Tarallo e la Santa Impazienza, parte sesta

“Se è per questo, ho pure le mascherine alla menta piperita!”.
Queste furono le prime parole che Afid rivolse ai suoi due amici, Tarallo e Consuelo, abbracciandoli illegalmente dopo aver servito l’ultimo cliente.
Dei presunti tamponi per farsi l’autotest del coronavirus non gliene era rimasto neppure uno, erano tutti andati a ruba.
“Ma disgraziato – Lallo lo tirò per un braccio – che ci fai qui e come ti è venuto in mente di vendere quella roba, che poi chissà che accidenti è?”
“Niente di pericoloso, stai tranquillo, solo dei cotton fioc ritoccati, una boccettina di succo di mirtillo con aggiunta di alcool alimentare e delle striscette per misurare la glicemia che mi ha dato un amico diabetico che ne ha a sacchi.
Un successone: ne vanno pazzi!

Per il resto, sono qui perché con gli amici ci è arrivata voce che tu e Consuelo ve la spassavate a spese del giornale”, e rise sgangheratamente. Poi riprese: “Non ricordo chi, ha poi accennato a fatti misteriosi che avvengono in una chiesa di questo paese: sembrava roba eccitante, così non abbiamo resistito!
Cervellenstein è in ferie obbligate perché deve tenere lo studio chiuso e a tutti noi andava di fare un po’ di casino con voi due, e dunque, eccoci qui!
Ci siamo fatti un chilo e mezzo di autocertificazioni e siamo partiti: risultiamo tutti assistenti dell’illustre Psicologo, venuto a curare gli abitanti del posto, andati in depressione a causa della pandemia e degli altri fatti inspiegabili che colpiscono il loro paese.

Afid, l’amico falsario

Pensa: ci sono pure Cleofe, la segretaria di Cervellenstein, che si è impuntata per venire, Donna Romualda, Abdhulafiah e, sorpresona, Tressette col nipote Lisippo!
“Oddio pure Lisippo! -gemette Tarallo sotto shock, mentre le ginocchia gli si piegavano – quello alla prima Smart che vede ci fa andare tutti in galera.

Cavolo, non mi potete fare questo, io sono qui per lavorare!”
“Ma no, ti preoccupi troppo: Lisippo pensa a ben altro, ormai è imbalsamatore professionista: ha fatto un corso di diversi mesi e ora fa l’apprendistato presso “l’Attimo Fuggente Srl”, una famosa ditta di tassidermisti.
Non si occupa più del settore automobilistico, ormai si interessa solo all’imbalsamazione: lui adesso imbalsamerebbe, seduta stante, qualsiasi tipo di essere vivente, dalla zecca al pachiderma, non aspetterebbe nemmeno che sia defunto per farlo.
Gli basterebbe un semplice stato di assopimento di chi si è messo in testa di imbalsamare, per indurlo a metter mano ad aghi ed uncini e procedere.
E’ tanto fissato su questa faccenda che Abdhulafiah dice che gli sembra la reincarnazione di uno degli specialisti che lavorò per 272 giorni per sistemare per l’eternità la regina Meresankh III, forse una delle mogli di Chefren.
Credimi: è davvero appassionatissimo del suo mestiere: le Smart non sono più materia in agenda per lui.

Il giovane Lisippo Tressette

Quindi Lallo, sta’ rilassato, sei troppo teso. Tra un po’ dovrebbero arrivare qui i nostri, sono andati a fare un giro per prendere confidenza con Strappoli di Sotto.
Ah guarda, anzi: eccoli che arrivano”.
A Lallo, man mano che il discorso di Afid andava avanti, cedeva in egual misura la mandibola, che quando il falsario tacque, finì per calargli del tutto.
In effetti la truppa amicale era in marcia.
Era stata rallentata poco prima da un carabiniere che li aveva fermati, ricordandogli il testo del DPCM n°347 in materia di coronarovirus, che prescriveva a tutti di mantenere una distanza di due sternuti l’uno dall’altro.
Già che c’era, gli mostrò anche quello dell’istantaneo DPCM n°348, un decreto caldo caldo, appena sfornato, riguardante la stessa materia: suggeriva a chiunque di lavarsi le mani e i piedi durante la deambulazione.

