Botti di Capodanno anni ’60

Mia sorella ed io vivevamo in una normale famiglia italiana, il periodo era quello del boom economico quindi, dal momento che mio padre lavorava in una florida industria farmaceutica milanese e mia madre in un ufficio dell’Inail a Roma, nella centralissima via 4 novembre, non ce la passavamo male.
Mio padre aveva un macchinone, una Alfa Romeo Giulietta bianca della quale andava molto fiero, e mia madre, che era stata una delle prime donne patentate della città, al tempo guidava una Topolino.

Anche la nostra casa, devo dire, era bella, arredata secondo la moda del tempo.
Era venuto proprio un architetto arredatore per fare il sopralluogo e vedere gli ambienti.
Quando tornò dopo un pò di tempo, si sedette nel soggiorno srotolando grossi fogli sul tavolo e illustrando le sue futuristiche ambientazioni ai miei genitori che lo seguivano attenti ed emozionati. In breve, avemmo un soggiorno con pavimento in linoleum rosso, le pareti dipinte con colori vivaci, delle lampade stravaganti, una parete divisoria fra il soggiorno e la sala da pranzo, due poltrone nere, un divano rosso di marca Frau, un tavolo molto grande di legno della Knoll International e, meraviglia delle meraviglie, un passavivande fra la cucina e la sala da pranzo, realizzato artigianalmente in legno e formica dal falegname amico di papà.

Il passavivande in azione durante un pranzo con i miei cuginetti i occasione di un mio compleanno

Avevamo anche un grande televisore in bianco e nero con ben due canali che si cambiavano manualmente mediante un grosso tasto posto sul fronte dell’apparecchio.
Oltre a tutto l’arredamento, che era molto bello, ricordo che tutti gli ospiti che venivano a casa per prendere un tè o per scambiare quattro chiacchiere, rimanevano molto colpiti ed affascinati dalle tende del soggiorno che erano l’ultimo grido della moda: in plastica, molto colorate e con disegni stilizzati di anfore e altre cose.

Io a sinistra e mia sorella (la piccola canaglia) sempre corrucciata questa volta forse perchè stavo dando fondo alla scatola di caramelle. Si possono notare le tende colorate di plastica, il nostro apparecchio TV e il pavimento in linoleum.

A casa i miei genitori non c’erano quasi mai: mio padre spesso stava a Milano o in giro per l’Italia e mia madre lavorava tutta la giornata fino alle sette di sera.
Imparai quindi molto presto a scaldarmi le scatolette della HEINZ: “baked beans and pork sausages in a rich tomato sauce“, che oltre ad essere facili e veloci da preparare, avevano un’altra più nascosta e divertentissima caratteristica: facevano fare delle orride puzzette, estremamente maleodoranti che indispettivano alquanto mia sorella.

Queste scatolette ci arrivavano ogni anno a Natale in quantità industriale, spedite da mia zia Mimma che ormai viveva da tempo, dopo essersi sposata, in Inghilterra, e gestiva un famoso Ristorante italiano a Newport, nel Gwent.
In cambio di questa sua gentilezza noi ogni mese le spedivamo le Settimane Enigmistiche, sulle quali ci era stato proibito di segnare con penna o matita qualsiasi gioco: potevamo solo leggere le barzellette, ma guai a fare una parola crociata o altro che le deturpassero.

Anche per le riviste di gossip dell’epoca, mia madre e le sue sorelle erano molto organizzate: lei comprava Oggi, sua sorella Severa comprava Gente, il fine settimana se le scambiavano e a fine mese le spedivano alla zia Mimma. La quarta sorella di mia madre, Alba, rimaneva fuori da questo giro perchè era troppo lontana: si era trasferita in Venezuela ed era difficile avere contatti con lei se non tramite le rare lettere che inviava a mia madre.
A casa nostra c’erano molte regole da seguire e se ne sgarravi una… arrivava lo sganassone, ed era specialmente la mia mamma ad elargirli.
In genere il destinatario degli sganassoni ero io, perché anche nel caso fosse stata mia sorella più grande a commettere qualche cosa, la piccola canaglia faceva in modo che la colpa ricadesse su di me.
Altra regola che condividevamo con circa il 99,9 % dei bambini italiani, era quella di andare a letto dopo Carosello.

Carosello Philco

Dopo cena ci sedevamo per terra davanti al televisore e, mentre i nostri genitori erano comodamente spaparanzati sulle due poltrone, io e la piccola canaglia giocavamo a chi per primo avrebbe indovinato, dopo le prime battute, qual’era la pubblicità che stavano trasmettendo.

ARRIGONI!
PHILCO!
BRILLANTINA LINETTI!

