La Fabbrica del racconto. Il capostazione Falmerayer

“Il capostazione Falmerayer”, scritto da Joseph Roth (link al nostro articolo su Joseph Roth) nel 1933, è un magnifico racconto che compare in due diverse raccolte di testi narrativi brevi dello scrittore austriaco pubblicate in Italia: “Il mercante di coralli” e “Lo specchio cieco”.
Il protagonista della storia, Adam Falmerayer, capostazione di una stazione secondaria  posta sulla linea ferroviaria che porta al sud dell’Impero, verso Trieste e l’Italia, vive una vita monotona, senza emozioni percepibili.
Questa esistenza monocroma appare perfettamente connaturata al suo carattere ordinario, senza doti spiccate, ma senza nemmeno difetti significativi.
Quella del capostazione è una situazione esteriore ed interiore, che sembrerebbe immutabile, lui stesso non è in grado di stupirsene,  non conoscendo condizione differente.

 Una scena del film per la televisione “Stationschef Fallmerayer”  realizzato dal regista Walter Davy nel 1976

La vita di noi uomini, tuttavia, con l’intrecciarsi delle nostre storie, con la semplicità e la contemporanea complessità del nostro animo, finisce per mostrare spesso più fantasia di quella di un romanziere.
Per il protagonista, in effetti, tutto cambia di colpo in seguito ad un caso fortuito, un incidente ferroviario che gli mette in casa uno dei feriti, una contessa russa che racchiude in sé tutto il mistero di un mondo distante per ceto e destini.
Si tratta di una seducente diversità, qualcosa dal sapore esotico dalla quale normalmente Falmerayer risulterebbe escluso per via della sua condizione sociale e culturale.
La scoperta dell’emozione d’amore risulterà eversiva nella vita scialba del protagonista, che si scoprirà in grado di essere un altro uomo, astuto e pronto a combattere e vincere per amore, ma che alla fine sarà costretto ad arrendersi ad un nuovo capriccio della sorte e alle  convenzioni sociali del suo tempo.   

Roth e sua moglie Friedl nel sud della Francia, 1925.

Solitamente, anche  lettori voraci conoscono Joseph Roth principalmente per  via di grandi romanzi come “La marcia di Radetzsky” , “Giobbe” o “Fuga senza fine”, e del corpo dei suoi racconti in genere hanno letto solo lo splendido “La leggenda del santo bevitore”.
Eppure, senza nulla togliere alla sua statura di romanziere straordinario, non si può non riconoscere a Roth altrettanta maestria in un genere molto difficile, come quello del racconto, dove la compiutezza dell’opera, lo stile ed il senso ultimo della storia narrata, si giocano nello spazio di  poche pagine. 
Ma quando uno scrittore col suo bagaglio espressivo mette a disposizione di un racconto la propria prosa eccezionale, un’acuta sensibilità e la sua peculiare percezione del passo greve della Storia, il risultato dello sforzo, in termini di qualità letteraria, è pressoché garantito.
Chi delle sue opere abbia già letto qualcosa, almeno il già citato “La leggenda del santo bevitore”, si sarà reso conto che una delle caratteristiche salienti che definisce Roth come scrittore è la non comune qualità della sua scrittura.
Nitida, elegante ed incisiva, riesce, con una sola riga della storia raccontata, a suscitare nella nostra mente mille immagini, a trasmettere nel lettore l’atmosfera fisica e psicologica degli ambienti descritti e in alcune delle sue cose più forti, anche la morale che la connota.
In una parola, il suo è uno stile che riesce ad essere contemporaneamente dettagliato ed evocativo: le descrizioni che dipingono la scena fisica della vicenda rimandano insomma ad una cospicua, e spesso poetica, parte immaginata di essa.