In coseguenza di ciò, la strana brigata muoveva in fila indiana, ed i suoi membri, disciplinatamente distanziati tra loro di due sternuti esatti, si lanciavano a turno una bottiglietta di disinfettante per le mani.
Coi piedi l’impresa era più ardua: eseguendo un mezzo saltello, si poteva dare giusto una spazzolatina alle scarpe, ma non si poteva pretendere di più da gente in cammino.
Il professor Cervellenste procedeva in testa al gruppo, elegante come sempre e perfettamente a suo agio in ogni situazione.
Lo seguiva, fascinosa e piena di stile, Donna Romualda; dietro di lei Abdhulafiah camminava distratto, stando chino su un quotidiano finanziario.
Scuoteva la testa con aria incredula: l’esserino fetente stava mandando a rotoli il mercato e stavolta nessuna soffiata avrebbe potuto avvertirlo.

Cleofe, l’ottuagenaria più calda dell’emisfero occidentale, andava spandendo ovunque il fumo tossico delle sue sigarette puzzolenti, misto all’odore penetrante del profumo ”Erotique n° 5”, che si era spruzzata addosso ad ettolitri.

Si teneva alle calcagna del consulente finanziario ambulante, procedendo con sicurezza su tacchi di altezza alpina che mettevano in risalto la sua mise, coloratissima e un po’ audace.
Chiudevano la sequenza di quel campionario di bipedi i due Tressette, uno più fuori posto dell’altro.
Omar, con indosso un vestito di cent’anni prima, guardava sospettosissimo la via, i suoi palazzi e squadrava attentamente la poca gente che incontrava.
Tanto per cambiare, ci doveva essere qualcosa che lo convinceva poco, visto che negli occhi gli baluginava uno sguardo stranito quanto potrebbe essere quello di un islandese trapiantato di botto a Forcella.

Omar Tressette

Suo nipote Lisippo, che portava una impressionante felpa dell’A.i.i. (Associazione Imbalsamatori Italiani) teneva le mani in tasca e la faccia a terra e aveva l’aria di chi, camminando, va facendo puntigliosamente il censimento di tutte le formiche zoppe residenti nella zona.
Arrivato nei pressi di Consuelo, Tarallo e Afid, il bizzarro gruppo si arrestò senza preavviso: fu Cervellenstein che stava già volando per salutare calorosamente, abbracciandola, la ragazza meraviglia, che, ricordatosi delle nuove distanze di legge, frenò di botto, arrestandosi a circa tre sternuti e mezzo di distanza da lei e dagli altri due.
Il resto della compagnia, preso alla sprovvisa dalla sua inchiodata, gli franò addosso: Cleofe in seguito alla spinta, per un bel po’ oscillò sui suoi tacchi vertiginosi, come un grattacielo durante un terremoto, ma riuscì infine miracolosamente a tenersi in piedi.
Di tutto il gruppo gli unici a cadere sull’asfalto naif di Strappoli di Sotto, furono i due Tressette.
Il resto del gruppo trattenne allora il respiro, attendendosi un furioso scoppio d’ira del grande idiosincratico.
Le sedute di analisi con Cervellenstein, però, qualche risultato lo avevano pur prodotto, se è vero che Tressette non fece o disse assolutamente nulla.
Lo sforzo di controllarsi e di tacere, dopo essersi rialzato, dovette comunque essere titanico, tanto da donare temporaneamente ad Omar un colorito insolito, come di polpo alla piastra.
Recuperata tutti la stazione eretta, gli amici si salutarono come si faceva in tempi di coronavirus, agitando il braccio a distanza, alla maniera dell’indimenticato Ruggero Orlando.

Fu Cervellenstein a quel punto, a porre il problema del pranzo.
Tarallo propose di andare da “Zia Sofronia”, il ristorante dove aveva già assaggiato gli splendidi truccugli locali, e, sentendolo cantarne le lodi, tutto il gruppo valutò positivamente il suo suggerimento.
Si avviarono, stando sempre in fila indiana e distanziati tra loro di due sternuti.

Arrivati davanti al locale, vi trovarono Zia Sofronia in persona, mezza diroccata nell’aspetto, che alzava alti lamenti dinanzi ad un carabiniere dall’aria risoluta.
Incurante del pianto fluviale della donna, il milite le aveva consegnato il DPCM n°349 in materia di coronarovirus, quello che per motivi di sicurezza collettiva, imponeva la chiusura di tutti i ristoranti la cui ragione sociale iniziasse con la lettera “Z”.
“Bene ragazzi – disse a quel punto Tarallo deluso – il governo tallona da vicino il virus.
Cambiamo rotta e proviamo ad andare alla Trattoria ”Abbacchio devoto”: qualcuno mi ha detto che il posto non è male e i truccugli, del resto, qui li fanno bene un po’ dapertutto.
Tempo cinque minuti e arrivarono nella Piazzetta Frate Ampelio Manifatti, il piccolo slargo nel quale era ubicata la trattoria.

