ArcheoTour: Stella, la Pantera Nera di Piazza Giudia

Curiosità Romane

di Annamaria Sanasi

Veniva chiamata Stella, abitava in via della Reginella 2, nel ghetto ebraico di Roma, ma il suo vero nome era Celeste di Porto ed era di religione ebraica.
Viveva nella zona dell’antica pescheria nei pressi del Portico di Ottavia, là dove scorre il biondo Tevere e dove solitamente usava passeggiare con le amiche del cuore a fantasticare e a sognare come tutte le ragazze della sua età.

Sogni che presto sarebbero stati cancellati dalle tragiche vicende dovute allo scoppio della seconda guerra mondiale.
Il soprannome Stella le fu dato dai suoi parenti e dai vicini, perché era davvero molto bella ma anche spregiudicata.

Celeste il giorno del Battesimo

Di modeste origini fu costretta molto presto a lavorare per aiutare la sua famiglia, bisognosa a causa anche del tragico periodo storico, accettando umili lavori dai suoi correligionari più facoltosi.
Si adattò a fare molti mestieri ma quando andò a lavorare come cameriera presso il ristorante “Il Fantino” in piazza Giudia, cambiò completamente la sua vita. Nel 1939 Il locale era frequentato da una squadraccia fascista e questo le dette modo di conoscere il malvagio Vincenzo Antonelli, noto per la sua pessima indole e per l’acredine rivolta specialmente verso gli ebrei. Già dal 1938 erano in vigore le leggi razziali.

Celeste “Stella” Di Porto all’età di 16 anni

Celeste intrecciò subito una relazione con questo farabutto, il che scatenò, da parte del vicinato continui pettegolezzi.
Nel suo ambiente si parlò molto di questa sua frequentazione, anche perché lei era già promessa sposa ad un altro ragazzo. A quell’epoca infatti nella comunità ebraica si usava ancora combinare matrimoni.
A Roma, come in tutta l’Italia, c’era il caos totale, tutti erano sfiancati dalla guerra ma dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 i tedeschi dettero inizio a quello che sarebbe stato un lungo calvario per il popolo ebraico.
Nelle strade di Roma aleggiava una gran paura a causa delle continue razzie, le truppe tedesche erano padrone della città e spronavano con incentivi in denaro chi avesse fatto la spia, ricompensandoli con 5.000 Lire, quasi 2.000 Euro di oggi, per ogni ebreo consegnato.
Questo dette probabilmente a Celeste l’input di sfruttare la situazione a scopo di lucro, divenne così una spia della Gestapo.
Inoltre le sue conoscenze poco raccomandabili la aiutarono a proteggere la sua persona, quella dei suoi parenti e delle sue amiche d’infanzia.

La Pantera Nera

Molti correligionari furono, per causa sua, deportati nei campi di concentramento: di queste povere anime rimangono sole le famose pietre metalliche conficcate a terra tra i sampietrini, alcune poste proprio davanti all’abitazione che fu di Celeste, altre in ogni parte dell’ex Ghetto, ma anche in altre zone di Roma.
Stella usava un metodo molto semplice per farli riconoscere, si aggirava soprattutto nei pressi di Campo de’ Fiori, seguita da Vincenzo Antonelli e dai suoi scagnozzi.
Chi salutava con affetto e calore veniva subito arrestato, colpevole solo di essere di religione ebraica.

Appena diciottenne aveva già sulle spalle tali orribili nefandezze, per questo gli fu dato un altro soprannome, “La Pantera nera”.

Alcune “pietre d’inciampo” al ghetto ebraico di Roma

Ma la storia cita altre tragiche vicende che si connessero alla sua figura.
Clamoroso fu l’attentato in Via Rasella il 23 marzo 1944: un ordigno esplose facendo morire una truppa di 32 soldati della Polizeiregiment “Bozen”, un reparto militare di polizia creato nel 1943 in Alto Adige dagli occupanti tedeschi, formato da reclute altoatesine e ufficiali della Germania nazista.
L’ira di Hitler andò alle stelle e si decise che per ogni soldato tedesco morto dovessero essere uccisi 10 italiani, tra cui molti di religione ebraica.
Trecenteventi persone sarebbe state uccise per vendicare l’attentato. Kappler, capo delle SS a Roma, emanò subito un ordine di cattura per queste povere persone e con l’aiuto del suo servitore, il capitano Erich Priebke, sguinzagliò i sui aguzzini.
Tra questi, naturalmente c’era anche Vincenzo Antonelli, che a sua volta incaricò Celeste di Porto di indicare per lo più ebrei: in cambio, per ognuno di essi veniva data una ricompensa di 50.000 lire, una cifra astronomica per quei tempi.

