MATTHIAS SINDELAR: il coraggio di dire di no

di Lino Predel

«Il nuovo Führer dell’Austria Vienna ci ha proibito di salutarla, ma io vorrò sempre dirle “Buongiorno” ogni volta che avrò la fortuna di incontrarla.»

(Matthias Sindelar, calciatore, a Michael Schwarz, presidente della squadra dell’Austria Vienna, rimosso dall’incarico in quanto ebreo)

Questi nostri giorni sono inevitabilmente intasati dalla presenza ossessiva delle partite di un Campionato Mondiale di Calcio al quale noi italiani non partecipiamo.
Non accadeva da sessant’anni che rimanessimo fuori, ma il circo è ormai partito e non sembra rimpiangerci affatto.
È uno spettacolo faraonico, sezionato in ogni secondo da cento telecamere, ingrassato dai commenti di un migliaio di telecronisti con opinionista al seguito, condito dalla rievocazione di scontri epici di altri tempi e dalla celebrazione degli eroi calcistici del passato.
Stupisce allora che in questo mausoleo dedicato alle divinità del pallone, che quotidianamente visitiamo, non ci sia posto per una grandissima figura di giocatore, un campione che anche come uomo dimostrò altrettanta statura.

Matthias Sindelar,

austriaco, fu uno dei più grandi mai visti correre su un campo di calcio, ma fu anche quel giocatore che finì per scontrarsi col peggiore dei regimi totalitari che dominavano l’Europa.
La sua storia gloriosa e drammatica terminò misteriosamente nel 1939, un giorno di gennaio.
Quella mattina una voce prende presto a circolare per tutta Vienna: Matthias Sindelar è morto, sembra si sia suicidato mettendo così fine alla sua silenziosa battaglia col Terzo Reich.

I funerali si celebrano in una gelida giornata di quel gennaio del ’39. La gente di Vienna si riversa in massa nelle strade nonostante i tentativi poco mascherati da parte dei capi di dissuaderla dal partecipare.
Negli occhi tristi della gente si può intuire un pensiero nascosto, un sospetto, un’accusa inespressa, qualcosa che è impossibile dire esplicitamente perché gli scagnozzi dei nazisti sono sparpagliati ovunque in giro.

 

Sindelar (a sinistra) passeggia per le strade di Vienna presidiate dai Nazisti

La Gestapo che da sempre detestava Sindelar, a causa della sua immensa popolarità ha concesso ipocritamente il consenso a celebrare dei pubblici funerali ed è per questo che circa quarantamila persone si accalcano per rendere omaggio a quello che per loro è stato più che un uomo, e certamente più che un calciatore, seppure strepitoso.
Intanto era il simbolo di uno sport, il calcio austriaco, che passato il ciclo irripetibile degli anni che vanno dal 1931 al 1938, non riuscirà più a sfiorare le vette raggiunte dal “Wunderteam”, la nazionale, la squadra delle meraviglie.

Quella folla affranta e muta viene a celebrare un doppio commiato. Con l’addio a  Matthias Sindelar saluta non solo un campione del calcio, ma anche della coerenza, e contemporaneamente piange anche la morte di uno Stato che non c’è più.

La sua tomba presso il cimitero Centrale di Vienna

Matthias Sindelar, il più grande giocatore che Vienna abbia mai avuto, è stato infatti il fiore all’occhiello dell’amatissima Austria, divorata un anno prima dalla Germania hitleriana con l’Anschluss.
Ancor prima era stato eliminato il Cancelliere austriaco Dolfuss, nonostante Mussolini garantisse per lui:

ora l’ex nazione imperiale era una provincia del Terzo Reich. Di Sindelar qualcuno scriverà:

Era il ‘primo violino’ di un’orchestra chiamata “Wunderteam”, una squadra che sembrava danzasse il suo calcio”.

La buffonata referendaria era stata preceduta da quella che i nazisti avevano ribattezzato la “Partita della riunificazione”.
In quella circostanza i calciatori austriaci avrebbero potuto giocare la loro ultima partita nazionale proprio contro la Germania di cui poi avrebbero dovuto vestire la maglia in vista dei Mondiali di Francia.
I nuovi padroni avevano concesso agli avversari di fregiarsi per l’ultima volta del nome “Austria’’ e di giocare coi loro colori.

Naturalmente si era fatto intendere agli austriaci che non era ammessa nemmeno una larvata ipotesi di una loro possibile vittoria:

l’orgoglio nazista andava tutelato a priori.

