Santangelo sul monte Mirteto

LUOGHI E CULTURA: PASSEGGIO DI VINO 1

A mezza costa tra le rovine di Norba e Ninfa, si trova il tempio rupestre di san Michele arcangelo all’interno di una grotta, con i resti del monastero di Santa Maria sul Monte Mirteto.
Da lassù, un tempo non troppo distante, la vista si allargava alla vasta zona pianeggiante tra il monte e il mare, un’ampia distesa di piscine acquitrinose che si alternavano con aree emerse, boschi e prati, mandrie di bufali.

La grotta

La grotta è circondata da un casolare e dalla chiesa di Santa Maria, resti del monastero dell’ordine florense, allora animato dalla presenza dei discepoli diretti di Gioacchino da Fiore, venuti sui Lepini all’inizio del ‘200.
È questo un monastero medievale sorto nelle immediate adiacenze di una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, venne usata come tempio rupestre dedicato al culto di san Michele arcangelo, il pesatore delle anime, il giustiziere del drago, che insidia il pellegrino scoraggiandone l’andare con le insidie e le tentazioni della via.

Il casolare

La breve ed intensa storia dell’intero complesso è nota grazie ad una serie di documenti, conservati nell’archivio di Santa Scolastica a Subiaco, che indicano nel 25 luglio del 1183 la data in cui papa Lucio III, per mano di Pietro vescovo di Segni, consacrò la grotta in chiesa, dedicandola al culto di san Michele arcangelo ed affidandola in amministrazione al clero della città di Ninfa.

Il monastero di Santa Maria sul Monte Mirteto

La fama e la venerazione fu tale che, dopo appena 33 anni dalla consacrazione della grotta, si procedette alla costruzione dell’annesso monastero di Santa Maria di Monte Mirteto, grazie a Ugolino dei Conti di Anagni, vescovo di Velletri e futuro Gregorio IX. Cominciò per la badia una vera e propria fase di espansione ed il rilievo assunto nel corso degli anni fu tale che quasi le sorti dello stesso si imponevano all’attenzione di pontefici, imperatori e re. Con la sede avignonese del papato, per la badìa di Monte Mirteto, come per le altre nel territorio pontino, iniziarono però momenti di ristrettezze, mitigati solo in parte dal controllo sul territorio della famiglia Caetani, sebbene non sempre costante.
Il monastero fu sicuramente abitato dai monaci florensi finché papa Martino V (1417-1431) decise di unirlo a quello benedettino di Santa Scolastica di Subiaco, decretandone così il definitivo declino.

Oddone Colonna, Papa Martino V (1417-1431)

La grotta di origine carsica è costituita da due cavità separate da un tronco calcareo e custodisce al suo interno due altari medievali, che erano deputati alla conservazione di importanti reliquie.
Una serie di gradini portano al piano rialzato dell’altare principale, posto nella cavità maggiore, delimitato da due muretti che fungono da transenne. L’intera zona è interessata dalla decorazione risalente alla fase medioevale e più precisamente ad un momento di poco anteriore alla consacrazione della grotta in chiesa, non allontanandosi da una datazione intorno ai primi anni del nono decennio del XII secolo.
I pochissimi resti pittorici ancora presenti sono riconducibili a grandi temi iconografici della cultura romana e dell’ambito rupestre.
Sulla parete di fondo, la Psicostasia rappresenta san Michele, titolare della chiesa, che regge con la mano sinistra la bilancia per la pesa delle opere buone e di quelle cattive, mentre con la mano destra tiene l’asta che trapassa il demonio.
A seguire la Traditio Legis, che rappresenta Cristo benedicente fra gli apostoli Pietro e Paolo.
Sulla transenna sinistra si osserva la Vergine Lactans, ossia la Vergine in trono mentre allatta il Bambino, fra san Michele arcangelo e santa Lucia e sulla transenna destra l’Apparitio, tema legato al culto micaelico in ambito rupestre.

