Il compleanno di Abdhulafiah

Non capitava spesso che si riunissero.

La quotidianità li vedeva tutti disperdersi, come gocce di pioggia sulla finestra, alla rincorsa dei rispettivi lavori e lavoretti e degli affanni conseguenti, ma almeno una volta all’anno quel gruppo di amici, così eterogeneo, si radunava.
Nel giorno del suo compleanno Abdhulafiah, infatti, investiva parte dei compensi che percepiva nella sua qualità di questuante e consulente filosofico-finanziario presso il parcheggio del supermercato Carreconad, in un pranzo da offrire ai suoi amici più stretti.

Il Ristorante Addis Abeba, reperto intatto dell’epoca di fondazione della città, era la sede abituale di quei festeggiamenti, un po’ perché Tarallo non poteva tenersi distante per troppo tempo dalla struggente zuppa inglese che vi servivano, e un po’ perché Afid, Omar, Aminah e lo stesso Abdhulafiah erano innamorati persi della cucina romana, faro ispiratore dei cuochi di quel locale.
La comitiva aveva occupato la bella tavolata che era stata disposta non lontano dallo sguardo malinconico e sottilmente invidioso che il defunto fondatore del ristorante, nella sua uniforme da giovane bersagliere, scoccava ai vivi dal quadro che ne ospitava il ritratto fotografico.

Nell’attesa degli altri invitati Abdhulafiah, indiavolato di buonumore, monopolizzava la conversazione con una girandola di battute e scherzi.
Ad un certo punto improvvisò una spassosa  e surreale conversazione tra i due vicepremier sulle priorità politiche, imitando alla perfezione sia lo sbarazzino accento partenopeo di De Meio, che quello greve e milanese di Mattia Rozzini.

Opossum in attesa del Reddito di Respirazione

Abdhulafiah / De Meio: 
“Non è vero che noi escludessimo per motivi razziali gli opossum e gli altri marsupiali dal Reddito di Respirazione, lo abbiamo pensato solo perché essi, appunto, sono bestie che non hanno la cittadinanza italiana e di conseguenza respirano stranieramente.
Noi non fossimo abituati, come chi ci precedesse, a nasconderci dietro un dito e, Casaleggio a parte, non dobbiamo giustificarci con nessuno altro, se non coi cittadini.
Noi ci rapportassimo esclusivamente con le brave persone di questo paese, quei poveretti che oggi, dopo aver pagato uno sproposito di biglietto, hanno difficoltà persino a comprarsi una bibita allo stadio.
Capite di che parlo?
Non comprano nemmeno una bibita allo stadio, accidenti, manco una!
Riepilogando, dunque, noi col Decreto sugli aiuti a Genova, stabilittimo anche che gli animali che respirano straniero non saranno inclusi tra quelli che otterranno il Reddito di Respirazione: è tutto chiaro?
Respingessimo per la quale cosa le insinuazioni di Mostrovitz… Moscio… Moscovici (Maronn’, cazz’e nome che tiene!) e di quelle istituzioni europee nemiche dei cittadini: l’Italia pensa con la sua testa e parla con la sua bella lingua!

Opossum clandestini

Abdhulafiah / Rozzini:
“Eh sì, ci mancherebbe solo che il Nord… ehm… che l’Italia mantenga anche gli opossum immigrati dandogli la paghetta giornaliera da spendere in rane, vermi, manghi e altro ancora!
Ma se abbiamo sudato per ridurre a cinquanta centesimi quella dei nigeriani! Aiutiamoli semmai nelle loro foreste.
L’Europa è liberissima, se vuole, di accogliere indiscriminatamente nigeriani, opossum, senegalesi e altri marsupiali scansafatiche: la Lega deve fare gli interessi del Nor… ehm…dell’Italia, e chiuderà le sue frontiere all’invasione di queste specie.
Protestino quanto vogliono i professoroni, i premi Nobel, gli scienziati buonisti e tutti gli altri che fanno gli alfabeti con la pancia degli altri, noi ragioniamo solo con quella…
Oddio, voglio dire con la nostra, e non ci fermeremo, ecco!…”

Una risata collettiva rimbalzò tra le pareti austere dell’Addis Abeba, perennemente in penombra.
A qualcuno parve addirittura di vedere che il bersagliere triste piegasse la bocca in un abbozzo di sorriso, e mentre l’eco gorgogliante di quello scroscio di ilarità andava spegnendosi, una luce accecante illuminò in un lampo l’ambiente.
Lo stupore di tutti durò giusto il tempo per rendersi conto che Consuelo li aveva raggiunti e che, regale nella sua bellezza ultraterrena, la ragazza stava veleggiando raggiante verso il loro tavolo.

La splendente Consuelo

Tarallo, che per quanto la frequentasse veniva sempre colto di sorpresa da tanta grazia, si fece andare di traverso il grissino biologico che stava sbocconcellando e Afid, vedendolo farsi bluastro, intervenne con vigorose pacche sulla schiena,  salvandolo da una fine ridicola.

L’arrivo, festeggiatissimo da tutti, del Professor Cervellenstein, l’illustre psicologo, completò la compagnia.
Il cattedratico si era tirato appresso Domizia, una sensazionale cinquantenne iperaccessoriata, il cui sterminato sorriso aveva permesso ad un noto dentista l’acquisto di una scenografica baita in Val di Cembra.