Sarebbe stata una partita più che amichevole, insomma: agli austriaci, da sempre più forti, era chiesto soltanto di evitare il gol.
Sarebbe stata l’ultima partita di Matthias Sindelar che aveva allora 35 anni ma restava ancora uno dei migliori al mondo nel suo mestiere.

Forse prima di entrare in campo gli era venuto in mente del Michael Schwartz, il presidente del “suo” Austria Wien, allontanato dal club nel momento stesso in cui i tedeschi avevano occupato il Paese, poiché questa squadra era l’espressione della borghesia ebraica.
“Herr Doktor”, egli stesso ebreo, per Matthias era stato un secondo padre.
Quello vero, un muratore che dalla Moravia si era trasferito con la famiglia a Vienna per cercare lavoro, era poi caduto sul fronte italiano durante la Grande Guerra.

Matthias Sindelar al centro con la famiglia all’età di 5 anni nel 1908

Sindelar era nato nel 1903 a Kozlov in quella che oggi è la Slovacchia ma che allora faceva parte dell’impero austroungarico.
La sua adolescenza era stata difficile. Le scarse possibilità materiali della sua famiglia, la fame conseguente ed il lavoro minorile in una officina gli avevano interdetto uno sviluppo fisico adeguato.
Era prioritario per lui, orfano di padre,  guadagnare abbastanza per mantenere la madre e le tre sorelle.
Costretto ad essere suo malgrado adulto, dopo il lavoro aveva trovato nel pallone un modo per esprimere un talento particolare che combinato con la sua determinazione era destinato a cambiargli la vita. Quel poco che aveva messo in mostra era bastato per far sì che Sindelar venisse notato da un dirigente dell’Hertha Vienna, un club di seconda fascia.
Non lo avevano poi fermato né una lesione al menisco, che ai tempi avrebbe potuto stroncare una carriera, né l’iniziale diffidenza di Hugo Meisl, l’allenatore dell’Austria Wien, società che lo aveva prelevato dall’Hertha.

Matthias però era destinato ad imporsi perché era un giocatore quasi unico, capace di essere contemporaneamente un artista del dribbling, un regista avanzato e un puntuale goleador.
Nei caffè viennesi gli intellettuali dicevano di lui che “giocava come si gioca a scacchi” e che “ogni suo gol era come il finale perfetto di uno straordinario racconto’’.

Meisl lo aveva scartato, non si adattava al suo modulo di gioco, ma era dovuto tornare sui suoi passi in fretta dopo che si era reso conto dell’errore:
con Sindelar in mezzo all’attacco l’Austria Wien aveva mostrato da subito il miglior calcio mai visto prima di allora.
Per il suo fisico esile era stato soprannominato “Der Papierene” cioè Carta Velina,  ma ad onta della sua leggerezza strutturale aveva una ferrea volontà, in grado di annullare ogni difficoltà. Con lui a trascinarla, la squadra dell’Austria Wien vinse due Mitropa Cup,  la Coppa dei Campioni dell’epoca. 

La storia avrebbe ricordato quel periodo come quello del “Wunderteam”, la nazionale austriaca capace di conquistare la seconda Coppa Internazionale e di giocare alla pari a Londra contro gli allora imbattibili maestri dell’Inghilterra.

In quella gara, persa 4-3, Sindelar aveva segnato l’ultimo gol dribblando, uno dopo l’altro, almeno sette avversari.

Fu una rete che l’arbitro avrebbe poi definito “bellissima e irripetibile”.
Al fischio finale gli inglesi si erano precipitati a complimentarsi con lui e qualcuno gli aveva prospettato anche un possibile trasferimento.
Ma Carta Velina non aveva nemmeno preso in considerazione quella proposta perché mai avrebbe lasciato l’Austria Wien e il suo amato Paese.

Sindelar in rete contro il Rapid, il 6/9/1931.

