Potevo non esser nato: perché non posso non dirmi antifascista

Mia nonna Emilia se l’era passata davvero brutta.
Era goriziana, di famiglia interamente ebraica, e, vedremo poi come, aveva sposato un cattolico dal cognome molto importante.
L’aveva conosciuto in guerra, la prima delle due mondiali.
Lei aveva sedici anni, e con suo fratello Enrico, al quale era legatissima, sin da ragazzini avevano coltivato la speranza che la città e la loro Venezia Giulia, finissero nel loro naturale ambito geografico, che divenissero italiane.

Erano giovanissimi e irredentisti, e la cosa innervosiva la loro madre, Bice.
Molto colta, la mia bisnonna materna parlava diverse lingue, oltre naturalmente quella di tutti i giorni, il cantilenante dialetto goriziano che, come il triestino, è molto vicino a quello veneziano.
Formale, rigida, austera, religiosa osservante, Bice, replicando forse l’educazione ricevuta, era molto esigente e poco espansiva.
Abituata a celare sentimenti che pure covava nelle profondità dell’animo, teneva un contegno severo e riservato, ma la disapprovazione per gli orientamenti politici dei figli fu da parte sua sempre esplicita, la manifestava eccome. Ne era infastidita.

Probabilmente la considerava una posa infantile, un superficiale contagio trasmesso ai ragazzi da un sentimento che era assai presente nelle zone italiane rimaste all’Impero Asburgico, ma che lei contrastava con decisione, proprio perché era ebrea.

Bice, la mia bisnonna

Anche tra i sudditi italiani di Franz Joseph di religione ebraica, questa infiammazione irredentista faceva infatti parecchi proseliti.
Del resto, andando un po’ indietro nella storia, sin dai primi moti del 1820, e fino in fondo alla vicenda, l’apporto ebraico al Risorgimento italiano era stato notevolissimo.
Ora, coerentemente, l’impegno proseguiva, perché quel disegno non era stato ancora completato.

Bice però andava controcorrente: non era la sola nel suo mondo e, come tanti altri, aveva le sue ragioni.
Il popolo ebraico della diaspora aveva alle spalle un lunghissimo passato, fatto di discriminazioni, persecuzioni ed eccidi, vissuti sulla sua pelle un po’ ovunque in Europa.
Dalla Spagna, dalla quale erano stati cacciati malamente, fin nel fondo dell’est europeo, gli ebrei avevano subito duramente l’impatto di questi pregiudizi, risultato violento della vecchia accusa cristiana di deicidio che stava alla base delle loro sofferenze.
“Pogrom” è una parola di origine russa. Significa, alla lettera, “devastazione”.

Questa parola, com’è nel destino di tanti altri vocaboli, riuscì ad evadere dal dizionario, trovando in tutto il continente una sua cruenta spiegazione, quasi sempre, anche se non solo, antiebraica.
Dal Settecento al Novecento, soprattutto nell’Europa orientale, si perse il conto dei pogrom compiuti ai danni degli ebrei, con centinaia di migliaia di vittime.
Nei vasti territori dell’Impero Austroungarico, invece, sotto la guida di alcuni sovrani illuminati, l’elemento ebraico della popolazione aveva avuto la possibilità di integrarsi bene nel tessuto economico sociale della nazione, senza vedere lesa la sua libertà di culto.

L’Imperatore Francesco Giuseppe

Era un atteggiamento che andava ben oltre la tolleranza: alcuni ebrei, sotto l’impero di Francesco Giuseppe, ricoprivano cariche importanti nell’amministrazione statale, ruoli di rilievo nell’industria, nel commercio e nella finanza, altri erano stati addirittura insigniti di titoli nobiliari.
Dopo tanta sofferenza, insomma, si respirava: gli Asburgo avevano regalato agli ebrei un lungo periodo di quiete, un agio che essi avevano ricambiato fornendo un apporto essenziale alla vita dell’Impero.

La mia bisnonna Bice, che come tutti i suoi correligionari, si portava addosso il grosso fardello della memoria, non vedeva perciò di buon occhio, quello che riteneva un passo rischioso, un salto nel buio.
l’Italia era il centro della cristianità cattolica, culla di quel papato che da sempre aveva istigato l’odio antiebraico, regolandolo, già dal Trecento, con leggi e consuetudini davvero inique, pesanti da sopportare.
Nulla lasciava presagire un trattamento migliore nei loro confronti nel caso che i territori della Venezia Giulia avessero cambiato nazionalità.
Fu davvero dura, quindi, per lei, vedere suo figlio Enrico, coerente con la sua passione irredentista, arruolarsi nell’esercito italiano, garantendosi così lo status di traditore presso l’Impero asburgico.
Bice, da Gorizia ne seguì le sorti, non so bene come, e non so nemmeno se seppe subito di quando fu ferito, ma certamente stette molto in apprensione per lui.

