Storia di Beatrice Cenci, nobildonna romana

I Cenci erano una nobile famiglia romana,

discendente secondo una tesi prevalente, dall’antica “gens Cincia”, che tra i membri autorevoli contava Lucio Cincio Alimento, storico e politico romano vissuto nel III secolo A.C.. Secondo altre ipotesi sarebbero discesi da un ramo dei Crescenzi, famiglia che ebbe alte cariche prefettizie nel Medioevo.

Il padre di Beatrice, Francesco Cenci, dunque fu l’ultimo esponente di una nobile casata romana che si era conquistata ricchezza, onore e fama nel Medioevo e nel Rinascimento, al punto di diventare una delle più ricche ed influenti famiglie del patriziato della Roma papalina.

 Ritratto di Beatrice attribuito a
Guido Reni, 1599

Beatrice nacque a Roma il 6 febbraio 1577 da Ersilia Santacroce e, appunto, dal conte Francesco e legò la sua fama a gravi fatti di sangue che si svolsero tra il 1598 ed il 1599.
La vicenda di Beatrice, accusata di parricidio e per questo motivo giustiziata sulla piazza di Ponte S.Angelo, per la sua carica simbolica, fu narrata da scrittori tra i quali Stendhal, Shelley e Dumas, da musicisti come Goldsmith e illustrata da pittori come Guido Reni, che dipinse un suo famoso ritratto.

Da Ersilia Santacroce, la madre di Beatrice, Francesco Cenci ebbe diversi figli.
Lui, un uomo di carattere violento, si pose spesso in contrasto con la giustizia, tanto che durante il pontificato di papa Sisto V, per sfuggirne l’estremo rigore, si vide costretto a rifugiarsi a più riprese nella Rocca di Petrella.
Notizie delle sue malefatte correvano di bocca in bocca a Roma.

Nel 1592 salì al soglio pontificio Clemente VIII,  papa di indole rigorosa che tuttavia non disdegnava lusso e nepotismo.

 

Ippolito Aldobrandini
Il papa Clemente VIII


La sua figura, al contrario di quella del suo predecessore, non costituì mai un sufficiente argine contro le scelleratezze di Francesco.
Il conte, tra l’altro, trattava i figli molto duramente e li faceva vivere in uno stato di indigenza, mancando loro anche lo stretto necessario.
Persa la mamma quando era ancora bambina, a soli sette anni, Beatrice venne affidata alle monache francescane del Monastero di Santa Croce insieme con la sorella Antonina.
A quindici anni, diventata una bella ragazza, tornò in famiglia, ritrovando un ambiente, se possibile, ancora più violento e perverso che in precedenza ed un padre che frequentemente la insidiava e la seviziava.

Lucrezia Petroni – Ritratta dal pittore di Gaeta Scipione Pulzone detto il Gaetano 1591

La situazione non cambiò nemmeno quando Francesco si invaghì di una donna bellissima, Lucrezia Petroni, che all’inizio non gli mostrò interesse.
Essendo tuttavia inconcepibile per le donne di quell’epoca rifiutare un patrizio, Lucrezia infine cedette, pentendosene amaramente perché subito dopo il matrimonio Francesco iniziò a seviziarla con sadico piacere. 
Nel periodo del suo innamoramento per Lucrezia il conte Cenci spedì i tre figli maschi più grandi, Giacomo, Cristoforo e Rocco, all’Università di Salamanca in Spagna.
Poco dopo la moglie Ersilia morì in circostanze misteriose.

Nel 1593 Francesco poté sposare Lucrezia ed organizzò le cose di palazzo affinché la sua famiglia non avesse alcun contatto con l’esterno, evitando così che si venisse  a sapere dei suoi misfatti verso i familiari, soprattutto di quelli nei confronti di Beatrice.


