Capire il passato, immaginare il futuro

di Leonardo Majocchi e Stefano Vanzini

La sinistra, e anche la cronaca di questi giorni lo conferma, pare abbia smesso di fare politica da un po’. O meglio, si badi, se non in generale , sicuramente ha tralasciato la politica fuori delle istituzioni.
Un tempo si raccontava del PCI, la più grande organizzazione comunista occidentale, come un partito di lotta e di governo, tra tanti limiti, un luogo che dava rappresentanza a milioni di persone.
In questa settimana in pochi hanno ricordato gli scioperi a rovescio della nostra provincia, era il primo marzo 1951: di tempo ne è passato, ma il ricordo di quella che è anche parte della nostra storia, ci permetterebbe di allargare lo sguardo e fare una riflessione più generale.

Da troppo tempo fatichiamo a raccontarci, intrappolati in un presente privo di respiro, con una repulsione verso le nostre radici che ci impedisce di proiettarci nel futuro.

È importante riscoprire questi momenti per provare a capire come (ri)sostanziarli nel presente, specie se pensiamo che molte delle domande di ieri si ripropongono oggi, chiaramente in misura e forme distinte, rimanendo spesso senza risposta politica.
Gli scioperi a rovescio sono stati una domanda e contemporaneamente una risposta, un passo del nostro passato che sarebbe bene rimarcare.

Ci ricorda Stefano Morea, segretario della Flai Cgil del sud del Lazio

“lo scopo era quello di porre all’attenzione delle Autorità la questione del lavoro. Si chiedeva che venissero istituiti dei cantieri di lavoro per dar corso all’opera di urbanizzazione civile, pressoché inesistenti nel territorio.”

E allora, oggi ciò che stupisce è la mancanza di analisi, il fatto che si parli di tattiche, di equilibri e alleanze, ma si continui ad eludere, nel paese e nella nostra città, il tema culturale, che precede quello politico quanto a rappresentanza dei bisogni: sembra impossibile parlare di egemonia.
Sono pochissimi i ragionamenti che vanno oltre il contingente storico; avremmo, oggi più che mai, bisogno che i partiti e i luoghi della politica tornino a porsi temi quali la riorganizzazione del conflitto, di come operare direttamente nelle strutture sociali e non solo in quelle di governo, e di come restaurare un legame sentimentale e storico con precise fette del paese.

Insomma: si tratta di tornare, a trecentosessanta gradi, con gli stivali nella realtà di tutti i giorni, proiettati verso il nuovo mondo, conoscendo ciò che siamo stati.

Leonardo Majocchi 20 anni, tra la pletora di avversi al mercato del lavoro che studiano Scienze Politiche alla Sapienza.
Molto di me ruota intorno alla politica: attività, ruoli, letture, studio, compagnie, ma non sono poi così grigio.
Vivere, seppur per qualche mese, in America Latina mi ha permesso di rivedere i canoni, tipicamente occidentali, con cui interpretavo la quotidianità, cambiandomi la vita.
“Forse ho sbagliato ideologia”.

Mi chiamo Stefano Vanzini. Ho 23 e sono uno studente universitario. Divido la mia settimana tra Latina e Roma, dove studio scienze politiche. Sono di sinistra, romanista e ferrarista; in poche parole sono un esteta della sconfitta.

Pensieri per la Città – Un’Agorà per Latina è la nuova rubrica-contenitore della nostra rivista blog, LatinaCittà Aperta.
Abbiamo, infatti, voluto affiancare al nostro settimanale, che come sapete tratta di argomenti che potremmo un po’ pomposamente definire di “cultura generale”, uno spazio, un’agorà di riflessione e di approfondimento intergenerazionale su temi della città che ci ospita, Latina, non limitandoci ad essa.
Ci si propone di istituire qualcosa di vivo, un luogo di confronto e di approfondimento, gestito da giovani, donne e uomini, forze fresche e consolidate intelligenze, persuase che la partecipazione e il confronto siano i cardini della buona politica.

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Un commento su “Capire il passato, immaginare il futuro

  1. Interessante questa rievocazione, in un momento in cui stiamo rientrando nuovamente in un lockdown generalizzato, contemporaneamente all’arrivo di enormi masse di liquidità che incapaci menti non sanno come applicare per stimolare sviluppo economico. A suo tempo, negli anni ’50 ci furono due grandi eventi partiti dalla mente del Segretario della CGIL Giuseppe Di Vittorio: gli scioperi a rovescio e l’occupazione delle terre: che in gran parte erano degli enormi latifondi intestati a famiglie nobili e alla grande borghesia. E’ bene ricordare che nel primo caso si realizzarono sopratutto strade, per collegare gli isolati paesi montani con le stazioni ferroviarie, affinché si promuovesse la pendolarità verso le città e le industrie in ricostruzione. Quindi i cittadini obbligarono lo Stato, attraverso le Prefetture ad investire le poche risorse in queste lungimiranti opere per favorire il raggiungimento dei luoghi di lavoro. nella nostra provincia vennero realizzati grandi cantieri come la strada Sonnino – Fossanova, la via pedemontana, che dalla valle di Suso alla strada che porta verso la Stazione di Ferroviaria di Latina Scalo e altre realtà simili. Oggi si pensa di investire in grandi opere… ma senza motivi pianificatori di promozione produzione e lavoro, il ché evidenzia una confusa e debole visione politica a lungo termine. E così rischiamo a fare cattedrali nel deserto. Nel secondo caso, nel dopoguerra le grandi famiglie fermarono le produzioni agricole, spesso esercitate attraverso la pratica della mezzadria, non c’era mercato e produrre, non copriva gli oneri; ma le famiglie dei contadini non avevano di ché cibarsi e tantomeno esercitare una pur minima attività di Piccola Economia. In quella disperazione e in attesa della riforma agraria le masse dalle campagne sfidando la repressione poliziesca al tempo scatenata dalle componenti conservatrici della Democrazia Cristiana. Anche questa rivolta di base causò in tutta Italia, vittime, arresti, tra cui mia madre e persecuzioni, ma poi da lì ripartirono grandi prospettive che oggi fanno dell’agricoltura italiana il primo compartimento per fatturato nazionale con trend in crescita. Quindi investire è qualcosa di diverso che spendere, investire necessita di visione progettuale politica, mirata a produzioni di futura rendita, che sarà quella capace di ristorare i debiti che oggi stiamo creando.

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