Nel vicolo dell’onestà

Quante volte abbiamo sentito la parola “onestà”?
Dalle invocazioni accorate, alle grida furenti, quel grido era il motivo dominante, il mantra dei politici rivolto alla platea gremita, il continuo richiamo del leader verso i suoi sostenitori e viceversa. Quando si invoca “onestà” seguono sempre acclamazioni, si scatenano gli applausi e l’entusiasmo trascinante mette tutti d’accordo. Come potrebbe essere diversamente? Chi mai potrebbe eccepire? In questa sola parola si racchiude tutto: ma esattamente cosa?

Che la parola “onestà”, ancorché scandita negli slogan di una folla, significhi la stessa cosa per tutti, non ci è dato sapere; non ci è dato sapere se si richiami solo a quel comandamento “non rubare” (con tutte le “attenuanti” che sappiamo essere poi applicate a ogni caso italico), oppure se sia rivolta a una sfera più profonda, dove si colloca una onestà intellettuale, della rettitudine di ognuno, una scelta di vita, una lealtà.
Resta un bel dilemma, per chi voglia porsi seriamente la questione: ma quanti se la sono davvero posta?
Si è onesti se si fa la cosa giusta, ma che sia giusta per tutti o invece lo sia solo per noi stessi, resteremo comunque onesti?  “Onesti” della stessa specie? Che sia il male minore, “una mezza onestà”, il tratto con il quale si incide quella linea di demarcazione, più o meno netta, tra noi e i principi enunciati, tra noi e la piazza urlante, tra noi e il consenso che si traduce in voto nell’immediato, sempre per onestà viene spacciata.
Ebbene, a un certo punto, anche gli onesti devono scegliere, e spesso quegli onesti del grido “onestà”, che erano i nudi e puri della prima ora, si sono ritrovati soli davanti al bivio che taglia di netto il senso della parola: occorre fare aggiustamenti, correre al riparo.

Sono gli anni del relativismo della ragione, che non ha risparmiato neanche l’onestà, nonostante essa sia evocata quale risposta a ogni ingiustizia, guardata come una luce in fondo al tunnel; ma l’onestà non si può invocare e basta, deve poggiare su fondamenta, perché se viene lasciata in bilico sulla rivendicazione e sulla rabbia, mossa da desiderio di rivalsa, essa vacilla, e poi non regge.
Sembra che l’unica occupazione degli “onesti” sia quella di ergersi contro i disonesti, e di brandire tutto quanto possa produrre molto rumore; eppure l’onestà dovrebbe fare tutt’altro che rumore. Dove ciascuno è troppo occupato a additare la parte opposta, con l’indice accusatore, non si pensa bene.
La tifoseria non pensa.

Basterebbe riflettere su quante parole vengono distorte, per capire che di fatto l’onestà la si comincia a minare proprio dall’uso del linguaggio, corrompendo i significati, distorcendoli e piegandoli, in modo che ogni fazione si avvalga dell’onestà sua, in una gara tra chi è più onesto, tra chi incarna il bene e chi no. Perciò abbiamo assistito a guerre fatte in nome della pace, a menzogne pronunciate per amore di verità, alla libertà rivendicata in modo personale, nel nome della quale si sono giustificati soprusi contro la Libertà; dove la politica è mossa dalla convinzione che il fine giustifichi i mezzi, si può abusare di ogni concetto, passando tranquillamente anche sopra l’onestà.

Un altro principio sul quale l’onestà scivola è racchiuso nel detto campano che recita: “Ccà nisciuno è fesso” (qui nessuno è fesso), e effettivamente è in questo gap, tra onesto e fesso, che si gioca molto del nostro spirito italico.

disegno di Pawel kuckzynski

A tale proposito vorrei citare Pier Paolo Pasolini, quando in un suo articolo uscito sulla rivista “Vie Nuove” nel 1961 scrisse:

“Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con metodi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù …” 

Pasolini era profondamente onesto, al punto tale di preferire perdere… (un fesso?); egli aveva ben chiaro che il mezzo nobilita il fine, che la forma si fa sostanza, e oggi prima ancora che di onestà, si dovrebbe ricominciare a parlare di lealtà.

Non è facile comprendere che su questo concetto si gioca tanta parte della nostra Democrazia, le regole uguali per tutti devono essere tali; questo principio costituisce gli anticorpi contro la deriva autoritaria di qualsiasi società umana, essi sono tutto ciò che si oppone alla regola del più forte, che fa tanto “legge della Jungla”. Non ci si garantisce dalla deriva, applicando alla bisogna “particolari” eccezioni alla regola, tanto meno adeguandoci a un sentire diffuso che in fondo sia accettabile un certo modus operandi. Sappiamo bene che la gente nutre una certa ammirazione per chi non è un “fesso”, e deroga a quell’onestà perché: “a fin di bene” si può, in nome di quell’occasione che fa ladri gli onesti e fessi quelli che non la sanno cogliere, i quali a loro volta, pur restando onesti, diventano compatiti eroi del nulla.

Non è invece più onesto colui che persegue fini onesti, utilizzando mezzi onesti? Le scorciatoie sono compromessi, i compromessi sono una cambiale che si firma e prima o poi torna all’incasso; a pagare il conto alla fine saranno proprio coloro che nelle piazze, strade, sui social e nei sobborghi, reali o virtuali, di questo mondo/paese, gridano senza sapere cosa, e invocano “onestà”, infilandosi ancora una volta in un vicolo senza uscita:

il vicolo dell’onestà.

Fino a poco tempo fa mi sono nascosta dietro l’eteronimo di Nota Stonata, una introversa creatura nata in una piccola isola non segnata sulle carte geografiche che per una certa parte mi somiglia.
Sin da bambina si era dedicata alla collezione di messaggi in bottiglia che rinveniva sulla spiaggia dopo le mareggiate, molti dei quali contenevano proprio lettere d’amore disperate, confessioni appassionate o evocazioni visionarie.
Oggi torno a riprendere la parte di me che mancava, non per negazione o per bisogno di celarla, un po’ era per gioco un po’ perché a volte viene più facile non essere completamente sé o scegliere di sé quella parte che si vuole, alla bisogna.
Ci sono amici che hanno compreso questa scelta, chiamandola col nome proprio, una scelta identitaria, e io in fin dei conti ho deciso: mi tengo la scomodità di me e la nota stonata che sono, comunque, non si scappa, tentando di intonarmi almeno attraverso le parole che a volte mi vengono congeniali, e altre invece stanno pure strette, si indossano a fatica.
Nasco poeta, o forse no, non l’ho mai capito davvero, proseguo inventrice di mondi, ora invento sogni, come ebbe a dire qualcuno di più grande, ma a volte dentro ci sono verità; innegabilmente potranno corrispondervi o non corrispondervi affatto, ma si scrive per scrivere… e io scrivo, bene, male…
… forse.
Francesca Suale

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