La poesia si mangia

Ho addentato un libro di poesia, ho sentito sotto il palato un dolce sapore salato di miele, distillato di lacrime e sorrisi, nell’alambicco un retrogusto di malva e di salsedine, semplicità fusa con la profondità di questa vita.
Ho addentato perché avevo fame di tutto, senza sapere mai di cosa, e mi sentivo sola, stretta nel mio angusto, eppure col mio sogno d’infinito.

Tanto desideravo la pioggia, che piovesse col suo odore acre e si spandesse nel grigiore viscido delle pozzanghere d’asfalto, sugli ombrelli slavati a colori striati di un liquido acquerello; desideravo piovesse, ma di una pioggia che ti penetra le ossa, ti strugge e ti fa viva, finché non ho addentato quel libro di poesia.

dipinto di Kendra Baird

Dicono che i poeti non sappiano di questo loro scrivere, che sia stupore nitido per un istante; dicono che manchi loro il fiato quando rileggono parole che sembrano date alla luce da un parto inatteso, prematuro, col grido e il pianto di un bimbo che è venuto al mondo; dicono che essi restino atterriti da quel pianto, che suona gioia pura nel dolore, e che non sappiano dire come sia accaduto, giacché non si erano mai conosciuti prima, eppure, l’attimo dopo, si disconoscono di nuovo e subito riprendono a cercarsi.

Che la poesia sia questo eterno movimento?

Ecco, ho addentato un libro di poesia e ho sentito il grido, il pianto e lo stupore, la gioia della pioggia mi ha bagnata di parole,  erano suoni fatti dall’emozione, e dentro c’ero anch’io, insieme a tutti gli altri, e stavo là senza l’ombrello, col mio nulla che non pareva più tanto solo e vuoto, in quella meraviglia della meraviglia.

«La poesia è qualcosa, o qualcuno, che dentro di noi vuole disperatamente essere».

Marina Cvetaeva, una poeta.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale


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