Fabrizio De André e l’altra metà del cielo

Le donne delle canzoni di Fabrizio De André sono nomi che ciascuno ha pensato di sapere a memoria, di conoscere alla perfezione, intendo, per averle portate nella sua vita a spiegare, consolare, illuminare un momento.

Disegnano un mondo, tutte insieme. Forse disegnano il mondo.

I ritratti delle donne che De Andrè fa vivere attraverso le sue canzoni sono tratteggiati nell’animo e scolpiti nella memoria, cantati con l’intensità di una voce mai sopra le righe, anche quando forse se ne sentirebbe il bisogno, per denunciare soprusi, invocare pietà o semplicemente raccontare storie. 

In maniera spiazzante questi personaggi sono lasciati librare in un’aura di paradiso consolatorio e inafferrabile che nessuno condanna perché “non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”. 

Così Marinella, giovane prostituta uccisa e gettata nel Tanaro, che nella celebre canzone ispirata da un fatto di cronaca nera, diventa una principessa triste dal destino segnato, o Teresa di Rimini, che con gli occhi secchi di lacrime guarda il mare, ultima di una infinità di persone in attesa di salpare da un porto che non lasceranno mai.   

Maria Boccuzzi, la vera Marinella

Nel 1965 Mina eseguì la canzone che Fabrizio aveva scritto ispirandosi al fatto ricordato, realmente accaduto. “La canzone di Marinella”, grazie soprattutto alla sua interpretazione, ebbe un successo incredibile di critica e pubblico e valse a De Andrè anche un primo ritorno in termini economici e di autostima. 

C’è poi una donna alla quale De André ha dedicato un album intero: Maria, la madre di Gesù, personaggio forte, doloroso, ma anche tenerissimo, una figura da lui delineata basandosi sulle testimonianze dei Vangeli Apocrifi, lontani dall’iconografia canonica.

La storia di Maria è scaglionata nei singoli brani, dalla giovinezza di Gesù fino all’abisso drammatico dell’incontro con il falegname che sta intagliando le croci. 

La copertina de “La buona Novella”

Alle parole delle altre madri, che attendono la morte dei loro figli crocifissi affianco al suo, astiose perché secondo i Profeti solo lui sarebbe risorto, risponde il dolore assoluto, profondo delle parole di Maria: “Non fossi stato figlio di Dio, t’avrei ancora per figlio mio”. Una Maria umana prima che umanizzata, raccontata nella sua grandezza di donna e madre.

Altra figura indimenticabile dell’universo di De Andrè è Giovanna D’Arco, la pulzella d’Orleans, cantata da Leonard Cohen e tradotta dal Faber. Personaggio storico, simbolo della virtù cristiana e guerriera, è immaginata sul rogo, in preda al fuoco che la divora. Stanca della guerra, sembra quasi rimpiangere la rinuncia al matrimonio e alla vita normale alla quale ha voltato le spalle con orgoglio. Più vivace è Angiolina, la ragazza di “Volta la carta”, che dopo aver imparato a dare il giusto nome alle cose che le capitano in continuazione, diventa una donna sicura, pronta per l’altare e per la vita dopo mille esperienze che ha visto scorrerle addosso.                                                    

Fabrizio De Andrè – Volta la carta – Live

È spettrale, invece, la solitudine di Nancy, protagonista di una storia vera cantata anch’essa da Cohen, che si vede portare via il figlio perché non ritenuta affidabile e che impazzita si spara alla testa dopo essersi chiusa nel suo appartamento. 

“…E un po’ di tempo fa col telefono rotto
 Cercò dal terzo piano la sua serenità…”

Il dolore e la sua pazzia l’hanno portata all’abbandono di se stessa, nascosto nell’ipocrisia di una finta emancipazione: Nancy dormiva con tutti e si meravigliava tutte le volte che un uomo veniva a trovarla, e a ognuno di loro diceva, con sincerità, che era contenta della sua presenza.

De André, pochi mesi prima di morire, canta dell’incontro con Nina, sua coetanea, con la quale ha trascorso i primi anni di vita a Revignano d’Asti, in fuga dalla guerra. Faber la canta mentre vola sull’altalena, con una leggerezza che si scontra col ferreo monito paterno che ostacolerà ogni ipotetico amore. 

Fabrizio De Andrè

Sally rappresenta invece l’enigmaticità della vita che Faber trasforma in “una favoletta che ha come morale lascia che tuo figlio vada a giocare in strada, altrimenti poi succederanno dei casini”. Sally, come una figura magica, convince il protagonista a ribellarsi al volere materno trascinandosi in un mondo fatto di violenza, droga e assassinio.

