Ettore Petrolini: la maschera e la sofferenza

Gastone, ho le donne a profusione

e ne faccio collezione… Gastone, Gastone.

Sono sempre ricercato per le firme più bislacche

perché sono ben calzato perché porto bene il fracche

con la riga al pantalone… Gastone, Gastone.

 

Tante mi ripeton: sei elegante!

Bello, non ho niente nel cervello!

Raro, io mi faccio pagar caro

specialmente alla pensione… Gastone, Gastone.

 

 La figura di Ettore Petrolini rappresenta in modo emblematico le vicende del teatro di varietà dei primi decenni del Novecento. Riassumendo in sé l’attore e l’autore, Petrolini inventò un repertorio ed una maniera di proporsi che hanno profondamente influenzato il teatro comico italiano.

Contribuì a svecchiare il gusto del pubblico, riprendendo e divulgando forme espressive delle avanguardie teatrali, rendendole “popolari” in maniera estremamente efficace.

Petrolini fu una maschera, certo, ma è stato anche la cosa più vicina al cabaret che l’Italia sia riuscita a produrre in quegli anni, acuto e sarcastico interprete degli aspetti più surreali e ipocriti di quella società che si riteneva moderna.

Ma chi era davvero Ettore Petrolini?

Petrolini neonato

Nacque a Roma nel 1884, quarto di sei figli, in una casa che si affacciava sulla meravigliosa via Giulia. Sua madre era Anna Maria Antonelli, Luigi il padre, un fabbro di Ronciglione, uomo di grande severità con cui Ettore ebbe sempre rapporti difficili, compensati appena dalle premure materne.

Frequentò già da ragazzo i teatrini romani, improvvisandosi attore per divertimento.
Fin da “pischello”, infatti, Petrolini manifestò una irrequietezza davvero esplosiva: fu il classico discolo.

Si divertiva ad infilarsi nei cortei funebri dove, mischiandosi agli altri,si atteggiava a parente addolorato.
A chi gli chiedeva perché lo facesse rispondeva candidamente che stava recitando, facendo soltanto teatro!

Venne cacciato dalla scuola “Vittorino da Feltre”perché troppo indisciplinato, ma se la scuola lo aveva respinto, la strada era pronta ad accoglierlo, rimanendo a quel punto l’unica sua maestra di vita.

Ettore tornava spesso a casa con gli abiti a brandelli, come tutti i suoi compagni, ma, diversamente da loro che erano semplicemente immersi in quella realtà, lui stava anche accumulando un bagaglio di esperienze che avrebbe sfruttato per tutto il corso della sua vita.
Una vita che  prese una strada drammatica quando, all’età di tredici anni, venne condannato al riformatorio per aver ferito un suo amico. Quando i genitori dell’amico ritirarono la denuncia era già troppo tardi perché nel frattempo Petrolini, rinchiuso in quell’istituto, si era trasformato in un piccolo delinquente. Quando ne uscì aveva accumulato ormai dentro di sé tanta rabbia e tanto sarcasmo che segneranno indelebilmente tutta la sua carriera di attore.

Il giovane Ettore ebbe poi la sua gavetta nei teatri popolari romani, quelli dove sul palco il pubblico buttava le bucce dei lupini, ma lo notarono anche gli emissari di alcuni caffè-concerto di buon livello, come il Gambrinus.

 

Già a quel tempo si fece una discreta fama e riuscì a creare alcune esilaranti macchiette romanesche come Sor Capanna e Giggi er Bullo, con le quali prese in giro tutti gli strati sociali: dal popolino più straccione ai personaggi più famosi del tempo.
Politici, intellettuali, artisti e scrittori (un suo grande ammiratore fu Aldous Huxley) correvano a vederlo ogni sera.

Nel 1903, appena diciannovenne, Petrolini incontrò Ines Colapietro che sarà per molti anni sua compagna di lavoro e di vita, oltre che madre dei suoi figli. Ines, che aveva allora solo quindici anni, era stata ingaggiata come cantante dal Gambrinus  di Roma.