Gli spot erano cinque per sera quindi chi ne indovinava di più vinceva.
Perdevo sempre, mia sorella le diceva quasi sempre prima di me.
Un giorno scoprii che nella rivista Radio Corriere TV c’era l’elenco, giorno per giorno, degli spot di Carosello e quindi feci il furbetto:

li imparai a memoria.

Per un pò di sere vinsi io e mia sorella ci rimase molto molto male.
Una sera, preso dall’euforia delle mie schiaccianti vittorie, sparai il nome prima che cominciasse lo Spot!
Figura di merda, si girarono tutti verso di me e io diventai tutto rosso dalla vergogna.
La piccola canaglia cominciò ad infierire dicendo:
“Sembri un pomodoro, si UN POMODORO MATURINO!

“Pomodoro maturino, pomodoro maturino, pomodoro maturino!”

Fu la mia Waterloo.

Da quel giorno quel gioco non si fece più.

Quando si avvicinava il Natale, si usciva per andare a comprare i regali ai parenti e comprare qualcosetta per la casa e anche per noi. Una noia infinita: e prova il maglioncino, e prova pure i pantaloncini, prova il capellino, prova le scarpette…
“Ti piacciono?”
“Si si” (basta che ce ne andiamo da qui! pensavo).
Poi si andava al negozio di giocattoli, però non si comprava nulla, serviva solo a dare una sbirciatina.
Quello invece era un posto dove sarei potuto stare giorni e giorni senza annoiarmi.

Il Natale passava con il solito pranzo e lo scartamento dei pacchi dono che noi facevamo finta di credere che li avesse portati Babbo Natale solo per dare il contentino ai nostri genitori.

Con Babbo Natale e mia sorella a Piazza Navona

Superato il Natale si andava di gran carriera verso il capodanno.
Anche per questa festa esistevano regole ferree.
La sera di capodanno si poteva stare in piedi fino a un pò dopo la mezzanotte.
Eravamo liberi di giocare con i cuginetti, se c’erano, ma quando arrivava l’ora fatidica non potevamo uscire fuori dal balcone: dovevamo vedere i fuochi da dietro le finestre con i vetri chiusi. Poi ci davano le “stelline”, quegli stecchini che fanno solo un po’ di scintille, e ci venivano accese dai grandi.

Fuori sembrava di essere in Cambogia, con rauti, razzi, girandole, fischioni, bombe carta e mobili che venivano gettati in strada dalle finestre.
Noi dietro i vetri con le nostre piccole stelline che duravano si e no 10 secondi.
Insomma era pericoloso stare di fuori ed i fuochi artificiali erano pericolosi. Questo ci avevano sempre detto i nostri genitori. 

Il giorno dopo guardando il telegiornale si faceva la conta dei morti e dei feriti e si vedevano immagini raccapriccianti di quanto era successo la notte precedente.
I commenti dei miei genitori erano:

“Ma guarda te se uno deve essere così imbecille da ridursi in questo stato e guarda questo povero bambino: gli hanno dovuto amputare le dita ecc ecc.”

Erano visioni terribili per noi ragazzini e a quel tempo non esisteva l’attenzione nei riguardi dei minori che guardavano la TV. A volte le scene erano così crude che per notti e notti le sognavo.

Ma una volta mio padre stupì tutti.

La mattina del 31 dicembre tornò a casa con un bustone e disse:

Ho comprato un pò di fuochi per stasera!

“Ma tu sei uscito fuori di zucca – gli urlò mia madre – vuoi ridurre te e i tuoi figli come quelli che fanno vedere nei telegiornali?”

Iniziò un’accesa discussione ma alla fine mio padre le fornì rassicurazioni adeguate per cui la lite finì li.

La sera, dopo il cenone, cominciammo a preparare le nostre postazioni “sicure”: mio padre apri il bustone contenente il materiale pirotecnico e ne tirò fuori:
3 bengala
5 girandole
e un coso di forma piramidale con un manico.

“Vediamo – disse – ci saranno le istruzioni”

Niente, nessuna istruzione, si vede che tutti sanno come si fa!

Cominciammo a sistemare i bengala, legandoli sulla ringhiera del balcone e puntandoli verso uno spazio verde senza abitazioni, adiacente allo stadio degli Eucalipti di fronte casa.
Le girandole vennero fissate, con un chiodo al centro, sull’asse di legno che mia madre usava per lavare i panni a mano.

Asse di legno molto simile a quella usata da mia madre

La piramide fu lasciata li in terra perché secondo le scarne istruzioni stampigliate sul prodotto, questo andava tenuto in mano lontano dal corpo e sarebbero usciti dall’apice della piramide giochi di luci e colori.

