Generatori di code

Un nuovo comunicato del C.A.N.E. (Comitato Automobilisti Nostalgici Esasperati) abbandonatomi sull’uscio, come d’uso nelle calde notti d’estate.

Capita a tutti di interrogarsi sui motivi di una sosta improvvisa, su strade a due o più corsie per direzione di marcia, seguita dalla lenta ripresa del normale flusso di traffico.
Dopo la sosta (con le quattro frecce a corredo) e la successiva ripartenza, si rimane guardinghi, aspettandosi un nuovo stop (il famoso elastico) fino a che non si raggiunge l’intoppo:

incidente o cantiere.

E invece no. La marcia riprende senza ulteriori problemi.

Un’università del Tennessee ha recentemente pubblicato il risultato di una sua ricerca sul campo.
Messe a confronto le medesime condizioni di traffico, se a guidare le vetture sono computer programmati per mantenere velocità costante e distanza di sicurezza, non si verificano intoppi; quando invece alla guida subentrano gli umani…
Sembrerebbe l’enunciazione della scoperta che

l’acqua bolle a 100 gradi, mentre l’angolo retto a 90.

I ben più approfonditi studi empirici condotti sul campo dai membri del nostro Comitato hanno portato ad individuare alcuni profili che potremmo definire di “generatori di code”.

Passiamoli in rassegna, consapevoli che la lista ha carattere meramente esemplificativo e non esaustivo.

Il francobollo: si attacca alle terga e alla targa dell’auto che lo precede per lanciare il messaggio, neanche troppo velato, di togliersi dai piedi.
Si è osservata anche la variante “francobollo lucciola” che avanza lampeggiando all’impazzata, nella vana speranza che quei fotoni possano disintegrare tutti gli automezzi che si frappongono tra lui e la sua destinazione.
Capita che il francobollato, sfinito, appena possibile si sposti sulla corsia di destra, non prima di aver dato un colpetto al freno, per vedere l’effetto che fa.
Il francobollo, assai reattivo anche per la frequente assunzione di sostanze psicotrope, alla visita delle luci di stop tira un’inchiodata che lascia millimetri di prezioso pneumatico sull’asfalto.
Infatti lo stile della c.d. “frenatina” è raccomandato dall’associazione gommisti.
L’esito di tale situazione è facilmente intuibile.

 

Lo slalomista: nel traffico intenso non vede una scocciatura, bensì l’occasione per esibirsi nel suo sport preferito.
Le automobili come paletti, il nostro, quando prende il ritmo alla Alberto Tomba, svicola tra una corsia e l’altra come un’anguilla.
L’unico rimedio educativo, approvato dalla Fondazione Montessori, è il “serrare”: dare quel colpetto di acceleratore che chiude lo spazio di rientro nella corsia di sorpasso, seguito da una rallentatina per consentire all’auto che segue di fare altrettanto.
Una volta un corteo di auto del Comitato, in gita sociale, ha applicato alla perfezione lo schema, costringendo lo slalomista di turno a rimanere per chilometri dietro una A112 color verde oliva con conducente cappellomunito.
Dopo essersi finalmente accodato all’ultima macchina del nostro gruppo, lo sventurato si è rassegnato e non ha più neanche accennato a una “capoccella” a destra.
Nella variante “slalomista francobollo” si sommano i “pregi” e quindi i danni causati dai due soggetti. Perché poi a ogni rientro segue frenata, per adeguarsi alla velocità della coda, con conseguente effetto a catena moltiplicativo.

 

Il prudentino: con la sua personale interpretazione della distanza di sicurezza, in genere tarata sulla reattività di un bradipo assonnato e indipendente dalla velocità di movimento, questo soggetto è il migliore alleato dello slalomista.
Ed è anche colui che meglio propaga la frenata di rientro, innescando l’effetto a catena che si diceva.

 

 

Il cuor di leone: l’esperienza di guida deve essere veramente uno strazio, pieno com’è di fobie (curve, salite, discese, ingressi e uscite dalle gallerie con tutto quel tratto interno “buio e ignoto”, camper, roulotte e rimorchi vari…).
Riesce a dare il meglio di sé nel sorpasso del TIR. In genere tende ad evitare ma, se proprio non ne può fare a meno, prende la rincorsa e si lancia nell’impresa.
Poi la paura prende il sopravvento e, quando si trova a circa metà del guado, frena, rimanendo così per chilometri, con quel muro di ruotone e lamiere di lato.
Probabilmente la sensazione è quella che prova un base jumper quando si lancia, con l’adrenalina a mille.
Basta così poco per rimanere schiacciati: una buca, uno starnuto dell’autista del TIR o la computazione, da parte di quest’ultimo, di un uozzap particolarmente impegnativo (e sopra le tre parole lo è di certo).
Il pericolo viene finalmente percepito in tutta la sua drammaticità; compaiono le prime gocce di sudore sulla fronte; alla fine cuor di leone si decide e pigia con discrezione sull’acceleratore, fino a completare il sorpasso e rientrare nella sua corsia naturale con un sospiro di sollievo.
Dietro, partono gli applausi degli sciagurati rimasti in coda, compresi coloro che, a un certo punto, avevano pure tifato per il TIR.

 

El conquistador: variante del cuor di leone ma con personalità.
Teme ogni cambio di corsia così, quando riesce a conquistare quella di sorpasso, ci mette le tende, indipendentemente dai limiti di velocità e dagli improperi che gli vengono lanciati.
Attuatore inconsapevole dell’antico

“hic manebimus optime”,

non rientra nella corsia di destra neanche con le cannonate.
È l’alibi perfetto dello slalomista.

 

I curiosi: “code in direzione nord per incidente e in direzione sud per curiosi”, tipico annuncio di Isoradio, la radio che ti informa sul perché sei in coda quando ormai è troppo tardi per evitarla.
Si usa il plurale in quanto fenomenologia sociale imitativa, tipica anche di alcune specie animali, come ovini e primati.
Non si fa in tempo a formulare un pensiero cinico (“meglio la fila a loro che a noi”) che ecco scendere in campo i curiosi, come una nemesi, a riequilibrare la sorte.
Per chi è immune da questa sindrome perniciosa non resta che volgere verso di loro tanti “affettuosi” pensieri di ogni bene.

 

Il bestione: guida un camion e non ha paura di usarlo.
Quando mette la freccia non è un avvertimento ma una minaccia: tempo due secondi e cambia corsia, chi c’è c’è.
Se non hai voglia di frenare è un problema tuo. Maggiormente pericoloso, più per sé stesso, nella versione “vorrei ma non posso”: se guidi un OM Lupetto, o camioncino similare, hai poco da fare il gradasso, ci sono SUV con paraurti rompighiaccio che ti spazzano via senza battere ciglio.

 

Il padrone: la strada è sua, poche storie.
Si può piazzare sulla mezzeria per imporre l’andatura, slalomeggiare e/o francobollare, sfanculare il “serratore” perché si oppone all’esercizio di un suo diritto inalienabile.
Fate strada, ospiti indesiderati, o mettetevi in fila.
Qui comando io.
Abbiamo battezzato diversi “Signor Pontina” o “Signora Aurelia” in questi anni.
Il guaio è che sono prolifici e se ne incontrano sempre di più.

 

Questa breve galleria ha solo scopo conoscitivo, ma purtroppo non vale il detto “se li conosci li eviti”.

Se però, in un rigurgito di consapevolezza, anche uno solo riuscisse a riconoscersi in qualcuno dei profili così sommariamente descritti e riconsiderasse le sue modalità di guida, avremmo conseguito un grande successo.

Si sa, i sogni son desideri.

 

Tanto il vostro Erasmo dal Kurdistan vi doveva, senza nulla a pretendere.

 

 

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