L’impresario Peppe Jovinelli comprese bene il talento di Ettore e lo scritturò per tre anni nel suo celebre teatro di varietà a Piazza Pepe: questa mossa significherà per entrambi il conseguimento del successo, e non solo di quello economico.
Si pensi solo che quando Petrolini sarà ingaggiato dalla Sala Umberto il direttore di quel teatro dovrà pagare a Jovinelli una penale di 8000 lire, cifra enorme per allora.

Petrolini e Ines Colapietro in Messico

Nel maggio 1907 a Genova, Ettore e Ines ottennero una scrittura dall’impresario Séguin per una tournée in Sudamerica dove si esibirono in molte città, riscuotendo ovunque grande successo.

Alcuni caratteristici numeri comici, nati come semplici macchiette, furono rielaborati da Ettore nel tempo, con un lavoro che diede loro uno spessore da veri personaggi di commedia.

È il caso di Gastone, nato dalla macchietta Il bell’Arturo, inserita nella rivista “Venite a sentire”, che irrideva le star del declinante cinema muto e i cantanti strappalacrime del tempo.
Quel personaggio, uno dei suoi più famosi,venne ripreso spesso fino a diventare il protagonista assoluto della commedia omonima,“Gastone”, del 1924.

Altro personaggio nato semplicemente come macchietta, l’Antico romano, si trasformò in Nerone, considerato una satira pungente della retorica del regime fascista, un regime che spesso, coi suoi gerarchi e funzionari, finiva per ridere con lui, non cogliendo la finezza satirica che nascondevano spesso le sue maschere.

Fotografia con dedica che Mussolini inviò a Petrolini

Petrolini non prese mai una distanza definitiva dal fascismo: verso i gerarchi il suo umorismo era allusivo ed elusivo, ma mai esplicitamente letale.
Vivendo nell’Italia di allora sarebbe stato comunque difficile poterselo permettere.

Una sua contraddizione, tale può essere valutata in un uomo con la sua storia,  fu la fame di riconoscimenti e onorificenze che lo accompagnò per tutta la vita, ma contemporaneamente accadeva che i suoi testi venissero censurati perché Ettore strabordava da essi a suo rischio e pericolo.

Suscitò perfino l’entusiasmo dei futuristi, in particolare di Marinetti, che a proposito del personaggio di  Fortunello scrisse come fosse“il più difficilmente analizzabile dei capolavori petroliniani, che col suo ritmo meccanico e motoristico, col suo teuf-teuf martellante all’infinito, assurdità e rime grottesche, scava dentro il pubblico tunnel spiralici di stupore e di allegria illogica e inesplicabile”.

Evidentemente lo scrittore non aveva portato rancore a chi lo aveva preso in giro per bene con gli “stornelli malthusiani”:

“Marinetti – cantava Petrolini – è quella cosa / che facendo il futurista / di carciofi e di patate/ ogni sera fa provvista”.

La storia racconta che oltre a Chaplin, che però se ne stava al sicuro in America, solo un altro uomo ridicolizzò una dittatura fascista: Petrolini. L’oggetto non troppo occulto di alcuni suoi strali ironici, il Duce, pur ridendo a denti stretti, si vide costretto, data la popolarità dell’attore, a fregiarlo della medaglia per il valore nelle arti e in occasione del ritiro di quella onorificenza, cerimonia alla quale presenziava Mussolini in persona, l’attore, presa la medaglia, disse: “Me ne fregio!”

Ettore Petrolini in Nerone

Essendo la sua satira rivolta contro ogni forma di potere politico, clericale o intellettuale, le sue macchiette colpivano a 360 gradi tutta la società dell’epoca, partendo da figure di popolano, come Giggi er bullo, per arrivare a satireggiare il Duce stesso, rintracciabile facilmente nel personaggio di Nerone.
L’arte di Petrolini era il risultato di una innata comicità popolare che si fondeva con la sperimentazione teatrale ed era incessante il suo lavoro sui personaggi, pronti ad adattarsi e modificarsi ai tempi che cambiavano.

Il personaggio di Fortunello fu uno dei primi esempi di dadaismo portato sulle scene, e fu infatti con Petrolini che il nonsense si infiltrò nel mondo della canzonetta:

Mi chiamo Ambrogio, ho l’orologio

che segna sempre, le ventitrè

chi sa perché?