E’ un lavoro di completamento del testo che,  attraverso la sua capacità di  alludere a qualcosa di non scritto, Joseph Roth affida al lettore che, sedotto emotivamente, riesce a farlo senza il minimo sforzo. Ricorderete tutti che da una favola breve e vertiginosa quale è “La leggenda del santo bevitore”, Ermanno Olmi, per riuscire a restituire allo spettatore una minima parte delle suggestioni evocate dal testo scritto, fu costretto a fare un film che durava oltre due ore.

Nel “Capostazione Falmerayer” ritroviamo in pieno la sua consueta eleganza ed evocatività, ma non é solo per questa ragione che il racconto risulta emblematico di come Joseph Roth, anche nei testi narrativi brevi, riesca ad essere perfettamente all’altezza della sua capacità di romanziere.
In ognuna delle novelle di Roth c’è infatti lui, tutto intero, all’apice delle potenzialità del suo naturalissimo talento narrativo.
I suoi racconti, insomma, sono così perfetti e compiuti da poter essere considerati quasi come dei piccoli romanzi. 
Proprio come nei romanzi, anche nei racconti Roth in qualche modo porta in dote gli echi forti della propria storia personale e della sua condizione di ebreo della diaspora: uno sradicato errante, uno che non ha mai vissuto, se non per un anno della sua vita, in una vera casa, sostituendola con una lunghissima serie di camere di albergo.
Soprattutto dallo sfaldamento dell’Impero Asburgico in poi, questo senso di precarietà, già presente in precedenza nella sua opera, si fa sempre più evidente.
Per i sudditi ebrei, in effetti, vivere sotto l’Impero austroungarico aveva rappresentato il periodo storico meno  travagliato, l’ambito nel quale vennero maggiormente rispettati i loro diritti civili, quello in cui poterono integrarsi meglio nel tessuto socioeconomico di quei vasti territori.
Vivendo dunque un’epoca in cui l’istituzione imperiale mostrava i segni di una pericolosa fragilità, i suoi tempi apparivano allo scrittore incertissimi e pericolosi.

Joseph Roth

Nelle storie di Roth, non a caso, i confini compaiono più come se fossero dei personaggi che come semplici sfondi degli eventi che vi accadono.
Quei confini sembravano così malsicuri e provvisori nell’Europa che andava precipitando nella grande guerra, e così friabili, da far sì che Roth li mettesse spesso al centro delle sue opere, facendoli percorrere da frotte di gente instabile, da un’umanità tanto disparata da comprendere sia dei poveracci che tentano di sfuggire ad un destino inesorabile, che scaltri contrabbandieri o avventurieri di ogni genere, pronti a sfruttare a proprio vantaggio ogni minimo rivolgimento, ogni mutamento dei rapporti di forza tra le potenze contendenti.
Si potrebbe dunque definire Roth scrittore di confine, ma altrettanto fondatamente, cantore del rapporto impari che si stabilisce tra il singolo individuo ed il passo feroce, distratto e turbinoso della Storia, quella con la esse maiuscola.
Molto frequentemente i suoi protagonisti finiscono infatti in balia dei grandi sommovimenti epocali e di quelli della sorte e, simbolo eterno della precarietà della condizione umana, ne vengono dispersi come fuscelli al vento, quando non ne sono del tutto annientati.
Il caso, i confini, le guerre incombenti o guerreggiate, l’animo degli uomini, diviso tra innocenze, scaltrezze, prevaricazioni e soprusi e ancora, il destino del singolo nei grandi rivolgimenti epocali: tutta la poetica di Roth dipende dal confrontarsi di questi elementi.
Il risultato è proprio l’emergere di quel senso di precarietà al quale si accennava, instabilità di cose e di uomini presi nella morsa di fatti molto più grandi di loro.