I tre figli maschi nel frattempo, non ricevendo più alcun sostentamento dal padre, dalla Spagna ritornarono a Roma.
Francesco considerò il loro atto come se fosse  una forma intollerabile di insubordinazione e non solo rifiutò qualsiasi somma necessaria al loro mantenimento, ma rifiutò anche di ospitarli a palazzo.

Palazzo Cenci a Roma

I figli si rivolsero allora direttamente al pontefice perché trovasse una soluzione e il Papa costrinse il padre ad assegnare loro una discreta somma perché potessero avere almeno di che vivere.

Illustrazione da un calendario profumato di un barbiere – 1951

Nel 1598 Francesco venne arrestato in seguito alla ennesima accusa di abusi sessuali verso una popolana, e come era già successo in precedenza,  fu costretto a pagare una forte ammenda per essere scarcerato e scagionato dalla infamante imputazione.
Nel frattempo due dei suoi figli, Rocco e Cristoforo, vennero uccisi nel corso di violente liti, rimanendo la natura dell’episodio coperta da fitto mistero.

La bellezza e la grazia di Beatrice nel frattempo fiorivano sempre di più; parallelamente crebbero sia l’attenzione morbosa del padre verso la figlia, che il sadismo nei suoi confronti.
Lucrezia, la matrigna, vittima anche lei della ferocia del conte Cenci, al fine di salvare la figliastra da quel padre mostro, introdusse in casa monsignor Guerra, un giovane sacerdote addetto alla Corte del papa, nella speranza che questi le trovasse uno sposo che la allontanasse dalle grinfie di Francesco.

Interno di un calendario profumato di un barbiere – 1951

Il padre reagì nascondendo la figlia agli occhi di tutti, sia per evitare che qualche pretendente la chiedesse in sposa, costringendolo a versare una cospicua dote, sia perché voleva le sue grazie tutte per sé.

Nel 1595 Beatrice, covando ormai un comprensibile ed esasperato risentimento nei confronti del padre, con l’aiuto dei domestici spedì lettere con le quali chiedeva aiuto ad alcuni familiari.
Sfortunatamente una di queste missive venne intercettata dal padre, che per punirla la picchiò con una violenza tale da rischiare di ammazzarla.

L’episodio della lettera convinse Francesco a partire in gran segreto per la Rocca di Petrella, con Beatrice e Lucrezia al seguito, accompagnate da due servitori: Marzio, un capo brigante al quale il Cenci aveva ucciso la fidanzata, e Olimpio.
Quest’ultimo pensò di avvertire Monsignor Guerra dei fatti che stavano accadendo dandone contemporaneamente notizia anche a Giacomo, il fratello di Beatrice. 
Lucrezia e Beatrice nel frattempo erano rinchiuse al secondo piano della lugubre Rocca e vissero in tal modo a lungo come delle carcerate.

La Rocca Cenci a Petrella

Marzio decise di fuggire e tornare a Roma da monsignor Guerra.
Durante il tragitto incontrò Olimpio e due emissari del religioso che gli consegnarono alcune lettere disperate scritte da Beatrice a quest’ultimo.
Il monsignore promise ai due servitori 2.000 zecchini se avessero assassinato il Cenci e con questa intenzione i due tornarono alla Rocca.
Da quando però Francesco si era ritirato a Petrella, malato di gotta e sommerso dai debiti, la vita di Beatrice era peggiorata ulteriormente.
La ragazza, esasperata dagli abusi sessuali e dalle violenze di cui continuamente era vittima, decise di uccidere il padre con l’aiuto dei fratelli Bernardo e Giacomo, della matrigna Lucrezia e dei due servitori Marzio e Olimpio.
I loro tentativi andarono a vuoto per due volte: nel primo caso il veleno somministrato all’uomo non sortì l’effetto sperato, mentre nel secondo caso un’imboscata, messa in atto da briganti locali, si rivelò fallimentare.