Domizia l’accompagnatrice del Professor Cervellenstein

Il professore, impeccabile nel completo che  era solito indossare quando presentava in Tribunale le sue perizie su presunti picchiatelli che si erano messi nei pasticci, portava il papillon delle grandi occasioni.
Ad una domanda che a proposito di quel farfallino gli fece Aminah, cugina di Abdhulafiah, la commensale più timida e silenziosa, il cattedratico, raccomandando discrezione e guardandosi cautamente intorno, iniziò a raccontarne la storia.

Il Professor Cervellenstein col papillon di Freud

Era appartenuto nientemeno che a
Sigmund Freud in persona!

Pochissimi ne erano al corrente perché Cervellenstein l’aveva avuto in regalo da un cliente speciale che lo aveva rubato per lui, per fargliene omaggio.
La reazione sbalordita di tutta la compagnia lo incitò a proseguire quel racconto così insolito.
Quel cliente, un poveretto da compatire, era affetto da una sindrome peculiarissima: scoppiava in una irrefrenabile risata nervosa quando ascoltava l’inno nazionale dell’Uzbekistan.


Ogni volta che gli capitava aveva effetti peggiori della precedente: al primissimo accenno di quella musichetta marziale, gli partiva un cachinno rumoroso, uno scoppiettio d’ilarità a cascata con un petardesco eco di gran roboanza, qualcosa di inumano che andava poi trasformandosi in un lancinante ululato lupesco, lasciandolo senza fiato.
Questo fenomeno, per bizzarro che fosse, non avrebbe comportato alcunché di particolarmente grave ad ognuno di noi nella nostra vita di tutti i giorni, dato che tra i generi di musica che subiamo, difficilmente potremmo incappare in quell’inno.
Magari, se pure ciò accadesse, esso ci infliggerebbe danni assai minori di quelli causatici da un singhiozzo del cantante dei Negramaro o da una steccona di Jovanotti.
Per uno come quel tale, invece, che disgraziatamente ricopriva la carica di Ambasciatore Italiano a Tashkent, il curioso fenomeno aveva riflessi particolarmente gravi.
In occasione di un paio di cerimonie ufficiali alle quali ovviamente lui era tenuto a presenziare, si era sfiorato l’incidente diplomatico.
Subito dopo l’attacco, convinto e solenne, della Banda Nazionale Uzbeka e del coro, composto per intero solo da uomini e donne con dei grandi baffi neri, il tizio, in preda alle convulsioni del riso, era stato portato via di peso dal palco d’onore dagli addetti d’ambasciata e riportato frettolosamente in sede.
Motivi di salute erano stati successivamente utilizzati nella tradizionale formula di scuse.
Il Ministero degli Esteri però, a quel punto gli aveva imposto di curarsi e fu così che l’ambasciatore R., tornato in patria, si era ritrovato a fare i conti con le maligne e mordaci molle del divano di Cervellenstein.

L’inno nazionale dell’Uzbekistan

In quattro sedute il Professore aveva trovato il bandolo della matassa escogitando una soluzione geniale: aveva indotto nel paziente un transfert che, sviando quasi l’attenzione del male, ne aveva trasferito i sintomi verso un’altra origine.
Da quel momento in poi l’uomo prese a sbellicarsi dalle risate ascoltando l’Inno nazionale dello Stato di Niue, con Capitale Alofi, una nazione oceanica di 260 chilometri quadrati, indipendente dal 1974, con una popolazione di sole 1611 anime e, cosa di importanza decisiva, priva di una nostra rappresentanza diplomatica.

Lo Stato di Niue sulla cartina

Quello di Cervellenstein fu un capolavoro terapeutico che gli valse l’eterna gratitudine dell’Ambasciatore R..
Il diplomatico aveva trovato in seguito un modo più che originale di sdebitarsi con lui, al di là della salatissima parcella pagata dal Ministero. Mesi dopo la sua guarigione si recò a visitare la famosa casa museo di Freud nella Bergasse a Vienna, e sostando dinanzi ad una teca che esponeva alcuni papillon appartenuti al padre della Psicoanalisi, gli venne fulminea l’idea di sgraffignarne uno.
Con una destrezza insospettabile in un uomo come lui, dalla flemma di bradipo, lo fece, donando poi quel farfallino ad un attonito Cervellenstein.
Il Professore ebbe una tormentosa crisi di coscienza, che si protrasse per ben due minuti e sedici secondi, prima che si decidesse a tenere quel regalo dalla alta carica simbolica.

Sigmund Freud col papillon di Cervellenstein

L’applauso di tutti i commensali al termine del magistrale racconto dell’illustre psicologo fece voltare sbigottiti gli altri clienti del ristorante.

E mentre tutti, tranne Lallo Tarallo, noto astemio, alzavano i calici in onore di Abdhulafiah, il silenziosissimo e severo cameriere dell’Addis Abeba iniziò a portare i primi: fettuccine al ragù per tutti, come preludio al classico menù taralliano che prevedeva poi i saltimbocca alla romana, le patate al forno e l’ineguagliabile zuppa inglese.

Quando, servendola per prima, quel cameriere accigliato pose il piatto di portata davanti a Consuelo, i bottoni di oro spento e scurito della sua giacca verde si accesero come gli special dei vecchi flipper, prendendo a brillare, e per la prima volta nella storia del ristorante tutti videro quell’uomo sorridere, illuminato in volto dal riflesso della salvifica bellezza.

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