Enrico

Gli italiani sudditi asburgici che avevano saltato il fosso, se catturati dagli austriaci, facevano infatti la fine di Cesare Battisti e degli altri patrioti, impiccati perchè considerati semplicemente dei disertori in favore del nemico.
Enrico, rimessosi, insieme con altri fanti italiani, ebbe la soddisfazione di entrare nella sua città da liberatore.
Ma per le sorti di quella famiglia, un ulteriore ed imprevisto effetto venne a prodursi da quel micidiale calderone che fu la Prima Guerra Mondiale: fu un episodio molto più leggero che, pro parte materna, mise in moto l’iter che molto tempo dopo portò alla mia nascita e, ovviamente, a quella dei miei fratelli.
Mia nonna Emilia, la ricordate?

Poco più che adolescente, non ancora maggiorenne, con Gorizia appena occupata e la guerra non ancora terminata, conobbe un ufficiale italiano e impazzì per lui.
Facile: il militare era fisicamente simmetrico a lei che era sottile, coi capelli castano bruno sempre agitati, che incorniciavano un volto vivacissimo e due occhi scuri e parlanti.

Emilia, mia nonna

Lui, come ho detto, era il suo esatto contrario: abbastanza alto, con un viso dall’ovale ben disegnato, e dei bei lineamenti.
Era biondo con gli occhi grandi, azzurro chiaro, gli stessi che ha passato a mia madre, sua figlia.
Era insomma quel che si dice un gran bell’uomo.
Riscuoteva ovviamente una gran successo con le donne, e fu una successo che, con qualche pena da parte di mia nonna, gli durò per il resto della vita..
Non lo doveva solo al bell’aspetto, aveva anche dei bei modi, infatti, poi era elegante e ci sapeva fare.
Rimasto a Gorizia per curarsi una ferita, Mario, l’ufficiale seduttore, rimase impigliato negli occhi parlanti di mia nonna e ne ricambiò l’amore.
L’innamoramento di Emilia, fu per sua madre un colpo pari a quello che le aveva dato Enrico, il figlio maschio, arruolandosi con gli italiani, colpo che però aveva finito per assorbire in nome dell’amore che gli portava, che era grande, per quanto parsimoniosamente lo manifestasse.

Mario, mio nonno

La Bice, insomma, per dura che fosse, con i figli non aveva gran fortuna, almeno dal suo punto di vista.
La botta più fresca fu forte, perché non solo l’ufficiale per il quale sua figlia aveva perso la testa non era ebreo, e questo per lei era già un fatto catastrofico, ma perché, oltretutto, lui apparteneva ad una famiglia cattolica il cui cognome era molto noto, decisamente pesante.
Per gli ebrei di allora un matrimonio misto era una specie di dramma: così come non fanno mai proselitismo, non hanno mai amato particolarmente gli sconfinamenti sentimentali interreligiosi.
Mia nonna mi raccontò che, poco prima di lei, una sua cugina aveva intrapreso lo stesso percorso, innamorandosi e sposando un cristiano.
La parentela aveva così ben incassato quella faccenda che non solo non aveva voluto più avere a che fare con lei, ma, da quel momento in poi, nessuno la nominò più per nome: quando capitava lo sfortunato caso in cui fosse necessario alludere a lei, veniva indicata con l’espressione “quella maledetta”.

Il senso dell’epiteto era da prendersi alla lettera, voleva intendere “maledetta da Dio” dando per scontato che Dio in persona, arrabbiatissimo per quella storia, si fosse scomodato a dargli una scrollatina e, già che c’era, anche a maledirla.
Nel caso di mia nonna non ci fu nulla da fare per evitare il “peggio”: la ragazza, testarda e certissima dei suoi sentimenti, volle sposarsi.
A denti strettissimi, Bice dovette cedere, ingoiando assai amaro.
La cosa, invece, fu molto più semplice per suo marito, Ettore, padre di mia nonna, che era di temperamento perfettamente complementare a quello della moglie.
Minuto, estroverso, affettuoso, intriso del famoso umorismo ebraico, Ettore, ebreo ferrarese, era un tipo ciarliero, uno di quelli che con due parole ti faceva la caricatura.

Ettore, il mio bisnonno

Emilia di temperamento gli assomigliava molto, era altrettanto vivace e spiritosa, una persona amabile che nella difficile trattativa per la sua felicità, trovò in suo padre e nel fratello, che era ancora in divisa, degli ottimi alleati.
Si sposarono infine mia nonna e l’ufficiale, e finirono a Roma, poi a Velletri, luogo in cui mio nonno Mario, una volta congedato, fu chiamato a dirigere il Banco di Santo Spirito.