Il panorama dell’Agro Pontino dal monastero

La chiesa non è eccessivamente grande, a navata unica e presenta segni di rifacimenti nel corso della sua vita millenaria.
La foresteria è situata a distanza rispetto al resto del complesso monastico; un giardino la divide dagli altri edifici. Nel corso dei secoli, in questo luogo, venne costruito un frantoio, che è rimasto in funzione fino al secolo scorso. Diversi saccheggi accelerarono la rovina di Santangelo sul monte Mirteto e vi fu bisogno di due restauri (1770 e 1832) per prevenirne il crollo.
Il pessimo stato conservativo in cui versa attualmente l’intera struttura non permette più di comprendere l’unità architettonica della costruzione ma, seppur con qualche fatica, è ancora possibile riconoscere gli spazi e gli ambienti nei quali i monaci trascorrevano la loro vita quotidiana e, nell’ascolto del silenzio, cogliere l’eco del vociare dei pellegrini che accorrevano numerosi in cerca di protezione, prima di riprendere il cammino, pronti a sfidare il caldo della palude e le imboscate dei banditi.

Si può facilmente ipotizzare che il complesso di Santangelo sul monte Mirteto fosse una tappa della mitica Via Micaelica, che congiungeva Roma con Monte Sant’Angelo sul Gargano ed è anche detta Via Francigena del Sud. L’antichissimo itinerario dal romano «Castel Sant’Angelo» al Santuario di San Michele sul Gargano.
Quest’ultimo sul Gargano è uno dei luoghi sacri all’arcangelo più celebri al mondo, incastonato sul tracciato dell’antica Via Sacra Langobardorum e terminale di un percorso che congiunge il «tacco d’Italia» all’estremità atlantica del Mont Saint-Michel in Normandia.
Il Mont Saint-Michel è uno dei tre maggiori luoghi di culto europei intitolati a San Michele Arcangelo, insieme alla Sacra di San Michele in val di Susa, e al santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano.

Mont Saint-Michel in Normandia
Il santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano

E all’arcangelo Michele i Longobardi riservarono a lungo una particolare venerazione, attribuendogli quelle virtù guerriere un tempo adorate nel dio germanico Odino.
Un’attestazione della forte presenza del culto micaelico in età longobarda, anche al di fuori dei confini del regno, è l’intitolazione all’arcangelo della Mole Adriana, che papa Gregorio I, in stretti rapporti epistolari con la regina Teodolinda, ribattezzò «Castel Sant’Angelo» nel 590, avendo avuto la visione dell’arcangelo che rinfoderava la sua spada, a simboleggiare il termine della pestilenza che aveva appena devastato Roma.
Ancora oggi l’itinerario è un punto di riferimento per molti pellegrini ed è oggetto di una grande riscoperta storica e spirituale.

Lasciando perdere però gli estremi limiti della via Micaelica, degni di un tour e di un racconto a parte, e tornando invece alle più vicine coste dei monti Lepini, una volta terminata la discesa, ci si trova alle Pezze di Ninfa, dove l’ulivo e le pecore al pascolo s’intrecciano alle vigne, che da Cori scendono giù fino alla piana, nel punto in cui s’incontrano le acque raccolte più a valle dal canale delle Acque Alte (canale Mussolini).

E cosa di meglio, al termine di una simile discesa, che ristorarsi nell’aia di una casa rurale, gustando il nettare della terra insieme ai propri compagni di viaggio?

Provare per credere! Magari andando a trovare Gianmarco Iachetti
(giovane vinaio di ritorno da Bordeaux) in via Celestino II, assaggiando Murillo (Bellone in purezza), Colle San Lorenzo bianco (uvaggio di Greco, Malvasia di Candia e Trebbiano) e Colle San Lorenzo rosso (Merlot in purezza).

Oppure andando su via Alessandro III fino alla Casa Rosa, tra le vigne dove Donato Giangirolami e le sue figlie producono ottimi vini bianchi in biologico e dove potrete gustare Cardito (Malvasia puntinata in purezza), Propizio (Grechetto in purezza) e Regius (uvaggio di Chardonnay, Sauvignon e Viogner).
Prosit!

Sotto l’eteronimo di Gyro Gearloose si cela un uomo rustico, a volte ruvido, fervido praticante di un libero pensiero, che sconfina in direzioni ostinatamente contrarie all’opinione comune.
Afflitto fin dalla nascita da una forma inguaribile di pensiero debole, simile all’agnosìa, prova a curarla con l’applicazione assidua di scienze dure.
E’ cultore di matematiche che, non capendo appieno, si limita ad amare da dilettante appassionato, sebbene poco ricambiato.
Si consola perlustrando sentieri poco battuti, per campagne e colline dove, tra le rovine del passato, resistono ancora bene l’ulivo e la vite.


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