Mancava poco alla mezzanotte quando ci sorse un dubbio:

I bengala partivano dalla parte che si accendevano o dall’altra?
Ci fu un concitato summit per prendere una decisione e alla fine si decise che andavano bene come erano stati montati.

MENO 10
9
8
7

Noi dietro le finestre e mio padre con l’accendino che stava accendendo tutto.
6
5

Torna dentro presto!!
4
3
2
1

ZUUUUUUUUUUUUUM! FIUUUUU FIUUUUUUU

Due bengala si schiantarono contro le porte laterali della finestra del balcone e impazziti presero altre direzioni mentre quello centrale entrò dentro casa e, fra le urla di tutti, finì contro l’armadio e rimbalzò sul letto dove cominciò subito a bruciare la coperta.

Seguirono scene di panico: sembrava l’apocalisse, con un fumo pazzesco, le fiamme alte e noi portati da mia madre fuori dalla camera a cercare disperatamente secchi, bacinelle e quant’altro da riempire con l’acqua.
Urlavano tutti e un odore acre si cominciava a spargere per tutta casa. I bagliori delle fiamme e il fumo rendevano lo scenario infernale e tutti noi, nel trambusto, cercavamo di spegnere le fiamme: chi lo faceva con secchiate gettate sul letto, chi come me correndo con un bicchiere pieno d’acqua: mi affacciavo appena nella stanza per lanciare il contenuto dove capitava e poi via di corsa a gambe levate per tornare a riempirlo. Spaventato ed eccitato.

L’epilogo nei miei pensieri concitati

Alla fine riuscimmo a domare l’incendio, ma nel frattempo le cinque girandole fuori stavano bruciando la tavola di legno di mia madre.

Via di corsa, allora, a prendere ancora acqua per spegnere il fuoco: la tavola era ormai quasi completamente bruciata e fumante.

Da buttare.

Mia madre andò su tutte le furie e cominciò ad inveire contro mio padre  che disse: “Vabbè, ne compreremo una nuova”
.Quando la situazione tornò quasi normale mio padre disse:

“Accendiamo pure questo fuoco così la facciamo finita”.

Mia madre: “Ma sei pazzo, ancora non ti basta tutto sto casino? Povera me che ho fatto di male nella vita…”

Mio padre allora disse

“lo accendiamo li per terra dove sta e lo guardiamo da dietro le finestre.”

Così fece lo accese e rientrò velocemente dentro casa

Passarono alcuni secondi senza che succedesse nulla, poi d’improvviso…

Un boato tipo bomba carta, che per poco non fece andare in frantumi i vetri delle finestre.

Ci guardammo tutti perplessi: non era uscito un solo colore, niente, solo un botto fortissimo.

E pensare che doveva essere tenuto in mano…

Andammo tutti a dormire con le orecchie che ci fischiavano, gli occhi pieni di luci accecanti e le narici intrise di quel puzzo di bruciato.

I miei dovettero trovare posto sul divano del soggiorno perchè il lettone era bagnato e bruciacchiato e dentro la loro camera c’era una puzza indicibile.

Una volta che fui nel mio lettino mi accertai che mani e dita fossero ancora al loro posto.

Una e due, cinque e cinque. Sì, c’erano: fiuuu meno male!

L’anno successivo, e quelli a seguire, ci toccarono le solite stelline.

Nato lo scorso millennio in quel luogo che, anche da Jovanotti, è definito l’ombelico del Mondo, Klaus Troföbien è ritenuto un vero cultore ed esperto di filosofia e costume degli anni 70/80.
È un ardente tifoso della squadra di calcio della Roma, ma non di questa odierna semiamericana e magari presto cinese, ma di quella di Bruno Conti, Ancellotti, Di Bartolomei, di quella Roma insomma che allo stadio ti teneva 90 minuti in piedi e 15 minuti seduto; è inoltre un collezionista seriale di oggetti vintage che vanno dalle cartoline alle pipe, dalle lamette da barba ai dischi in vinile.
I suoi interessi sono la musica pop rock blues psichedelica anni ’70/’80, la fotografia, la cultura hippie, i viaggi, la moto, il micromondo circostante.
Grazie ad una sua fantasmagorica visione è nata Latina Città Aperta, della quale è il padre, il meccanico e il trovarobe.
Politicamente è stato sempre schierato contro.
Spiritualmente, umilmente, si colloca come seguace di Shakty Yoni, space wisper di Radio Gnome Invisible.
Odia rimanere chiuso nell’ascensore.
Da qui la spiegazione del suo eteronimo.
Un pensiero criticabile ma libero, una mente aperta a 359 gradi.
Ma su quel grado è intransigente.



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