Mi sono innamorato… di me

Jules Cyrille Cave - Narcissus (1890)








L’amore incondizionato verso sé stessi si alimenta di una vanità incontenibile, del bisogno irrefrenabile di apparire, in cui l’Ego illimitato non lascia spazio a niente altro.

Secondo Oscar Wilde “Amare sé stessi è l’inizio di un idillio che dura una vita”, ma è vero amore?

Oscar Wilde

Si narra che l’amore di Narciso per sé stesso fosse una punizione divina, e forse la medesima punizione ha continuato a ricadere sul genere umano fino ai giorni nostri.
Il giovane Narciso, personaggio della mitologia greca, era un tipo incredibilmente crudele: disdegnava ogni persona che lo amava, pare fosse afflitto da una totale mancanza di empatia  e per questo, a seguito della punizione divina di cui parlavamo, si innamorò della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d’acqua. Morì cadendo nel fiume in cui si specchiava o, secondo altre versioni, a causa del dolore determinato dall’impossibilità di raggiungere la sua immagine che, tutte le volte, al contatto delle sue dita  con l’acqua, svaniva.

Caravaggio – “Narciso” (1597–1599)

Ancora oggi la parola “narcisismo”, dal nome del bel giovane, viene utilizzata abitualmente nel linguaggio comune. Secondo l’enciclopedia Treccani il narcisismo è una tendenza, l’atteggiamento psicologico di chi fa di sé stesso, della propria persona e delle proprie qualità fisiche e intellettuali, il centro esclusivo e preminente del proprio interesse, l’oggetto di una compiaciuta ammirazione, restando più o meno indifferente agli altri.

John William Waterhouse — Eco e Narciso (1903)

Il mito di Narciso è senza dubbio uno dei più noti dell’intera mitologia greca, simbolo dell’amore verso sé stessi quindi sinonimo di vanità.
Il nostro Narciso è immortale, non fa che replicarsi in tali e tanti esseri umani che praticano l’egotismo e l’autoreferenzialità.

Sempre compiaciuti di sé stessi, i narcisi sono alla continua ricerca di pubblico e di plauso, qualsiasi sia l’ambito nel quale si trovino ad agire: dalla politica alla cultura, dall’arte all’economia e persino nei sentimenti. Per i narcisi il palcoscenico è la condizione naturale, il proprio habitat, di conseguenza ogni condizione diviene per loro palcoscenico purchè possano esibirsi.

“Non sono narcisista né egocentrico; se fossi vissuto nell’antica Grecia non sarei stato Narciso.
– E chi saresti stato?
– Giove.”

(Woody Allen)

Woody Allen

Quanti di noi non sono mai caduti nel “divismo” di un Narciso?
Quanti non hanno resistito alla tentazione, davanti alla propria immagine riflessa dal monitor di un tablet o dallo schermo del proprio cellulare?

Come lo specchio d’acqua restituiva il riflesso a Narciso, così questi surrogati di specchi restituiscono le nostre immagini, corredate dalla narrazione delle nostre parole, dai duemila like e più che ci consegnano alla soddisfazione effimera del pollice di gradimento.

Ostaggi della meravigliosa pantomima di faccine, esaltati dai selfie, ci commentiamo e celebriamo continuamente.
Ci immortaliamo e ci raccontiamo, sembriamo convinti che per il mondo sia determinante ciò che abbiamo mangiato, fatto o ritenuto rendere noto del nostro privato. Il più delle volte, però, siamo soli come quel Narciso, condannato a inseguire la sua immagine sulla superficie dell’acqua, fino a scoprire quanto sia inconsistente: dietro quell’immagine troppe volte c’è il nulla. Tutto svanisce al tocco delle dita, si increspa la superficie e non si scorge più altro che acqua.

L’amore assoluto verso sé stessi contiene necessariamente in sé l’incapacità di amare, perché amare è riconoscere l’altro.

Circondarsi di un pubblico plaudente per darsi continuamente ragione, autoconferendosi una patente di infallibilità, ci fa sentire portatori di verità assolute e conseguentemente riduce al pensiero unico. Guai a chi ci smentisca.
Questi comportamenti, che ci stanno rendendo sempre più Narcisi, rischiano di rinchiuderci definitivamente in una prigione, condannati all’incapacità di percorrere distanze che necessitano proprio della capacità di uscire fuori da noi stessi.

Ci stiamo ritagliando un contesto libero per definizione, solo perché epurato da qualsiasi contraddizione, nel quale basta un clic per fare sparire ciò e chi non ci piace. Il pensiero diverso è bannato, proviamo una rassicurante soddisfazione ad essere circondati solo da chi sia propedeutico all’ espansione del nostro Ego. Un ego extralarge, affamato di consenso, incapace di cogliere la ricchezza della diversità, di godere dell’ascolto e dello scambio fatto di un autentico confronto.

“Spesso sostengo lunghe conversazioni con me stesso e sono così intelligente che a volte non capisco nemmeno una parola di quello che dico”. 

La citazione di Oscar Wilde sembra fatta per calzare a pennello con i comportamenti che spesso teniamo sui social, in realtà sono sempre più a-social.
In tutto questo dispendio di commenti, faccine e like, si finisce per non ritrovare più il capo né la coda: siamo persi tra le numerose immagini di noi stessi replicate all’infinito, senza un rapporto con altri  divenuti puramente un  “pubblico”, ed in nome di una effimera notorietà ci pubblichiamo e pubblicizziamo senza posa.

Allora sarà proprio come afferma Ennio Flaiano?

“Mai epoca fu come questa tanto favorevole ai narcisi e agli esibizionisti. Dove sono i santi? Dovremo accontentarci di morire in odore di pubblicità?”

Finiremo per cadere e annegare dentro il nostro specchio virtuale.

Salvator Dalì – “La metamorfosi di Narciso” (1936)

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


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Un commento su “Mi sono innamorato… di me

  1. Questa società dell’apparire non è basata sulle immagini ma sulle maschere. Come scriveva Luigi Pirandello: “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.”. I selfie e i social danno l’impressione di esserci o addirittura di essere ammirati. Personalmente ritengo che si presenta sempre in modo perfetto, impeccabile abbia qualche problema, come chi si mette una maschera. Cioè che cerchi nell’esteriorità per avere la sicurezza interiore. E’ anche la ricerca di un simbolo, come un capo di abbigliamento, un accessorio, un gioiello, un apparecchio tecnologico, una macchina. Non è difficile vedere tra questi soggetti chi ride (o piange) solo a comando o per compiacere o impressionare gli altri. Al contrario la persona libera non ha bisogno di un selfie, di una bella immagine, di mostrarsi, di diventare. E’ l’eterna differenza tra chi è se stesso e chi recita una parte non sua. Tra l’uomo libero e il servo

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