Molto prima dell’avvento di un teatro “impegnato” che avrebbe voluto che il pubblico diventasse spettatore attivo, Petrolini già durante la piece su Nerone era solito elogiare gli spettatori per poi provocarli, lanciando un atto di accusa verso gente che in silenzio accettava la dittatura, senza rendersi conto che questa, se da un lato elargiva panem et circenses, dall’altro strozzava tutte le libertà.

La comicità petroliniana era sprezzante, diretta, si traduceva in un continuo, beffardo e sistematico “J’accuse” contro ogni forma di vizio e di virtù italica.

“Il suo carattere era irascibile e prepotente – disse una volta Blasetti – ma era la sua arma per non farsi mettere i piedi in testa’’.

Fu l’unico ad avere il coraggio di denunciare la magistratura e la polizia colluse con la dittatura: lo fece, ad esempio, nello sketch dedicato a Girolimoni, presunto pedofilo, in realtà ulteriore vittima di un tragico fatto di cronaca.
La sua lettura dei fatti mise in ridicolo il perbenismo di facciata del regime che se l’era presa con un poveraccio innocente.

Riusciva a far ridere e divertire il pubblico delle sue stesse sciagure, ricordandogli sempre però, che  è proprio un popolo succube e timoroso a rendersi primo complice della tirannia.

All’apice della sua carriera, ormai affermato, Petrolini partì per una serie di tournée all’estero e con la sua compagnia girò le principali città europee. A Parigi, ottenne quello che considerò il più alto riconoscimento: venne invitato a recitare il “Medico per forza” alla Comédie Française, il tempio di Molière. Si esibì anche a Londra, a Berlino e a Vienna.

La sua fama divenne talmente ampia e internazionale da guadagnarsi lo status di intoccabile dal regime che, come detto, fu addirittura costretto a omaggiarlo.

La sua capacità critica colpiva tutti, senza differenze, perfino la parte più potente e millenaria di Roma: il Vaticano.

Se oggi gli si riconosce l’arte innata che lo ha reso un’icona del nostro ‘900 e se i personaggi che ha creato gli sono brillantemente sopravvissuti, molto meno conosciuta è l’altra faccia di Petrolini.
Parliamo della faccia triste del grande comico, quella che lo costrinse ad un costante rapporto con la sofferenza:
con essa egli intrecciò la sola relazione duratura della sua vita, probabile eredità di una gioventù difficile.

E anche se alla sofferenza solitamente non ci si può sottrarre, perché è un’amante che non teme concorrenti, Ettore non la trattava certo da innamorato, ridicolizzava anch’essa chiamandola “la Sora Agonia”: era il suo modo di esorcizzarla

Pur con questi fardelli psicologici, Petrolini amò davvero la vita, perdendola troppo presto.
La morte lo colse quando ancora non era pronto o semplicemente quando ancora non avrebbe voluto, ma lui da sempre sapeva che in realtà non si è mai pronti:

L’uomo è un pacco postale che la levatrice spedisce al becchino”

era una delle sue frasi più frequenti e celebri.

Considerava con irriverenza la malattia di cuore che l’avrebbe ucciso, quasi fosse una sua spalla di scena.
“La signora Angina” la chiamava per esorcizzarla.

Costretto ad abbandonare definitivamente le scene nel 1935, perché sofferente di una grave forma di angina pectoris, Ettore Petrolini morì all’età di 52 anni il 29 giugno 1936, proprio nel giorno di una delle più importanti feste religiose romane.
Si racconta che negli ultimi giorni di vita, alle parole incoraggianti del medico che lo visitava e sosteneva di trovarlo ristabilito, Petrolini abbia risposto:
“Meno male, così moro guarito” e che, da sempre anticlericale, perfino ricevendo con l’estrema unzione l’olio santo, avesse trovato la forza di dire una battuta: “Mo so proprio fritto!”

Ma la frase che  forse rappresenta meglio l’amarezza nascosta con cui convisse tutta la vita, la pronunciò subito prima di lasciare questo mondo:

“Che vergogna, morire a 50 anni!’’

 

Il funerale di Petrolini

 

Alludendo alla data della sua morte, caduta nel giorno dei Santi Pietro e Paolo, Trilussa, seguendo il feretro di Petrolini, osservò:

Ha voluto esse de Roma puro all’urtimo de la vita”.

 

 

 


 

 

 

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