Ma alla fine il piano venne portato a compimento: il 9 settembre 1598 Francesco Cenci venne ucciso nel sonno da Olimpio e Marzio con due colpi di chiodo inferti col martello, uno in un occhio e l’altro alla gola, per evitare la maglia di acciaio che egli portava sempre addosso.
Subito dopo il corpo fu gettato dal torrione del castello su un albero sottostante e le ferite mascherate affinché sembrassero inferte dai rami.

Morto il tiranno, il resto della famiglia Cenci potè rientrare a Roma.

Maria Jacobini interpreta Beatrice Cenci in un film del 1926

La Regia Corte di Napoli, però, inviò un Commissario presso la Rocca di Petrella per indagare sulla morte del Cenci.
Il funzionario fece riesumare il corpo del conte. Le ferite inferte presenti sul cadavere non convinsero il Commissario ma nonostante i suoi dubbi, la Regia Corte non diede seguito alle indagini né richiamò da Roma la famiglia Cenci.

Giacomo Cenci intanto spedì alcuni sicari a uccidere Olimpio e Marzio, le uniche persone che avrebbero potuto incolpare la famiglia.
Olimpio fu rintracciato ed ucciso, ma il secondo, arrestato dalla giustizia di Napoli per un altro delitto, confessò l’omicidio di Francesco Cenci.

La Corte Criminale di Napoli inviò così alla Giustizia di Roma la notizia ed in base a quella la famiglia Cenci venne arrestata.

Dipinto  raffigurante l’interno di una prigione in cui la giovane nobildonna romana Beatrice Cenci, con i lunghi capelli sciolti ed una gonna gialla, si accomiata dalla dama di compagnia. Sulla destra un carceriere invita la ragazza ad uscire dalla cella. – Antonio Benini 1854

Monsignor Guerra, ben coinvolto nel complotto, per motivi mai chiariti, non venne invece arrestato. 
Marzio fu condotto a Roma per testimoniare il misfatto.
Insieme con Beatrice e Lucrezia, fu portato a Corte Savella.

Targa in memoria di Beatrice Cenci condannata dal tribunale della Corte Savella

A quel punto, questo ex-brigante si rese conto che le sue ammissioni avrebbero avuto gravissime conseguenze per la famiglia Cenci, soprattutto per Beatrice, cosicché, condotto dinanzi al giudice, ritrattò la confessione.
Neanche le durissime torture alle quali venne sottoposto riuscirono a distogliere la sua volontà di ritrattazione.
Di quelle infine morì.
Non essendovi dunque prove ed indizi del delitto, gli Auditori della Ruota Criminale decretarono una provvisoria sospensione del processo e disposero la reclusione degli indagati a Castel S.Angelo, in attesa di sviluppi ulteriori. 
Giacomo, Bernardo e Lucrezia però, sottoposti alla tortura della corda, confessarono quasi subito i delitti, accusando Beatrice di essere la principale ideatrice del parricidio.
La ragazza, al contrario, sopportò i tormenti della stessa tortura senza proferire parola.
Non si ottenne da lei una confessione, tanto che il giudice Moscati, vedendo in lei la forza dell’innocenza, fece un rapporto assolutorio al papa.

La tortura della corda

Clemente VIII, tuttavia, a causa delle scelleratezze di Francesco odiava i Cenci.
Le accuse formulate contro di loro gli fornivano dunque la possibilità di distruggerli e di impadronirsi del loro ingente patrimonio.
Privò tutti i membri delle famiglia del titolo nobiliare, confiscò i loro beni, compresi i gioielli, e vendette il tutto alla famiglia Borghese.

Dopo l’esecuzione le proprietà della famiglia Cenci furono confiscate dalla Camera Apostolica e vendute all’asta per 91.000 scudi. La grande tenuta di Torrenova (nella foto) venne acquistata da un parente di papa Clemente VIII, che aveva decretato la condanna a morte. (Wikipedia)

Il pontefice inizialmente ordinò che i Cenci fossero tutti squartati senza processo, poi, condotto a più miti consigli, ordinò che questo fosse effettuato secondo i crismi dell’epoca.