Nel frattempo erano successe delle cose importanti e non proprio positive in Italia.
Nel pesante clima postbellico, grazie alle difficoltà economiche e sociali ed ai tumulti di una società alle prese nel dopoguerra, con gravi problemi di fame e lavoro e con quello della ricollocazione dei reduci, l’Italia, imboccando una ramo storto del socialismo, aveva inventato un movimento politico ad esso perfettamente opposto.
Il fascismo si impose presto, a colpi di insoddisfazione generale e di manganellate, e non ci volle molto perché mostrasse il suo vero volto e quello di chi lo aveva finanziato, che fu prontissimo ad andare all’incasso.
Addio libertà individuali e collettive, addio libertà politiche!
Enrico, il fratello di mia nonna, che si era poi dedicato a studi letterari, si era avvicinato al mondo del giornalismo, dedicandosi alla scrittura.
Finì per approdare a Roma dove frequentò tipi come Marinetti, Balla, Bottai e altri, collaborando con le riviste futuriste.

Dopo una sua primissima adesione al fascismo, cosa che del resto riguardò molti ebrei italiani, lo zio ne prese le distanze, e, manco a dirlo, lo fece a modo suo.

Mia nonna mi raccontava sempre che suo fratello, che conosceva bene Mussolini, volle restituire a lui in persona la tessera del partito. Gli pareva corretto: praticamente un sognatore che poteva travasarsi, in qualsiasi momento, in un pazzo autolesionista!
Secondo il racconto di mia nonna, che era una narratrice incantevole, Mussolini prendendo la tessera gli avrebbe detto: “Sei un nemico leale”.
In qualche modo, forse, apprezzò il gesto e l’onestà di Enrico che gli aveva manifestato apertamente la sua disapprovazione per il regime, presto scivolato in una dittatura.
La strana benevolenza iniziale del duce per un oppositore esplicito, che gli era stato compagno all’epoca del sansepolcrismo e che oltretutto aveva anche acquisito meriti di guerra, permise a zio Enrico di fare comunque una buona carriera giornalistica, costruita scrivendo per anni su giornali del regime, evitando naturalmente i temi politici che gli erano preclusi ed occupandosi esclusivamente di faccende culturali ad ampio spettro.

Mia madre, una piccolina che era molto cara a quello zio, che non aveva ancora figli suoi, ricorda ancora che Enrico se la portava appresso anche nelle sue frequentazioni letterarie.
Fu così che lei da bambina conobbe, tra i tanti, Trilussa e Umberto Saba, ebreo anche lui, col quale anche in seguito, da giovinetta, si trovò ad avere a che fare.
Oltre a dare resoconti critici degli spettacoli teatrali a cui assisteva, per via della sua specializzazione in germanistica, zio Enrico, recensendo molti libri, divenne conoscente e traduttore di alcuni personaggi cardine della letteratura tedesca.
Pubblicò più di un libro suo, uno dei quali, fu il primo saggio mai scritto in Italia sulla radiofonia.
Fu molto amico e traduttore principale di Stefan Zweig (qui il nostro articolo su Stefan Zweig), ma tradusse anche tanti altri scrittori, come Meyrink, Kautsky e Heine tra gli altri.

Enrico (il primo a sinistra) e Zweig (al centro)

Corrispose con Thomas ed Heinrich Mann, con Jacob Wassermann, con Hans Carossa e con Joseph Roth.
Proprio quel Roth che aveva interpretato in modo inarrivabile il sentimento di nostalgia acuta e di rimpianto di tanti ebrei per il grande e tollerante impero asburgico, dissoltosi con la guerra.

Esprimeva ,insomma, lo stesso sentimento che animava la mia bisnonna Bice: “Povero nostro Imperador!”.
Non moltissimi anni fa, la mia adorabile zia Lilla, figlia di Enrico, mi mise in mano non so quante lettere autografe di questi giganti della letteratura tedesca, tutte indirizzate a lui.
Fu per me, com’è facile capire, un’esperienza molto forte ed emozionante: da sempre feticista con le mie passioni culturali, toccavo con mano, fisicamente, dei fogli scritti da alcuni dei miei miti letterari.
Tra quei documenti di zio c’era anche una struggente lettera di Joseph Roth (qui il nostro articolo su Joseph Roth).

