Aoxomoxoa: The Grateful Dead

1969 Aoxomoxoa è il terzo album dei “Grateful Dead”

Nati intorno al 1965, si imposero ben presto all’attenzione del pubblico per il loro particolare stile country/rock/psichedelico.
Erano supportati da un folto numero di fans, i cosiddetti “Deadhead”, che per seguire le orme dei loro beniamini non esitarono a vivere per anni come nomadi, spostandosi, con i mezzi più disparati, per assistere ai loro concerti che si tenevano in ogni angolo del grande continente americano.

La scelta del nome del gruppo ebbe origini piuttosto casuali: due parole tirate fuori a caso da un vocabolario: è così, insomma, che nacque il nome

“il morto riconoscente”.

La prima formazione era composta da:

  • Jerry Garcia – chitarra solista, voce
  • Bob Weir – chitarra ritmica, voce
  • Ron “Pigpen” McKernan – tastiere, armonica, percussioni, voce
  • Phil Lesh – basso, voce
  • Bill Kreutzmann – batteria
I Grateful Dead

Nella realtà musicale della controcultura hippie che si andava formando a San Francisco, dove cominciavano a prendere forma band come Jefferson Airplane e Santana, i “Grateful Dead” si confermarono come gruppo di punta anche per via dell’alto livello tecnico di tutti gli elementi.

Animali da palcoscenico, i loro concerti erano estremamente trascinanti, con lunghissime improvvisazioni ispirate dalle esperienze con l’LSD, e “il viaggio” era condiviso con tutti gli spettatori, tanto che Jerry Garcia, leader del gruppo, fu soprannominato per questo “Captain Trip”.

Una curiosità:

I Grateful Dead parteciparono al festival di Woodstock, nell’Agosto del 1969, ma la loro performance fu rovinata da un violentissimo temporale che creò non pochi problemi con la messa a terra dell’impianto di amplificazione.
Jerry Garcia e Bob Weir si lamentarono di aver preso la scossa toccando le chitarre. Il loro concerto fu così disastroso che decisero di non voler essere inclusi nel disco né tantomeno nel film.

Fu proprio nel 1969 che il gruppo si chiuse in sala d’incisione e nacque quel capolavoro di disco:

La copertina di Aoxomoxoa, realizzata da Rick Griffin

AOXOMOXOA

La parola è un palindromo (si può leggere anche al contrario) che non ha un significato o almeno non è stato mai spiegato.
Pare sia stata inventata dall’illustratore Rick Griffin, l’autore della copertina, e da Robert Hunter, l’autore dei testi.

Tentativi di interpretazione ne sono stati fatti, il più interessante risulta essere questo:

“AO” richiamerebbero la forma greca abbreviata di alpha e omega, quindi il principio e la fine, la “X” come simbolo di intersezione tra le cose e l'”OM” col significato tantrico di infinito, il tutto ripetuto nella forma palindroma per rappresentare la ciclicità delle cose.

Nello stesso nome del gruppo sembra sia nascosta un’altra scritta:
We ate the acid” (abbiamo preso l’acido)

Il disegno, assolutamente speculare se si esclude la scritta grateful dead, rappresenta la vita, la morte e la rinascita: fra spermatozoi, simboli fallici, uteri, feti, alberi della vita, al centro un teschio con le tibie incrociate, che tiene nelle mani due uova, ed uno scarabeo perfettamente al centro del palindromo.

Nel 1991, la rivista Rolling Stone ha posizionato la copertina di Aoxomoxoa all’ottavo posto nella classifica delle 100 migliori covers di tutti i tempi.

Giriamo il disco e sul retro troviamo una bucolica fotografia in bianco e nero che ritrae alcuni componenti della band (Jerry Garcia, Bob Weir, Phil Lesh, Bill Kreutzmann, Tom Constanten) e alcuni frequentatori della grande famiglia dei Dead.
Anche in questa immagine troviamo una particolarità: una bambina di cinque anni, Michelle Harrison, che dopo alcuni anni avrebbe cambiato il suo nome in Courtney Love, diventando la trasgressiva cantante americana futura moglie di Kurt Cobain, il leader dei Nirvana.