Prospero Farinacci
in un’incisione del 1666

Nonostante l’avvocato difensore Prospero Farinacci, per alleggerire e giustificare la posizione di Beatrice, accusasse il defunto Francesco Cenci degli stupri e delle violenze inferte per anni alla giovane, i Cenci furono giudicati colpevoli e condannati.
Beatrice e Lucrezia avrebbero dovuto essere decapitate, per Giacomo fu stabilito che dovesse essere ucciso con una mazza e poi squartato.
Bernardo per la sua giovane età ebbe salva la vita, ma fu costretto ad assistere alle esecuzioni dei suoi familiari. Questo trauma lo portò alla follia: sarebbe morto in manicomio e sepolto in terra sconsacrata.

Il Papa rifiutò ogni richiesta di grazia.

Atto di morte di Beatrice, Giacomo e Lucrezia  condannati per il patricidio di Francesco

L’11 settembre 1599 il corteo con Beatrice, Giacomo, Bernardo e Lucrezia sfilò lungo le strade di Roma tra ali di folla eccitata.
Tra gli spettatori vi erano Caravaggio e l’amico Orazio Gentileschi con la figlioletta Artemisia che furono inorriditi dallo spettacolo a cui assistettero.

La prima ad essere giustiziata fu Lucrezia Petroni: un colpo di spada secco le tagliò la testa.
Una vivace reazione popolare fece seguito alla prima esecuzione e la polizia faticò non poco per far tornare la calma.

Fu così il turno di Beatrice che al carnefice che le si faceva incontro, disse:

“Lega questo corpo ma spicciati a sciogliere quest’anima che deve giunger all’immortalità ed alla eterna gloria”.

Un profondo silenzio accolse la giovane sul palco, che lentissimamente si avvicinò al ceppo, da sola vi collocò la testa e infine da sola si tolse il velo dal collo.
Attese il colpo fatale, invocando ad alta voce Gesù e Maria.
Anche per lei giunse implacabile il colpo di spada.
Giacomo, ultimo dei condannati, fu poi mazzolato, scannato e squartato.

L’esecuzione di Beatrice

Il corpo di Beatrice Cenci fu raccolto dai Confratelli della Misericordia e seppellito sotto l’altare principale della chiesa di S.Pietro in Montorio.
Secoli dopo, come riferirono dei resoconti redatti durante l’assedio della Repubblica Romana, i resti di Beatrice scomparvero per colpa di un gruppo di soldati francesi. Uno scultore loro connazionale che li aveva guidati sul posto, dopo che fu aperta la cassa e rubato il vassoio d’argento su cui riposava, prese il teschio di Beatrice e per scherno lo lanciò in aria, incurante delle proteste del restauratore Vincenzo Camuccini che si trovò ad essere testimone di quella profanazione.

Vincenzo Camuccini il testimone della profanazione

Una leggenda romana vuole che il fantasma di Beatrice, l’undici settembre di ogni anno, preceduto da un venticello profumato, compaia di sera sui bastioni di Castel Sant’angelo per poi scendere in prossimità del ponte, vicino al luogo dove fu decapitata.

Castel Sant’angelo

Chi si trovi a guardare i quadri di Caravaggio e Artemisia Gentileschi che ritraevano Giuditta nell’atto di uccidere Oloferne, può notare che i volti delle due Giuditta, dipinti da due diverse mani di artista, appaiono quasi uguali.
Si dice che i pittori nel dipingerli si siano ispirati al viso di Beatrice, simbolo per essi della rivincita contro l’ingiustizia.

A sinistra la Giuditta di Artemisia Gentileschi, a destra quella del Caravaggio


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Un commento su “Storia di Beatrice Cenci, nobildonna romana

  1. Ho sempre odiato i preti e le religioni .In particolare questo papa che può ben definirsi un torturatore, ladro di patrimoni ed assassino.
    Che la maledizione lo segua nell’eternità.

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