Un capitolo a parte meriterebbe il rapporto tra la poesia di Fabrizio De André e le prostitute. Le sue Bocca di Rosa, le Prinçese, le Marinelle e tutte le abitanti di via del Campo, non sono dispensatrici di sesso ma di amore: “C’è chi l’amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione, Bocca di Rosa né l’uno né l’altro, lei lo faceva per passione”.

Genova, Via del Campo

Una verità universale nel mondo di Fabrizio è che la prostituzione spesso conduce a una specie di glorificazione laica.

Per questo le prostitute cantate da Fabrizio sono quanto c’è di più vicino al Paradiso, proprio “perché il Purgatorio e l’Inferno l’hanno già sperimentato in vita”

La più famosa di loro è Bocca di rosa, che proprio prostituta non sarebbee che raggiunto il paesino di Sant’Ilario, viene presa dall’autore come strumento narrativo per evidenziare la chiusura mentale del mondo provinciale, dove i mariti annoiati dai loro menage stinti, fanno a gara per passare del tempo con lei. Non ci vuole molto perché arrivi la denuncia ai carabinieri, che mesti anche loro per quell’addio, la scorteranno in stazione. Tutti gli uomini del paese si fermano a darle un saluto mentre la voce del suo arrivo raggiunge subito la fermata successiva, un posto in cui gli uomini corrono a prenotarsi per star con lei e il parroco le chiede di stare accanto alla Madonna durante la processione perché l’amore di Bocca di Rosa è ecumenico, è un dono che la ragazza fa a tutti, frutto solo della passione.

Fabrizio De Andrè – Bocca di Rosa – Live

Jamin-a, dice il Faber, guai a chiamarla puttana: è più simile a un sogno o alla speranza nella quale il marinaio può confidare nei momenti più duri. Non è detto che non la si possa incontrare in ogni posto in cui la nave attracca, perché è forse l’unico rifugio, forse l’ultimo, dopo tanto faticoso viaggiare. 

Riferita a una storia di quasi trent’anni fa è la figura della brasiliana Fernanda conosciuta come Prinçesa, in carcere a Rebibbia per accoltellamento. Viveva sempre in balia delle botte e degli insulti poiché nata femmina in un corpo di maschio, e vendeva il suo corpo agli uomini, ammaliati dalle sue forme procaci e dalla voce sensuale.  

Il fatto raggiunse le orecchie di De Andrè, che ne fece l’apertura del suo ultimo album dedicato agli spiriti solitari che combattono le loro battaglie, alcuni più silenziosamente di altri. 

Fernanda era intanto morta in circostanze sospette, e il Faber inventando, come per Marinella, una realtà diversa nella sua versione poetica della storia, le regala invece un futuro felice insieme a un avvocato milanese.

All’asprezza della denuncia e alle brutture della realtà, in Fabrizio spesso fa eco la leggerezza di un amore, per lo più intriso di struggente malinconia. 

Fabrizio De Andrè – Amore che vieni amore che vai

Nelle canzoni di De Andrè è l’inganno del sentimento amoroso a farla da padrone, con la sua mutevole natura, il suo evanescente esistere, la tenera rassegnazione per ciò che è stato e più non sarà. È un amore eternamente in bilico tra il desiderio di eternità e l’inesorabile fluire del tempo. 

Ciò che si considerava imperdibile, di colpo è irrimediabilmente perduto. 

Amori sfiorati, sfioriti, cercati e svaniti, ma anche amori rinati nella funambolica parabola della vita: “E sarà la prima che incontri per strada che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, per un amore nuovo”. 

De Andrè canta passioni sofferte come quella di Dolcenera”, o amori solo immaginati come quello descritto ne Le passanti”, dove la sola illusione di una scintilla che si accende riesce a salvarti dal baratro del nulla. 

Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.
A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.

A gennaio del 2019 saranno venti anni che Fabrizio ci ha lasciato e il tempo pare sia volato via. Sono rimaste le sue canzoni a ricordarci di lui e di noi: di quel che eravamo e di ciò che siamo diventati.

In quasi quarant’anni di attività artistica De André ha inciso solo quattordici album in studio, più alcune canzoni pubblicate solo come singoli, i famosi quarantacinque giri. 

Molti testi delle sue canzoni raccontavano storie di emarginati, di ribelli, di figure  sfortunate. Opere considerate vere e proprie poesie, tanto da essere inserite in varie antologie scolastiche di letteratura già dai primi anni settanta, così importanti da ricevere gli elogi anche di grandi della poesia come Mario Luzi.

Di idee anarchiche e pacifiste, è stato anche uno degli artisti che maggiormente hanno valorizzato la lingua ligure oltre che quella italiana. 

Non si esagera dicendo che De André è tra i più grandi cantautori italiani ed europei del Novecento. La ricchezza e la profondità delle sue composizioni stupiranno e incanteranno ancora generazioni e generazioni come del resto fanno già da decenni.




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