Nel periodo della squadra delle meraviglie Matthias Sindelar era considerato da tutti, avversari compresi, il miglior giocatore d’Europa.
Le vittorie erano arrivate una dopo l’altra e soltanto un arbitraggio a dir poco controverso gli aveva negato la vittoria ai Mondiali del 1934.
Gli austriaci erano stati sconfitti in semifinale dai padroni di casa dell’Italia, sotto gli occhi compiaciuti del Duce e Sindelar in quella occasione aveva potuto rendersi conto delle logiche degli stati dittatoriali.
Per tutta la partita l’arbitro aveva ignorato il gioco violento di Monti, il centrale azzurro.
Schiavio, il suo compagno di squadra, disse poi che Sindelar “stava letteralmente facendo impazzire Monti”, che si era affrettato a metterlo fuori dai giochi massacrandolo di botte.
L’arbitro aveva infine deciso la gara dando per buono il gol decisivo dell’Italia segnato da Guaita dopo una evidente carica di Meazza al portiere. 

Sindelar era tornato in Austria e aveva ripreso a incantare le folle fino al 1938, quando la sua patria aveva cessato di esistere.
Arrivato infine il giorno della cosiddetta “amichevole della riunificazione”, i gerarchi tedeschi e locali presenti in tribuna erano rimasti di sasso vedendolo immobile, con le braccia lungo i fianchi, evitare il consueto saluto nazista che i giocatori dovevano tributare alle autorità del Reich prima del calcio d’inizio.

Naturalmente non glielo avrebbero mai perdonato.

I presenti avrebbero assistito allo splendido canto del cigno del miglior calciatore mai visto fino ad allora.

Un cigno che si era proclamato libero.

Per quasi tutta la partita Sindelar scherzò con gli avversari, ubriacandoli di finte, mettendoli fuori posizione con una serie di giocate straordinarie, ma concludendo le azioni con volontari tiri sbilenchi. Era come se volesse rendere evidente la superiorità che non doveva essere espressa con i gol.
I tedeschi stavano ricevendo una lezione umiliante.

Alla fine Cartavelina si stancò di giocare e nel secondo tempo andò a segno festeggiando proprio sotto la tribuna delle autorità.

L’Austria aveva vinto la sua ultima gara con un 2-0.

Malgrado tutto i tedeschi cercarono poi di convincerlo a giocare per la nuova Germania unita, che puntava a vincere i Mondiali.
Ma il “Sindi”, come lo chiamavano nel suo club, rifiutò costantemente questi inviti sostenendo di essere troppo vecchio e malandato.
Tutti sapevano in realtà, anche e soprattutto i nazisti, che mai avrebbe giocato per Hitler.

Si sarebbe ritirato poco dopo quella partita, acquistando un bar nei pressi del quartiere Favoriten dov’era sempre vissuto.
Pur avendo la possibilità di farlo, grazie alla fama e ai tanti contatti che aveva nel calcio europeo, non sarebbe mai fuggito.
Restò così nella amata Vienna mentre il mondo si sporgeva ormai sull’orlo dell’abisso.

Sindelar davanti al suo café in Laxenburgerstraße 16, al Favoriten, il quartiere popolare dove aveva sempre vissuto

Quel giorno triste di gennaio del 1939, un vecchio amico lo andò a cercare a casa, un appartamento nello stesso stabile del suo bar.
Trovando strano che nessuno rispondesse decise di entrare lo stesso forzando la porta: 
trovò Matthias, privo di vita, riverso nel suo letto.
Al suo fianco giaceva la compagna, l’ebrea Camilla Castagnola conosciuta a Milano qualche tempo prima.

La polizia archivierà il tutto sotto la voce “morte accidentale”, riscontrando in una canna fumaria difettosa la causa della tragedia.
Un banale incidente forse. Molti si chiesero tuttavia se la tragedia non fosse stata in realtà provocata da un piano teso ad  eliminare senza troppi sospetti quello che per gli austriaci e la Gestapo era ormai un simbolo di resistenza.
Dopo la guerra risultarono scomparsi tutti gli incartamenti riguardanti la morte di Sindelar e fu scartata una riesumazione dei resti perché lui e la sua compagna erano stati seppelliti in fretta e furia dopo il funerale.

Nella ridda di ipotesi che si scatenarono e che continuarono a circolare a lungo si distinse quella dello scrittore Torberg, che arrivò a supporre che il grande campione si fosse tolto la vita di proposito, affranto dal pensiero di non poter più vedere libero il suo Paese.

Nessuno purtroppo saprà mai la verità con certezza, ma se dopo quasi ottant’anni la sua morte resta ancora avvolta dal mistero, tanto più in questi giorni in cui il calcio si fa business dello spettacolo, va ricordato il mito di Matthias Sindelar, “il Mozart del calcio” che mai si piegò alla follia nazista.

L’uomo che disse no a Hitler.

 

 

 

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