Una foto scattata pochi attimi dopo l’attentato di Via Rasella

Stella, senza nessun indugio approfittò della situazione e denunciò 26 correligionari, tra i quali stranamente anche il cugino e il cognato; si salvò invece il fratello Angelo di Porto sostituito all’ultimo minuto dal pugile Lazzaro Anticoli.

Lazzaro Anticoli detto “Bucefalo”. Sui muri della cella del Regina Coeli incise con un chiodo la scritta: “Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mia e’ colpa de quella venduta de Celeste Di Porto. Rivendicatemi”

Furono massacrate persone di ogni età e ceto sociale: portate sulla via Ardeatina presso un’antica cava arenaria furono la uccise barbaramente con un colpo alla nuca, e la cava fu poi fatta esplodere per seppellire i morti.

Le vittime della strage furono in realtà 335: alla cifra di 320 stabilita dagli ordini superiori, Kappler aggiunse di sua iniziativa altre quindici persone (dieci per il trentatreesimo soldato morto nel frattempo e cinque per errore), la cui uccisione non fu resa nota, cosicché tutti i comunicati e gli articoli pubblicati in quei giorni annunciarono l’uccisione di 320 prigionieri.

L’Unità del 30 Marzo del 1944

L’indignazione verso questa donna era ormai palpabile, e ciò che aggravava nel rione la percezione della sua perfidia era l’ostentazione della sua ricchezza, una ricchezza guadagnata sulla pelle delle persone.
Tutti ormai avevano capito chi era Celeste, un essere orrendo e senza scrupoli, una donna la cui avidità era maggiore della pietà umana.
Per questo nel suo rione regnava il terrore.
Ma il 4 giugno del 1944, Roma fu occupata dalle truppe anglo-americane e tutte le spie, compresa lei, fuggirono.
Si rifugiò a Napoli dove fece la prostituta per sopravvivere e dove nessuno poteva smascherarla.
Il destino volle però che due suoi clienti ebrei la riconobbero, venne così arrestata e condannata a dodici anni di carcere.

L’ingresso di Celeste in tribunale fu accolto da urla e invettive lanciate dalle donne parenti delle vittime

Ne scontò solamente sette (altre fonti sostengono tre) grazie all’indulto e alla conversione al cattolicesimo. In seguito si ritirò in un convento ma ne fu espulsa solo dopo un anno.
Decise allora di andare a Trento dove una sarta le insegnò il mestiere. Con l’occasione ne conobbe il figlio, se ne innamorò e lo sposò nella cripta di San Francesco ad Assisi.

Il matrimonio fra Celeste Di Porto e Aldo Forlani – 1951

Sembra poi che abbia fatto ritorno a Roma dove nel 1981 morì a soli cinquantasei anni.
Finì così, in silenzio, la storia di Celeste di Porto, detta Stella per la sua bellezza e Pantera nera per essere stata una delle persone più orribili della sua epoca.
I pochissimi sopravvissuti ricordano ancora la filastrocca

“Stella della sera, stella ria, tu sei la spia di Piazza Giudia”.

Celeste Di Porto fotografata in una via di Roma negli anni settanta

Annamaria Sanasi, documentarista, costretta (però non suo malgrado) a seguire il marito anche nelle peripezie più strane della Roma sotterranea. Speleologia e sub, si è interessata da sempre del mondo ipogeo anche se, specialmente in questi ultimi tempi, preferisce mettere la testa fuori del tombino alla ricerca di curiosità sopraffine di cui l’Urbe è ricchissima.



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