Joseph Roth

Non era mai uscita dal suo archivio: zia me ne consegnò una copia da far tradurre.
Io, che non conosco il tedesco, la diedi da leggere ad una conoscente, traduttrice appunto.
La lettera era scritta sulla carta intestata di un albergo, in piena consonanza con la leggenda di quello straordinario scrittore, un vero ebreo errante, che da adulto visse l’intera sua esistenza negli hotel, con l’esclusione di un solo anno, l’unico in cui risiedette in una abitazione propria.
Lo scrittore, allora sconosciuto in Italia, si era rivolto a mio zio su suggerimento di Stefan Zweig, amico comune, e quella lettera fungeva in qualche modo da sua presentazione.

Non fu semplice per la mia amica decifrarla: la grafia di Roth, seppure molto ordinata, era minuta, fittissima e nervosa, e ricopriva quel foglio con una serie serrata di ondate di un corsivo che sembrava stampato.
Successivamente mia zia la fece leggere ad una docente dell’Università di Vienna, che ne rimase folgorata: la prosa epistolare di Joseph Roth in quella missiva, aveva la stessa pulizia e l’eleganza dolente di tutte le sue opere. Zeppa di preziose notizie autobiografiche, quella lettera stupenda, per opera di quella studiosa finì dritta dritta in terza pagina del Corriere della Sera.
Quel giorno, tra le mie mani, tremanti d’emozione, tra gli altri documenti autografi pazzeschi, finì addirittura una cartolina che Zweig e Roth, insieme, spedirono a mio zio da Ostenda.

Stefan Zweig e Joseph Roth a Ostenda

Anche sul versante culturale italiano, zio Enrico fu molto attivo: conobbe e fu in contatto con gente del calibro di Svevo, nell’epistolario del quale figurano due sue lettere, di Prezzolini, Olgese, Borgese, Pirandello, Bontempelli e Saba.
Si decise infine, tornando alla sua materia d’elezione, a scrivere anche una Storia della letteratura tedesca, riguardante il periodo storico che andava dal 1870 al 1933, un’opera che Magris, in tempi più recenti, ha indicato come uno dei fattori che lo decisero ad intraprendere gli studi di germanistica, la strada che lo ha poi reso così autorevole.
Mario ed Emilia nel frattempo, all’inizio degli anni Venti, avevano avuto la bambina destinata a diventare mia madre.

Rimasta poi figlia unica, la pupetta ebbe in dotazione il nome della sua severa nonna Bice e gli occhi azzurri di suo padre.
Oggi che è incantevolmente anziana, saggia, attenta, curiosa ed attiva, sempre più spesso vedo balenare in lei qualcosa di sua madre: uno spiritello vivace e birbone, il guizzo ironico del temperamento di Emilia.

Bice, mia madre

I fatti che in Italia seguirono agli anni di cui ho parlato finora, li conoscono tutti.
Anzi no, a pensarci bene: tantissimi connazionali li dovrebbero ancora studiare e ristudiare e smettere di cianciarci su a vanvera, senza aver mai letto una riga in vita loro, su quel periodo o su qualsivoglia altro argomento.
Troppi italiani, disgraziatamente, non leggono neanche il manuale d’uso delle loro adorate automobili.
E si vede.
Gli eventi che a quel punto della storia fin qui narrata, investirono quel ramo della mia famiglia, erano destinati purtroppo a dar ragione ai neri presentimenti della mia bisnonna, l’austriacante Bice, che dopo la Grande Guerra, aveva temuto di non potersi fidare degli italiani, pur essendolo lei stessa.
La trappola del 1938, con l’approvazione delle leggi razziali, scattò davvero, come nei suoi peggiori incubi, e da lì in poi, gli ebrei non furono più cittadini italiani a pieno titolo.
Iniziarono le discriminazioni, poi gli spoliamenti generalizzati, le sopraffazioni e le persecuzioni.
Vite intere, fatte di lavoro, passavano di mano, gratis o per pochi spiccioli.
La mia bisnonna, la donna apparentemente dura e orgogliosa che era stata fedele suddita dell’ex Imperatore Francesco Giuseppe, in quel momento tragico per l’etica nazionale, si dimostrò terribilmente coerente: non sopportò il peso di un futuro che le appariva fosco, nè quel disgustoso affronto all’umanità.