Il locale pareva tipico al punto giusto, tanto che i lati dell’ingresso erano classicamente presidiati da due edere rampicanti d’ordinanza.
L’interno, invece, era un po’ buio e rustico, ma i tavoli e le sedie erano comunque solidi e comodi.
Tutta la brigata, rasserenata, sedette in attesa che arrivasse il cameriere a prendere le ordinazioni.
Naturalmente anche in quel locale le sedie mantenevano tra loro la distanza dovuta di due sternuti.
“Chissà chi sarà stato ‘sto Ampelio Manifatti a cui è intitolata la piazzetta – si chiese Afid, pensieroso, – sarà stata una gloria locale, suppongo, voi ne sapete niente?”
Ripose Abdhulafia, come sempre il più informato: “Era un frate giornalista, stretto schiacciato al potere del paese, che divenne famoso per aver stabilito un record assoluto: diecimila notizie date e tutte fasulle!! Un prodigio che nemmeno il tuo Frangiflutti…” aggiunse poi, rivolto a Tarallo.
Ridendo il giornalista rispose: ”Perbaccone, i due sembrerebbero davvero la stessa persona! Ah Ah Ah!!”.

Frate Ampelio Manifatti

E tutti si unirono all’ilarità di Lallo.
A prendere le ordinazioni venne direttamente Tarcisio, il proprietario dell’”Abbacchio devoto”: “Faccio da me- confidò al gruppo – sapete, de ‘sti tempi nun ce se po’ permette er perzonale”, disse, un po’ amareggiato.
Non fece neanche in tempo a segnare sul suo blocchetto l’ordine di Tressette, che era stato il primo a decidere cosa mangiare, che nel locale entrò il solito carabiniere con un foglio in mano.

Fu così che Tarcisio, attonito, venne a sapere di dover chiudere immediatamente la trattoria, in virtà del DPCM n° 350, promulgato un minuto prima, che imponeva la sospensione a tutte le attività di ristorazione la cui ragione sociale iniziasse con le lettere ABBAC.
Un mormorio di delusione percorse la tavolata.
I nostri amici capirono che per riempirsi lo stomaco avrebbero dovuto arrangiarsi: sarebbero andati in un supermercato e avrebbero preso della roba pronta, qualcosa che non necessitasse di esser cotto.
Lo avrebbero mangiato poi, stando ammassati illegalmente nella stanza di Lallo e Consuelo, la mitica e disgustosa numero Otto della Pensione La Rossa.
Così fecero, disponendosi un po’ ovunque il quello spazio angusto, attaccando i tristi tramezzini e le altre schifezze assortite che avevano raccattato nel piccolo Carreconad del paese.
Lallo parlò ai suoi amici stupefatti, dell’assurda vicenda dei santi che cambiavano posizione all’interno dei quadri o che vi ospitavano presenze femminili estranee, mostrando agli amici l’immagine della processione dei santi bizantini coi palloni da calcio in mano.

Mentre Tarallo raccontava le straordinarie vicende di quei martiri irrequieti, ad Afid, improvvisamente venne in mente una cosa che aveva notato di sfuggita al momento della ressa causata dalla gente che si ammassava per comprare i suoi tamponi falsi.
Subito dopo quel ricordo era svanito dalla sua memoria.
“Ma lo sapete che mentre servivo tutta quella massa di persone, prendendogli i soldi e mettendogli in mano il tampone, per un attimo mi è parso di veder passare, ad una certa distanza, un tizio che somigliava in modo impressionante a Monsignor Verafé?
Non aveva l’abito da religioso, era vestito normalmente: i nostri sguardi si sono incontrati, lui mi ha guardato in modo strano per un secondo, poi, come spaventato, ha voltato subito la testa allontanandosi in fretta.

Mons. Verafè?

Il vero Monsignore mi conosce, mi ha visto, sono anche andato sotto falso nome nella sede centrale dei Gesuiti, ricordate?
Anch’io però conosco lui.
Non ne sono certo al cento per cento, ma per me quello era sul serio Verafè travestito, che mi ha pure riconosciuto: non so davvero cosa ci starebbe a fare qui a Strappoli di Sotto
La sua comparsa certamente non sarebbe ricollegabile ad impegni istituzionali, visto che è caduto in disgrazia e che quindi non sarebbe mai stato spedito qui ad indagare sul mistero dei martiri ambulanti.
In ogni caso, credo proprio di non sbagliarmi e penso che quel tale fosse lui, ci potrei, anzi, giurare”.
“Mistero nel mistero”, commentò Tarallo, aggrottando la fronte, perplesso.

Continua…

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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