Michelle Harrison, alias Courtney Love, futura moglie di Kurt Cobain

Qualche curiosità sull’autore dell’immagine frontale

Rick Griffin

Richard Alden “Rick” Griffin, nato vicino a Palos Verdes in California nel 1944, era un’artista americano operante a San Francisco specializzato nella progettazione di poster psichedelici negli anni sessanta.
Era un elemento del movimento “Underground Comix”.
Grazie alla sua passione per la tavola fu stretto collaboratore della rivista “Surfer”, dove si inventò il personaggio di Murphy che sarebbe diventato la mascotte della scena Surf californiana. Rappresentato in seguito su tantissime magliette e tavole.

Murphy, il personaggio creato dalla matita di Griffin per la rivista Surfer

Nel 1964 Rick, di ritorno da un viaggio e dovendo rientrare a San Francisco, chiese un passaggio ad un automobilista.
Durante il tragitto si addormentò ma fu improvvisamente svegliato dalla risata isterica dell’autista e dalla macchina che stava facendo zig zag da una parte all’altra della strada.
Inevitabilmente questi perse il controllo dell’auto ed in seguito Rick disse:

l’ultima cosa che ricordo è che stavo volando in aria guardando la mia valigia che si schiantava al suolo e si frantumava in mille pezzetti. 

Quando riprese conoscenza, nel letto dell’Ospedale, qualcuno stava leggendo il salmo 23 della Bibbia: 

…anche se dovessi camminare in una valle oscura…

La sua faccia era tracciata da profonde cicatrici e l’occhio sinistro era perso irrimediabilmente: da qui l’ossessione di inserire occhi e bulbi oculari nei suoi disegni.

Rick dopo l’incidente si fece crescere barba e baffi per nascondere le cicatrici. Spesso portava una benda nera sull’occhio

Dopo questa esperienza si convertì al cristianesimo realizzando molte opere per iniziative religiose.

Dal suo ingegno nacquero molti manifesti per la cultura “surf”, sua grande passione, e per alcuni gruppi musicali: The Challengers, the Charlatans, The Cult, Jimi Hendrix, John Mayall, Frank Zappa e Grateful Dead.

Morì, nel 1991,  a cavallo della sua Harley Heritage Softail, scaraventato fuori strada da un furgone che stava cercando di superare. 

Particolare di una Harley-Davidson Heritage Softail dedicata a Rick Griffin

Nato lo scorso millennio in quel luogo che, anche da Jovanotti, è definito l’ombelico del Mondo, Klaus Troföbien è ritenuto un vero cultore ed esperto di filosofia e costume degli anni 70/80.
È un ardente tifoso della squadra di calcio della Roma, ma non di questa odierna semiamericana e magari presto cinese, ma di quella di Bruno Conti, Ancellotti, Di Bartolomei, di quella Roma insomma che allo stadio ti teneva 90 minuti in piedi e 15 minuti seduto; è inoltre un collezionista seriale di oggetti vintage che vanno dalle cartoline alle pipe, dalle lamette da barba ai dischi in vinile.
I suoi interessi sono la musica pop rock blues psichedelica anni ’70/’80, la fotografia, la cultura hippie, i viaggi, la moto, il micromondo circostante.
Grazie ad una sua fantasmagorica visione è nata Latina Città Aperta, della quale è il padre, il meccanico e il trovarobe.
Politicamente è stato sempre schierato contro.
Spiritualmente, umilmente, si colloca come seguace di Shakty Yoni, space wisper di Radio Gnome Invisible.
Odia rimanere chiuso nell’ascensore.
Da qui la spiegazione del suo eteronimo.
Un pensiero criticabile ma libero, una mente aperta a 359 gradi.
Ma su quel grado è intransigente.


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