Bice si tolse la vita.
Si può solo immaginare il dolore, il dramma e le domande angosciose di tutti i familiari, per prime quelle di Ettore, il marito innamorato di lei al punto che a sua nipote, mia madre, diceva sempre che per lui “Il più bel regalo è un sorriso di tua nonna”.
Si può solo immaginare anche lo strazio dei due figli, Emilia ed Enrico, proprio loro che tanto avevano voluto essere italiani e che vedevano ora materializzarsi in seno alla società italiana i peggiori spauracchi che avevano tormentato l’ultima parte dell’esistenza della loro madre.
A mio zio Enrico, che in quegli anni aveva usufruito di un periodo di tolleranza, durante il quale gli era stato permesso di scrivere più che altro per via dei suoi meriti nella grande guerra, non fu più sufficiente la protezione di questi.
Il giornalista culturale di primo piano, lo scrittore, il germanista amico dei grandi tedeschi e degli scrittori italiani maggiori, non c’era più.
Era stato cancellato: era un ebreo, punto e basta.
Poi era scoppiata la guerra, la seconda grande carneficina alla quale in un primo tempo l’Italia non partecipò.
Lo fece solo quando presunse, con tragica e illusoria furbizia, di ottenere il massimo risultato col minimo sforzo.
Tutto, invece, precipitò.
Enrico dovette in una prima fase nascondersi sotto pseudonimi vari per pubblicare qualcosa per grazia di giornalisti rimastigli amici, poi, con l’aggravarsi delle sorti del conflitto e l’arrivo dei tedeschi sul nostro suolo, su gentile invito del fascismo, dovette rendersi irreperibile.

La caccia all’uomo era cominciata in vista della soluzione finale: lui scappò in Abruzzo dove nessuno lo conosceva e vi rimase nascosto per qualche tempo.
Il dolore morale, l’enormità, la brutalità e l’insensatezza della persecuzione razziale da parte di un regime abietto, lo angustiavano.
Non si era mai curato delle sue radici, non era mai stato religioso, si sentiva solo italiano, come tantissimi, ma in quel frangente riscoprì la sua appartenenza: fu solo la pazzia della discriminazione a farlo sentire, stavolta orgogliosamente, ebreo.
Allo scoppio della guerra, del resto, moltissimi, per varie ragioni, avevano dovuto in qualche modo nascondersi, ma questo imperativo vitale, con i tedeschi che stazionavano in casa nostra, riguardava principalmente gli ebrei.

Dello sterminio non si sapeva quasi nulla, ma voci insistenti ne facevano intuire il peso.
La famiglia di mia madre che come ho detto, risiedeva a Velletri, visse gli anni della guerra in una costante e lacerante ansia: se fosse partita una sola delazione sul conto di mia nonna e della sua origine, il destino delle due donne di casa sarebbe stato segnato.
Indubbiamente il cognome di mio nonno e quello, dunque, di mia madre, che si era fatto ancora più importante, pressochè noto in tutto il mondo, costituiva una certa barriera di protezione: a pochi sarebbe venuto in mente che la moglie del Direttore di banca Mario P. fosse ebrea!

Ma non erano comunque al sicuro, capivano che la situazione, precipitando, si sarebbe fatta ancor più pericolosa.
Capitò un giorno un’occasione che mia madre colse al volo: reclutata con altri studenti per lavorare negli uffici comunali, trovò un coraggio disperato e, rischiando molto, col respiro grosso, fece sparire dei documenti riguardanti mia nonna.
Bice era una ragazza seria, intelligente e di bell’aspetto.
Negli anni della prima giovinezza, tra i suoi compagni di classe al liceo classico, c’era Giulio, il ragazzo che l’avrebbe sposata, e che sarebbe diventato mio padre, parte di un amore che fu più unico che raro, una roba da fare invidia.
Ora anche lui, chiamato a fare il soldato, era stato risucchiato dalla guerra, così mia madre, tra i tanti, ebbe un motivo in più di apprensione.
Per tre anni non seppero nulla l’uno dell’altro, ma non fu loro possibile dimenticarsi: si aspettarono.
Velletri, per colmo di disgrazia, era nel frattempo divenuta anche sede di un comando tedesco: i rischi per tutti aumentavano vertiginosamente, intanto perché la città diventava per gli alleati un bersaglio più goloso
Per chi poi era ebrea, come Emilia e sua figlia, quei rischi si facevano ancora più vicini, incombenti.

Veduta di Velletri bombardata

La presenza dei tedeschi in città ed i massicci e ripetuti bombardamenti che stavano martoriando Velletri e che infine la distrussero quasi integralmente, fornirono alla famiglia di mia madre una decisa spinta ad muoversi, a cercare di sfuggire ad una situazione pericolosissima.

Mi raccontava mia nonna che lei, pur parlando il tedesco, se incontrava qualche pattuglia germanica per la strada, per la paura irrefrenabile dimenticava anche l’italiano!
La protezione di una famiglia amica, nel momento peggiore della guerra, permise a mia madre ed ai suoi genitori di rifugiarsi in montagna, in una casa di loro proprietà.
Stavano arroccati sul Monte Artemisio che sovrasta la città, nascosti, reclusi senza poter scendere a Velletri, ostaggi della paura e della fame, tantissima fame.
Mamma mi raccontava che molto spesso di notte sognava di mangiare straordinari piatti di spaghetti, accorgendosi al risveglio che, disgraziatamente non si era trattato di sogni premonitori.
Contemporaneamente Enrico aveva passato le linee portandosi in zona sicura, trovando anche lavoro: conduceva una trasmissione radiofonica quotidiana, da Napoli, “Un italiano vi parla”, e dirigeva un quotidiano diffuso nella parte d’Italia che era già stata liberata.

Tornò poi a Roma, credo per prendere degli effetti personali nel suo appartamento.
Era il 1944, per lui il pericolo immediato, ormai, era quasi cessato.
Anni prima si era sposato con Livia ed aveva avuto una bambina, anche lei in possesso di due straordinari occhi blu. Per effetto delle leggi razziali, come tutte le alunne di origine ebraica, sua figlia, un’intelligenza viva e curiosa, era stata allontanata dalle scuole pubbliche.
Era quella zia Lilla che ho già nominato, e con la quale, finchè è vissuta, ho avuto un rapporto denso, fatto di molto affetto e di altrettanta complicità umana ed intellettuale.

Mia zia Lilla

Qualcosa però dentro Enrico si era comunque spezzato, qualcosa che nemmeno una situazione migliorata e più sicura riusciva a riparare.
Ciò che non poteva essere cancellato, costituiva per lui un peso non più sopportabile.
Si trattava probabilmente di una nausea incoercibile per gli orrori a cui aveva assistito, un disgusto esistenziale per i devastanti crimini morali, ancor prima che materiali, subiti, e per la loro insensatezza
Era la perdita delle forze dopo troppi patimenti.

“Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice”. (Primo Levi)

Era un’anima bruciata.
Un paio di anni prima, nel 1942, costretto ad espatriare nel pieno del conflitto e disperando dei fini dell’umanità, il suo amico Stefan Zweig si era tolto la vita con la sua giovane moglie.
Li trovarono abbracciati sul letto di un albergo di lusso in Brasile.
Era stato un suo grande amico e naturalmente la cosa ebbe un forte impatto sul temperamento sensibile dello zio, che per amore della moglie e di sua figlia, fino a quel momento aveva trovato la forza di continuare la sua lotta per sopravvivere all’orrore nazifascista.
La sua delicatissima situazione psicologica si aggravò di nuovo quando, ospite del suo appartamento a Roma, un suo cugino, un Michaelstedter, si era suicidato gettandosi da una finestra.
Non erano fatti isolati, quelli, in quei tempi plumbei: il suicidio fu visto, infatti da alcuni ebrei come una forma di protesta estrema e di ribellione morale ad una mostruosità civile; per altri fu l’effetto del cessare di ogni speranza nell’uomo.

Tra quelli che avevano la prima natura, ci fu, ad esempio, il gesto dell’editore Formiggini, che si gettò giù dalla Ghirlandina a Modena come protesta estrema contro le leggi razziali, proprio come quello della mia bisnonna Bice.
Diversamente, il togliersi la vita per disperazione, per nausea, per sofferenza esistenziale, fu la risposta di molti altri ebrei alle persecuzioni, soprattutto degli intellettuali, come Stefan Zweig.
Rimasto solo per qualche giorno nel suo appartamento romano, a distanza di un pugno di anni da quel fatto doloroso, zio Enrico seguì purtroppo l’esempio di sua madre Bice e si tolse la vita nello stesso identico modo in cui l’aveva fatto lei.
Pochi anni fa è stato ristampato, col titolo di “Diario degli anni bui”, l’insieme degli scritti che Enrico, pur pressato dagli eventi, produsse con regolarità quotidiana in quel periodo nero, annotando lo svilupparsi delle vicende italiane, mano a mano che esse andavano precipitando e commentandole in questo diario con un misto di lucidità e malinconia, di capacità di analisi profonda e pungente amarezza.

Mia nonna Emilia, “Mimmi” per tutti, come si deduce da questa storia, dovette dunque alla mostruosità del nazifascismo la perdita delle vite di sua madre e di suo fratello.
Non era davvero poca cosa.
Con lei, con nonna Mimmi, io ho vissuto tutti gli anni dell’infanzia, un’infanzia che soprattutto lei rese meravigliosa, indimenticabile; poi quelli dell’adolescenza e solo in parte, purtroppo, quelli della giovinezza, perchè non arrivò mai ad essere davvero vecchia.
Al netto del peso dei ricordi, la cui oppressione a volte si notava in lei, Emilia era rimasta una donna spiritosa ed amabile.
Era una di quelle persone preziose, sempre lievi, di quelle che non fanno mai gravare su nessuno il peso di un proprio minimo malumore o di altri stati d’animo negativi.
Mai una volta l’ho vista seccata, brusca, indisponibile: era di animo così buono e naturalmente gentile, da sembrare levigato.

Agli altri regalava sempre buonumore, spirito e disponibilità.
Questo, lo ribadisco, nonostante le tragedie vissute e le ferite subite, ferite che gli si erano impresse nella carne e nell’anima, non rimarginabili.
Mi divertivo a stare con lei, era un tale tornado di piacevolezza che io non conoscevo mai la noia.
Mia madre insegnava lettere, la mattina stava a scuola, quindi non c’era, e molto spesso di pomeriggio correggeva compiti o preparava le lezioni.
Era un’insegnante appassionata e coscienziosa.
Così, la scena della mia vita di bambino era occupata prevalentemente da lei, da mia nonna Mimmi.
Non era quel che si dice la classica nonnina tradizionale, o almeno, in parecchi tratti lei si allontanava un bel po’ dal modello base: guardavamo insieme gli incontri di boxe e le partite di calcio ed in entrambi i casi la sua era una partecipazione assai vivace e rumorosa: si accalorava per un pugno in più, preso o dato dal suo campione, o per un gol fatto o beccato dalla sua Roma.
Ci adoravamo.
Era lei, tra l’altro, che aveva voluto assolutamente che io mi chiamassi Mario, come l’amore della sua vita, l’uomo che quando io sono nato, l’aveva lasciata da pochi anni, morendo precocemente.
Non si poteva però chiamarmi Mario, perché lo stesso nome figurava in quello, composto, di mio padre: Mario Giulio.

Mario Giulio, mio padre

In base ad una legge di allora, infatti, il nome di un padre non poteva essere replicato in quello del figlio.
Nonna Mimmi non mollò, voleva per forza il “Mario” nelle mie future generalità: alla fine si trovò un escamotage, e così mi ritrovai per sempre un nome composto e piuttosto raro: Piermario.
Ho saputo solo altri di due in Italia, che portavano il mio stesso nome di battesimo. Curiosamente erano entrambi degli sportivi: uno era un peso massimo, uno che fu campione italiano verso la fine degli anni Sessanta, tale Piermario Baruzzi; l’altro era lo sfortunato calciatore Piermario Morosini, morto pochi anni fa di un malore in campo, sotto l’occhio spietato di più telecamere, mentre disputava una partita in serie B.
Torniamo però a noi, posto che vi interessi ancora il punto di arrivo di questa storia.

Mia nonna, l’ho già detto, era una straordinaria narratrice, così io ho passato per intero l’infanzia, e non solo, in una specie di dipendenza dalle sue parole, avviluppato e rapito nelle trame dei suoi racconti.
Non ci si poteva distrarre, era un’incantatrice.
Nella mente e nella mia fantasia, attraverso i suoi racconti riviveva la vivacità della Gorizia austroungarica della sua infanzia e della sua giovinezza; mi portava poi dalla sua mamma, così misurata e seria e mi faceva innamorare di suo padre Ettore, arguto e comprensivo.
Io li vedevo tutti come se li avessi di fronte, potenza di un buon narratore!
Mi raccontava di una scimmia che avevano avuto in regalo, pensa un po’, e che dovettero cedere perché era catastroficamente dispettosa.
Ed io mi chiedevo quale famiglia della borghesia di allora, ebraica o meno, potesse vantarsi di avere in casa una scimmia!

Poteva accadere giusto dentro un magistrale pezzo di letteratura, come è il capolavoro di Landolfi, “Le due zittelle” (sì, è scritto proprio così!) romanzo breve in cui una scimmia si dedicava a dispetti giudicati poi sacrileghi (qui il nostro articolo su Landolfi).

Mia nonna, quella scimmia, che mi pare si chiamasse Turù, un po’ la rimpiangeva ancora: “Ah, se non fosse stata così dispettosa, se non avesse combinato tutti quei guai! ….”.

Mi parlava soprattutto del fratello Enrico, così affettuoso e complice da sostenerla, anche dalla trincea, nella difficilissima lotta per sposare Mario.
Mi divertivo con lei, l’ho detto già, mi divertivo moltissimo perché sprizzava humour da ogni poro.
Mia nonna, però, mi raccontò anche tutto il resto, proprio tutto.
Non evitò così di raccontare a me bambino la fine tragica dei suoi cari.
Mi fece provare il suo stesso terrore di essere scoperta, quello di fare la fine del topo sotto i bombardamenti, lo schifo per il tariffario dei compensi per le delazioni, mi fece scoprire il tronfio ridicolo di certe pagliaccesche cerimonie paramilitari fasciste.
Mi fece guardare in faccia lo sterminio.
Nella sua Gorizia, al termine della guerra, di una comunità un tempo affollata, dopo la shoah non rimase nemmeno il numero sufficiente di ebrei, dieci, il cosiddetto “minian”, il quorum necessario per dire le preghiere.
Non è stato così più possibile riattivare la bella sinagoga, che ancora oggi infatti è aggregata alla comunità triestina.

Sinagoga di Gorizia, interno

Ora è un museo, visitabile su appuntamento.
Ci sono stato.
Nelle sue stanze di pertinenza sono montati dei pannelli dedicati agli ebrei illustri di Gorizia; accanto al pannello di Carlo Michaelstedter c’è quello di Enrico, il mio prozio, il fratello amatissimo di nonna.
Emilia, come vi dicevo, non ebbe reticenze e mi raccontò tutto di tutto.
Mi disse quanti e quali parenti avesse certamente perso, oltre ai due più cari, in quel tremendo buco nero provocato dal fascismo.
Di molti dei loro destini non poteva essere sicura: di alcuni si erano perse le tracce, forse erano dei morti senza nome, persi in qualche campagna polacca, di altri ipotizzava che si fossero messi in salvo, raggiungendo la Palestina.
Dirmi tutto, da parte sua era un atto d’amore e di responsabilità nei miei confronti: in mezzo a tante piacevolezze, ai racconti leggeri, a quelli terribilmente buffi, ben infilata tre le risate, mi trasmise, netta ed intera, tutta la sua memoria.

La memoria, la memoria, la memoria…
Senza di essa non si può più sperare di essere migliori di quel che siamo.
Così io, in nome di quella parte di famiglia sparita per sempre, e per la dolce e ferma insistenza di mia nonna, la coltivo.

Emilia, mia nonna

Io che avrei potuto non nascere, e non possederla nemmeno una memoria, come i miei fratelli e le mie cugine, figlie di Lilla, come milioni di bambini che sarebbero certamente nati se i loro genitori non fossero stati sterminati.
Milioni, chissà quanti milioni, chi può dirlo?
Vittime da aggiungere alle vittime.
A me ha detto bene: eccomi, ci sono.
Dalle parole di Emilia, da tutte le sue parole, scaturì un frutto civile: il mio saldissimo ed irrinunciabile antifascismo.
Dai suoi racconti iniziò, per la vita, la lotta per un mio perenne 25 Aprile.
Perché in questo paese la libertà è un bene precario, fa presto a diventar sogno.

Nota: Questo scritto si è autoimposto a me nel pomeriggio del 25 aprile del 2020. Non so come è stato: probabilmente è capitato per aver letto le solite castronerie fasciste sulla Resistenza, quelle che gli permette di dire quella democrazia che loro sembrano tanto odiare, ma di cui in realtà approfittano bassamente.
Forse è stata la rabbia, la memoria che questa data solleva, forse la preoccupazione, particolarmente acuta in questo momento fosco.
Forse si è trattato d’altro, forse di amore: è come se una parte sparita della mia famiglia mi avesse costretto a scrivere, a ricordare per ammonire. Per un finto estroverso come me, timido in sostanza, non è facilissimo raccontare una storia personale vera, ma tant’è: è successo.

Piermario De Dominicis, appassionato lettore, scoprendosi masochista in tenera età, fece di conseguenza la scelta di praticare uno sport che in Italia è considerato estremo, (altro che Messner!): fare il libraio.
Per oltre trent’anni, lasciato in pace, per compassione, perfino dalle forze dell’ordine, ha spacciato libri apertamente, senza timore di un arresto che pareva sempre imminente.
Ha contemporaneamente coltivato la comune passione per lo scrivere, da noi praticatissima e, curiosamente, mai associata a quella del leggere.
Collezionista incallito di passioni, si è dato a coltivare attivamente anche quella per la musica.
Membro fondatore dei Folkroad, dal 1990, con questa band porta avanti, ovunque si possa, il mestiere di chitarrista e cantante, nel corso di una lunga storia che ha riservato anche inaspettate soddisfazioni, come quella di collaborare con Martin Scorsese.
Sempre più avulso dalla realtà contemporanea, ha poi fondato, con altri sognatori incalliti, la rivista culturale Latina Città Aperta, convinto, con E.A. Poe che:
“Chi sogna di giorno vede cose che non vede chi sogna di notte”.


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