Welfare – un quadro italiano

di Leonardo Majocchi

La ridefinizione della solidarietà nelle reti urbane tra servizi ed autogestione.

L’avvento del Covid-19 ha esacerbato alcuni tratti socio-politici allarmanti già largamente presenti nella nostra società come le disuguaglianze economiche, le disparità di accesso al sistema sanitario, ancorché pubblico e universalistico. Molti, se non tutti, sono i prezzi di un orientamento politico e economico di matrice neoliberista, in grado di influire significativamente nella definizione delle politiche pubbliche e, dunque, nel mutare progressivamente l’equilibrio tra pubblico e privato, sovente a vantaggio di quest’ultimo.

Questa rubrica vuole descrivere e analizzare alcune difficoltà emerse nella gestione e nel contenimento del virus in relazione a una tendenza che ha interessato la nostra società negli ultimi decenni e che, tra l’altro, l’ha resa più liquida, atomizzata, sfaldandone e indebolendone i tradizionali impianti relazionali e solidaristici.                                           
Come ci ha insegnato Bauman,

La fragilità della società post-moderna è determinata dalla mancanza di solidi punti di riferimento e soprattutto da una predominanza dell’individualismo

             
In questi mesi, tuttavia, nonostante il peso delle tante forze di disgregazione sociale in atto, hanno assunto un ruolo di grande rilevanza e impatto forme e reti di solidarietà collettiva, alcune delle quali già operanti da tanto nel nostro Paese, altre talvolta inedite; esperienze che, oltre ad aver supplito in maniera eccezionale alle carenze dello Stato in materia di servizi e assistenza pubblica, sono risultate di particolare interesse per via della loro natura e dei modelli di società alternativa che, nel loro universo, riescono quotidianamente a prefigurare.


La frammentazione sociale tra declino dell’occidente, peculiarità del Welfare italiano e modelli solidaristici.

Di fronte alla pandemia, le società occidentali e, tra queste, quella italiana si sono dimostrate ricche di contraddizioni. Se proviamo a contestualizzare la pandemia e la sua evoluzione all’interno di un quadro geopolitico più ampio, emerge un equilibrio internazionale in cui la perdita d’influenza del mondo occidentale rappresenta una tendenza consolidata1 da ben prima dell’emergenza sanitaria. Anche per questa ragione, la forza disgregativa del virus va letta congiuntamente a un’analisi complessiva e strutturale delle scelte che hanno prodotto (e forse anche mirato a) un costante indebolimento delle reti comunitarie e una frammentazione sociale che da anni minano la stabilità e la tenuta della nostra società.                                                                                
Il Covid-19 ha infatti mostrato sotto la lente dell’emergenza alcune lacune strutturali del nostro sistema, a partire dal welfare.  

Se guardiamo al caso Italia, bisogna notare che il nostro modello di welfare non ha mai saputo affrancarsi da una visione “lavorocentrica” delle sue prestazioni, ossia basata sulla figura del male breadwinner – lavoratore maschio, adulto, in età centrale, sposato, con prole e con un lavoro stabile – e, pertanto, incapace di maturare compiutamente misure adatte a una platea di beneficiari più ampia e universale.
Peraltro, negli ultimi decenni, i vincoli di carattere economico-finanziario hanno “costretto” il decisore pubblico a politiche di riduzione della spesa pubblica, a volte persino attraverso il c.d. metodo dei “tagli lineari”, che hanno contribuito ad amplificare le manchevolezze e le iniquità nelle reti di protezione e assicurazione sociale più che a qualificare la spesa pubblica.
Anche per queste ragioni, il welfare italiano ha sempre cercato di delegare una parte delle sue funzioni ad altre istituzioni – quali la Chiesa e la famiglia – e al terzo settore. Se, in tal senso, la Chiesa pare ancora svolgere un ruolo di supplenza al settore pubblico nello svolgimento di varie funzioni tipicamente assunte dallo stato sociale (e.g. sanità, istruzione, assistenza agli anziani o all’infanzia), non altrettanto può essere affermato in merito alla famiglia, alla quale tradizionalmente erano state spesso delegate molte prestazioni normalmente assolte attraverso istituzioni pubbliche (asili nido, assistenza domiciliare agli anziani, ecc.): in nessun altro paese gli obblighi tra parenti e affini sono così estesi come nel diritto di famiglia italiano.  

In questo quadro, il coronavirus ha rappresentato uno di quei focusing event in grado di ridefinire cospicuamente l’impianto di politiche pubbliche. D’altra parte, almeno nel nostro paese, gli spazi che si sono aperti in termini di possibilità di cambiamento delle politiche sociali e delle priorità di governo a seguito della crisi sono stati colti finora in modo significativo principalmente in campo sanitario ove, probabilmente, i cambiamenti sull’agenda saranno i più duraturi2.
Gli sforzi del governo in materia di politiche sociali, per l’appunto compiuti in un sistema di welfare che appariva insufficiente già precedentemente all’avvento del Covid-19, non hanno comunque evitato che si diffondesse la percezione di una società a tratti frammentata, alla ricerca di un orizzonte comune. Pur tuttavia, all’interno di questo quadro, è stato svolto un intenso lavoro da parte dalle grandi reti di advocacy, dal terzo settore e da tutte le alleanze sociali storicamente impegnate attivamente nel primo e secondo welfare del nostro paese.

In questo senso, vanno menzionati i programmi promossi da Emergency, dalla Caritas, dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Croce Rossa, da Avvocati di Strada, reti impegnate nell’erogazione dei servizi relativi alle richieste e al trasporto dei beni, presenti con supporti diretti alle Rsa e alle strutture ospedaliere e costantemente attive nel sostegno e nell’ascolto psicoterapeutico; si è trattato di uno sforzo fondamentale per il tessuto culturale e sociale del nostro paese, indispensabile per coprire quei livelli di assistenza, talvolta minimi, che spesso lo Stato non è riuscito a garantire.


Note:

[1] Sul punto cfr. M. D’Alema, Grande è la confusione sotto il cielo. Riflessioni sulla crisi dell’ordine mondiale, Roma, Donzelli, 2020, pp. 10-25. Per D’Alema: «Si potrebbe dire che l’esperienza della pandemia […] accentui quella tendenza ad un declino relativo dell’Occidente, che era già in atto. Mostrando il venir meno del ruolo propulsivo, centrale e ordinatore dell’alleanza occidentale tra gli Stati Uniti e i paesi europei». Per l’autore questo mutamento dei rapporti di forza è sottolineato dalla perdita d’influenza del mondo occidentale nelle istituzioni internazionali, come dimostrano le riduzioni, negli ultimi anni, dei finanziamenti agli organismi internazionali da parte degli Stati Uniti, al pari delle continue tensioni e polemiche tra l’amministrazione Trump e organismi quali le Nazioni Unite o l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Allo stesso tempo e negli ultimi quindici anni, come riporta D’Alema, la quota del contributo cinese agli stessi organismi è passata dall’8 al 12%, così come la sempre maggiore influenza che la Cina esercita sui vertici e sulle strutture delle suddette organizzazioni attraverso la crescente espressione di propri funzionari.

[2] Circa il Servizio Sanitario Nazionale, può essere utile citare qualche dato: il tasso di crescita del suo finanziamento è stato sostanzialmente azzerato a partire dal 2011 (fra 2009 e 2017 l’aumento annuo è stato in media pari allo 0,3%). Nel 2017 la spesa sanitaria pubblica italiana era pari ad appena il 6,5% del Pil a fronte di una media UE dell’8% (nel 2009, in Italia, era il 7%), incidendo sul totale della spesa sociale pubblica per il 23,1% a fronte del 29,5% osservabile in media negli Stati UE. Un ultimo indicatore che mostra visibilmente il divario fra l’impegno finanziario italiano nel campo delle politiche sanitarie e quello profuso dagli altri Paesi europei è invece il valore della spesa sanitaria pubblica pro capite a parità di potere d’acquisto, che nel 2016 in Italia era inferiore di oltre 500 euro a quello calcolato mediamente in Europa (1’811,35 euro in Italia contro i 2’338,03 euro della media UE; dati Eurostat).

Leonardo Majocchi 20 anni, tra la pletora di avversi al mercato del lavoro che studiano Scienze Politiche alla Sapienza.
Molto di me ruota intorno alla politica: attività, ruoli, letture, studio, compagnie, ma non sono poi così grigio.
Vivere, seppur per qualche mese, in America Latina mi ha permesso di rivedere i canoni, tipicamente occidentali, con cui interpretavo la quotidianità, cambiandomi la vita.
“Forse ho sbagliato ideologia”.

Pensieri per la Città – Un’Agorà per Latina è la nuova rubrica-contenitore della nostra rivista blog, LatinaCittà Aperta.
Abbiamo, infatti, voluto affiancare al nostro settimanale, che come sapete tratta di argomenti che potremmo un po’ pomposamente definire di “cultura generale”, uno spazio, un’agorà di riflessione e di approfondimento intergenerazionale su temi della città che ci ospita, Latina, non limitandoci ad essa.
Ci si propone di istituire qualcosa di vivo, un luogo di confronto e di approfondimento, gestito da giovani, donne e uomini, forze fresche e consolidate intelligenze, persuase che la partecipazione e il confronto siano i cardini della buona politica.


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