Strippozzi a volontà per Tarallo. Parte Prima


L’elegante decappottabile del Professor Cervellenstein filava veloce lungo l’autostrada, sgombra nel fine settimana da autoveicoli pesanti.
L’umore dell’autorevole psicologo, in sintonia con l’euforia cinetica della sua automobile, volava alto e lieto, divorando asfalto e bei pensieri, mentre a mezza bocca intanto canticchiava:

“Lisa dagli occhi bluu senza le treecce la stessa non sei piuuu…”.

Al suo fianco, radiosa di orgoglio e felicità, picchiettando le dita smaltatissime sul cruscotto, batteva il tempo Dora, la sua ultima conquista, una matura maliarda dagli occhi assassini che in un passato non troppo remoto avevano già fatto stragi di maschi della specie umana.

Dora

Tarallo e Consuelo occupavano i sedili posteriori, stringendosi le mani.
Al passaggio della bella fotografa, nei campi spuntavano di colpo mazzi di fiori coloratissimi e già confezionati e, mano a mano che la loro auto le imboccava, le gallerie autostradali si illuminavano a giorno.
Sì, era una giornata incantevole, ma Lallo era semingolfato in uno stato d’animo grigiastro.
Il Direttore ad interim Lello Rapallo, un uomo al cui confronto l’olio sarebbe parso materia ruvida, rinunciando ad assegnargli il minacciato articolo sui malori di stagione, gli aveva commissionato invece un reportage sulla duecentoventottesima edizione accertata della Sagra degli Strippozzi, una festa popolare partecipatissima che si teneva a Castel di Borbolonzo, nell’entroterra reatino.

Una ridente veduta di Castel di Borbolonzo

Tarallo però non ne poteva più di sagre paesane o di santi patroni: con Frangiflutti imperante era già stato costretto a fare svariati articoli “di colore”, uno più insulso e ipocrita dell’altro, su questo genere di passatempi collettivi.
Solamente nel corso dell’ultimo anno aveva dovuto trattarne ben due, entrambi assai stravaganti: folklore e follia vi erano inestricabilmente fusi:

La Festa del Luppolo Assassino a Cresciglione, in Val Pustola.

Dedicata a San Boccalone, questa festa popolare richiama gente da tutto il circondario, ma anche dall’estero, tanto che è immancabile la presenza della numerosa comunità di cresciglionesi che da oltre un secolo si è insediata a Bombay, emigrati che in maggioranza vi esercitano la professione di controfigura cinematografica.

San Boccalone in un raro codice miniato

Una curiosa caratteristica somatica, peculiare degli abitanti del posto, è infatti quella di somigliare tutti, infallibilmente, a qualcun altro.
Il programma dei festeggiamenti non varia mai: subito dopo la messa con la benedizione del luppolo fresco da parte dell’Arcivescovo di Belluno, impartita solennemente dinanzi alla statua del Santo benedicente a cavallo di una botte, nella piazza principale del paese, in enormi calderoni di rame si producono centinaia di migliaia di litri di “Boccalina”, la micidiale birra locale.
La temibile bevanda, versata senza risparmio negli “sgargarozzini”, i tipici boccali in legno di Tsuga Asiatica, andrà a lubrificare le bocche dei cittadini impegnati a sbranare la colossale grigliata organizzata per le vie del paese.

Il tipico sgargarozzino cresciglionese

Il celebre torneo di calcetto a squadre di trenta elementi ciascuna, disputato su un campo grande quanto cinque posti auto in un parcheggio e seguitissimo dai pochi cittadini non giocatori, rappresenta il clou della Festa, insaporito dal fatto che il più sobrio tra i tanti calciatori che vi partecipano, di solito è quello convinto di essere Capitan Findus.

La conta del numero dei feriti, sempre piuttosto esuberante, viene abbinata ad un concorso a base di scommesse e ne determina i vincitori.
La proclamazione di questi ultimi viene stupidamente effettuata da un banditore, ridicolo nel costume tradizionale, in contemporanea con l’esplosione dei fuochi d’artificio, così, a causa dei fortissimi botti, non viene udita da nessuno, rimanendo quindi del tutto ininfluente.

La Sdrucciolata di Santa Malvina.

E’ la principale ricorrenza del paesetto di Rocca Bischera, quattro case o poco più, arroccate sul Colle Sghembo, nella Marsica orientale.
La festa ricorda il martirio della Patrona del luogo, quella Santa Malvina che nel 1135, essendo un giorno di vigilia, uno di quelli cioè in cui anticamente non era possibile mangiare carne, si rifiutò di preparare il pot au-feu, lo spezzatino francese servito con deliziose salse, come la ravigote, a suo marito Burchiello, un uomo volgare, brutale e più stonato di Jovanotti.
Il bestiale individuo, agnostico per parte di padre, infuriatosi per quel santo rifiuto, diede alla sua virtuosa sposa uno spintone, e lo fece con una malagrazia tale da farla cadere sulla temuta e sassosissima scorciatoia che dal paese discendeva la collina con una pendenza così vertiginosa che non veniva mai percorsa da nessuno.
Era una specie di ghiaioso e velocifero tapis roulant, così Malvina scivolando, prese gran velocità e piombò a valle in un lampo, grattugiandosi mortalmente sui sassi.

Immagine devozionale di Santa Malvina

All’arrivo, rialzandosi a fatica, si accorse di non possedere più una schiena. La povera figliola se ne dolse con molta moderazione, singhiozzando forte, ringraziò la provvidenza per averla avvicinata anzitempo al Paradiso e spirò subito dopo aver stilato un testamento di centosessantatre pagine col quale lasciava tutte le sue sostanze (una casa di proprietà, due botteghe di souvenir in piazza e tre allevamenti zootecnici modello) al vicino Convento delle Suore di Santa Mormorona.
La festa è talmente sentita a Rocca Bischera, da stringere in un solo  abbraccio la comunità paesana, solitamente impegnata in faide sanguinose.
Clou della Festa è appunto la “Sdrucciolata di Santa Malvina”, nel corso della quale alcune giovani del paese, quelle spiritualmente più muscolose, si offrono volontariamente di ripercorrere, scivolando sui sassi, la stessa orrida scorciatoia lungo la quale rovinò la Santa.

Una sdrucciola rivive il percorso del martirio di Santa Malvina

Tra le sirene spiegate delle autoambulanze che vanno a raccattare i resti di quelle fedeli, che vengono dette “le sdrucciole”, tra le grandi grigliate preparate al termine del percorso dal Comitato Parrocchiale e dalla Proloco del posto, e i fantastici botti di fine festa, il giorno di Santa Malvina se ne va così, veloce, tra la letizia collettiva e grandi mangiate.  

Mentre Cervellenstein dava prova della sua tendenza a praticare una guida sportiva, strappando gridolini di terrore a Dora, Tarallo stringeva nella sua la mano di Consuelo, diviso nell’animo tra la serenità amorosa che quel contatto gli trasmetteva ed il malumore che lo pervadeva alla sola idea di trovarsi ancora una volta in mezzo alle folli celebrazioni che ogni paese italiano che si rispetti inventa con inesauribile e malata fantasia.

A suo tempo, naturalmente, Frangiflutti aveva avuto da ridire ampiamente sui suoi resoconti delle Feste paesane, così Lallo era più che convinto che anche Rapallo avrebbe censurato ogni riga che non fosse debitamente agiografica e ipocrita. 

“E poi – si chiedeva dubbioso il giornalista d’assalto –

che accidenti sono gli strippozzi? Bah, staremo a vedere…”.

(continua)                                       

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.