Impérial.
Presto il giovane Géricault scoprì le sue passioni, quella artistica e quella per i cavalli, che saranno oggetto di suoi numerosi studi e dipinti. L’agiatezza economica gli verrà a mancare solo poco prima della sua morte, avvenuta precocemente.

A Parigi Théodore frequentò l’atelier del pittore Carl Vernet e quello di Pierre-Narcisse Guérin, grande maestro del ritratto, maestro presso il quale si formarono alcuni tra i più grandi esponenti del romanticismo figurativo europeo.

Sulla sua formazione, però, influirono soprattutto Antoine-Jean Gros, noto per le sue scene storico-drammatiche, ed il contatto costante che ebbe al Louvre con i quadri dei grandi pittori fiamminghi e quelli degli olandesi del Seicento, oltre al suo studio approfondito della pittura veneziana.
Géricault svolse le sue prime esperienze pittoriche nell’ambiente neoclassico francese che in quegli anni era influenzato dalle opere di David.

Antoine-Jean Gros

Nel 1812, era già in grado di lavorare per conto proprio, così aprì un atelier in cui realizzò numerosissime opere che enfatizzavano in chiave eroica la vita militare, come, ad esempio il suo “Ufficiale dei cacciatori all’attacco” o il “Corazziere ferito che lascia la linea del fuoco”, realizzati rispettivamente nel 1812 e 1824.

Nel 1816 venne a soggiornare in Italia, ove cercò il diretto contatto con le opere di Michelangelo, Raffaello e Caravaggio, tutti maestri che influirono ulteriormente nello sviluppo del suo stile.
Fu questo il periodo del suo “Partenza della corsa dei cavalli berberi”. Ritornato nella capitale francese, fece conoscenza con Delacroix e nel 1819 partecipò ad un’importante mostra con “La zattera della Medusa”, opera dalle dimensioni gigantesche (491 × 716 cm) che, come si è detto, fu anche oggetto di notevoli discussioni.
il linguaggio intensamente romantico, infatti, veniva combinato con lo stile prettamente classico che a sua volta doveva confrontarsi con una drammatica e sconvolgente rappresentazione della realtà.

Jean-Louis André Théodore Géricault – Corsa Di Cavalli Berberi – 1817

Negli anni successivi, il suo interesse per il naturalismo più crudo lo portò a prediligere temi dal gusto verista, quali le teste dei decapitati o i ritratti di alienati mentali rinchiusi nei manicomi.
Di carattere molto introverso, Géricault rappresentò il prototipo del successivo artista romantico: amorale, istintivo e disperato, un carattere che alimentava il proprio genio con eccessi e trasgressioni.

Nel 1821 l’artista si recò in Inghilterra in cui conobbe la pittura di Constable e del ritrattista Thomas Lawrence, che dal 1792 fu il pittore personale del Re.
Appartiene a questo periodo artistico di Géricault “Il Derby di Epsom”, (1821), uno dei suoi capolavori.

Jean-Louis André Théodore Géricault – Il Derby d’Epsom – 1821

Nel 1822 gli investimenti finanziari fatti al rientro dall’Inghilterra si dimostrarono una truffa che gli causò perdite enormi.
In lui si manifestò anche una forma depressiva che lo portò a rivolgersi al giovane e già noto psichiatra parigino Etienne-Jean Georget con il quale nacque una sincera amicizia. 

Tale vicinanza lo portò alla realizzazione di una straordinaria serie di ritratti con soggetti nevrotici come “La monomaniaca del gioco” (1822).

“La monomaniaca del gioco” (1822)

L’ultimo anno della sua breve vita fu segnato dall’aggravarsi della sua malattia, complicata anche da una caduta da cavallo che lo costrinse definitivamente a letto.
Ciò nonostante continuò a lavorare.

“Se gli ostacoli e le difficoltà scoraggiano un uomo mediocre, al contrario, al genio sono necessari, e quasi lo alimentano; lo maturano e lo esaltano: sarebbe rimasto freddo in una strada facile. Tutto ciò che si oppone al cammino dominante del genio, lo irrita e gli procura quella febbre di esaltazione che lo travolge e domina tutto, e produce i capolavori.”

La morte purtroppo si dimostrò per lui, come per tutti, l’unico ostacolo insormontabile e riuscì a spezzare la grande corsa del suo genio.
Il giovane artista, appena trentaduenne, si spense il 26 gennaio 1824, dopo aver lasciato tutti i suoi lavori al padre.

Se avessi fatto anche soltanto cinque quadri importanti, ma non ho fatto niente.” disse, insoddisfatto di quanto aveva creato fino ad allora. 

Eppure per quel niente, per via del suo spirito sensibile, moderno ed irrequieto, lui era già considerato dai contemporanei un caposcuola, un artista il cui credo artistico aveva modificato l’intero universo della pittura, e non solo quella francese:

“è perché Géricault è morto che la scuola francese non ha più un capo e tutto procede in modo caotico, e ciascuno pensa per sè, credendo di liberare la propria individualità e scivolando in luoghi comuni nella composizione, nell’esecuzione e nell’interpretazione.” scrisse di lui il grande Delacroix.

La tomba di Géricault nel cimitero di Père Lachaise

La vendita del suo studio, poco dopo la sua morte, disperse moltissime opere, difficili da ritrovare e da ricostruire in una carriera che aveva coperto una dozzina d’anni appena, nel corso della quale erano stati esposti soltanto tre quadri.

Il Museo del Louvre nello stesso anno della sua scomparsa acquistò l’ormai famoso dipinto della “Zattera della Medusa”.
La pesante eredità di Géricault in campo figurativo, spettò soprattutto al suo amico Delacroix. 

Tonino Panino è nato, o meglio è stato covato a Roma negli anni del boom italiano, cioè all’incirca a metà degli anni Cinquanta.
Già da piccolo amava a tal punto i suoi contemporanei che meditava di fondare un Erode Fun Club.
La faccenda si concretizzò solo qualche decennio dopo e Panino, insieme col collega Tarallo, venne nominato membro a vita del sodalizio, percorrendone per intero il cursus honorum.
Figlio unico, per buona sorte dei suoi mancati fratelli e sorelle, da piccolo non era molto studioso, preferendo trascorrere il suo tempo tra le braccia di Euterpe, piuttosto che a scuola, ascoltando musica e suonando: prima il pianoforte, poi il violino, quindi le percussioni e per ultimo il campanello di casa.
Senza musica non vivrebbe, lo sanno anche in casa, luogo nel quale è sottoposto giornalmente ad una flebo di gorgheggi melodici.
La sua musica preferita è il folk jazz sinfonico, ma non gli dispiace neppure la musica elettro-barocca da camera: comunque vista la sua spaventosa apertura mentale in campo musicale si può dire gli piacciano tutti i generi tranne i raga tibetani.
Non è una buona forchetta e non ama stare in tavola più di 35 secondi, e questo solo nel raro caso si senta di buon umore.
Ha la cordialità di un riccio arrabbiato ed è abitudinario al punto di non aver mai cambiato moglie.
Parla fluentemente un po’ di lingue tra cui l’uzbeco e il sezzese. 


Iscriviti alla Newsletter di Latina Città Aperta

* campo obbligatorio
/ ( dd / mm )

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *