ArcheoTour: Roma allagata

Sin dai tempi antichi Roma ha sempre dovuto combattere il problema delle improvvise inondazioni e trovare nuove soluzioni.
Osservando vecchie cartoline d’epoca (foto 1, 2, 3, 4 e 5), possiamo renderci conto della situazione e di quanti disagi tale problema abbia ciclicamente creato ai cittadini romani.

Gran parte del centro storico veniva frequentemente allagato: succedeva almeno due volte l’anno.
Tre erano i motivi per cui si verificavano le inondazioni: il primo era ovviamente determinato dai periodi piovosi molto intensi; il secondo erano le ostruzioni delle arcate dei ponti causate dai detriti di edifici crollati, di battelli affondati e di mulini distrutti che contribuivano all’innalzamento delle acque ed al restringimento del letto del fiume, specialmente nella zona di Castel Sant’Angelo e dell’Isola Tiberina.
A tutto questo si aggiungevano (terzo motivo) i lanci di immondizie di vario genere che venivano gettate nel fiume.
A proposito dei mulini, va detto che lungo il Tevere se ne potevano trovare in abbondanza in quanto servivano al fabbisogno di farina del popolo romano.
Di questi rimangono ancora molte mole rinvenute nel fondo del fiume e posizionate in bella vista nei pressi della pista ciclabile (foto 6).

foto 6

Nel 1870 Roma subì una grave inondazione (foto 7), così vasta che in alcune cartoline d’epoca è ben visibile il Pantheon quasi del tutto allagato.
Questo avvenimento convinse le istituzioni a iniziare i lavori di costruzione dei muraglioni.

foto 7

Grazie anche all’interesse di Giuseppe Garibaldi, il Parlamento finanziò le opere per arginare il corso del Tevere e l’opera fu completata in circa cinque anni. Di fatto le inondazioni diminuirono, ma nonostante i dodici metri di altezza, ci furono altre tre importanti piene, l’ultima risale al dicembre del 1937.
La curiosità di questo argomento è che ogni qual volta si verificava un’inondazione, prima della costruzione dei muraglioni, i cittadini romani effettuavano delle misurazioni.
Usavano attaccare targhe marmoree sulla parete esterna degli edifici, per non dimenticare innanzitutto, e poi per indicare la massima altezza della piena.
Oggi ne possiamo contare 122: in verità ce n’erano a centinaia, molte delle quali dislocate nella zona del Santo Spirito in Sassia (foto 8).

foto 8

Anche nei pressi del Pantheon ne troviamo alcune, ma è su una parete della chiesa di Santa Maria sopra Minerva che se ne contano almeno una decina.
Girando nei vicoli del centro storico di Roma, oltre ad ammirarne le sue bellezze, possiamo notare che queste lapidi affisse su alcune pareti di edifici (foto 9, 10, 11 e 12), raffigurano un dito o una barchetta, questo stava ad indicare il livello massimo raggiunto delle inondazioni.

La più antica di queste targhe ci è pervenuta sin dal 1277. 
Lo stato fece installare anche degli idrometri, di cui il più interessante è quello di San Rocco (nei pressi dell’Ara Pacis).
Si tratta di una scala incisa sul marmo (foto 13), ad indicare l’altezza della piena. Collocandosi al di sotto dell’idrometro, si riesce a percepire tutta la drammaticità dell’evento ricordato e rendersi conto davvero a quali inondazioni era soggetta Roma.

foto 13


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