Roth

E’ una suggestione  letteraria che non a caso rispecchia perfettamente la biografia, la personalità e le paure, non sempre inconsce, dello scrittore. Naturalmente anche nel racconto “Il capostazione Falmerayer” il tema della provvisorietà della condizione umana caratterizza fortemente la trama.
In apparenza non c’è nulla di più stabile e ordinario della vita che conduce il protagonista, capostazione in una località trascurabile, poco più che un nome che i passeggeri dei treni vedono scorrere sulla linea.
Giornate che si ripetono identiche e un matrimonio senza sapore, quasi il completamento di una perfetta macchina della monotonia che nemmeno la presenza di due figlie riesce ad inceppare.
La vita vera, col suo carico di colore e di emozioni, il capostazione e la sua famiglia non la intercettano mai: la intuiscono vagamente, intravedendola semmai mentre sfreccia via sui treni che si dirigono a sud, un sud che viene percepito come emblema di un mondo diverso, di sole e tinte forti, un sogno che i ricchi viaggiatori sono in grado di portarsi ovunque vadano, come fosse un bagaglio di lusso.
In questo grigiore saranno due fatti a cambiare per sempre il destino, apparentemente scontato, di Falmerayer e della sua famiglia, e sono proprio due di quei fatti che, come abbiamo ricordato, fanno parte integrante della poetica di Roth, tesa sempre a sottolineare la nostra eterna precarietà: il caso e la guerra.
Il caso in questo racconto viene rappresentato dall’incidente ferroviario che porta la contessa russa a passare alcuni giorni di convalescenza in casa del capostazione.
Sarà questo evento accidentale a far detonare la situazione: insieme al treno incappato nel disastro, deraglia dai suoi grigi binari anche la vita di Falmerayer, che per la prima volta incontra l’amore.
E’ un amore mai provato, quello che gli si imprime addosso indelebilmente, insieme col profumo delicato e particolare di quella donna di condizione così diversa dalla sua.

Un’altra scena del film per la televisione

Dopo la partenza della contessa il capostazione non riuscirà più a rientrare in una normalità che, dopo aver sperimentato la forza tremenda delle emozioni e dell’amore, non riconosce più come propria e che vede improvvisamente per quello che è: consuetudine, vita non vissuta davvero. Ci vorrà un ulteriore evento esterno, ovvero la guerra, per completare il destino del protagonista.
La guerra, appunto, l’altro fattore gigantesco in grado di scompigliare e dirottare le esistenze degli individui.
Così, quella che per quasi tutti gli abitanti del mondo è una calamità, per Falmerayer, che per anni ha conservato nel suo intimo i sapori e gli odori della sua emozione d’amore, rappresenta invece l’occasione di sfuggire definitivamente al prono riadagiarsi in una vita insapore, fornendogli la spinta per andare in cerca della donna che da quel genere di esistenza lo ha allontanato per sempre.
Precaria ed enigmatica fino in fondo, però, la sorte tornerà a scherzare con lui, facendogli provare le gioie di un insperato trionfo e la fredda amarezza di un’inattesa sconfitta, la sua resa alle convenzioni sociali da lui calpestate fino ad un attimo prima.

Joseph Roth in Albania, 1927

Piermario De Dominicis, appassionato lettore, scoprendosi masochista in tenera età, fece di conseguenza la scelta di praticare uno sport che in Italia è considerato estremo, (altro che Messner!): fare il libraio.
Per oltre trent’anni, lasciato in pace, per compassione, perfino dalle forze dell’ordine, ha spacciato libri apertamente, senza timore di un arresto che pareva sempre imminente.
Ha contemporaneamente coltivato la comune passione per lo scrivere, da noi praticatissima e, curiosamente, mai associata a quella del leggere.
Collezionista incallito di passioni, si è dato a coltivare attivamente anche quella per la musica.
Membro fondatore dei Folkroad, dal 1990, con questa band porta avanti, ovunque si possa, il mestiere di chitarrista e cantante, nel corso di una lunga storia che ha riservato anche inaspettate soddisfazioni, come quella di collaborare con Martin Scorsese.
Sempre più avulso dalla realtà contemporanea, ha poi fondato, con altri sognatori incalliti, la rivista culturale Latina Città Aperta, convinto, con E.A. Poe che:
“Chi sogna di giorno vede cose che non vede chi sogna di notte”.

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