Il dopoguerra a Taralloland

Un grandissimo palazzo, relitto di vecchie e feroci speculazioni, dismesso da anni, sorgeva in prossimità della più stretta cerchia urbana.
Per un bel pezzo era stato frequentato solo da intraprendenti erbacce e da sterpaglia assortita, ma del resto in quella strana città non era troppo sorprendente trovare simili cascami subito a ridosso del centro.

La costruzione, col suo aspetto da gigante depresso, mezzo diroccato, era stato uno dei tanti simboli di decenni e decenni di malgoverno, ma era stato ristrutturato di fretta e furia sotto la sferza del micidiale bitorzoluto.
Ormai rimesso completamente a nuovo, da un paio di mesi ospitava diverse realtà di intervento sanitario, fondamentali dati quei tempi di assedio virale.
Nella bianca e algida rarefazione degli ambienti interni, molto ben recuperati, figuravano due laboratori di analisi che funzionavano a ritmi sostenuti, un reparto di degenza temporanea per positivi collaborativi, una sala interrogatori per gli asintomatici più infidi, quelli, cioè, renitenti a confessare, ed infine il futuribile Centro Vaccinazioni.

Il nuovo centro sanitario cittadino

Era un auspicabile paradiso del “marameo!” al virus, nel quale in quei primi giorni era ammesso il solo personale sanitario, medici e infermieri che si vaccinavano reciprocamente e con furia, promettendosele ancora per il futuro:
“T’ aripijo p’aa dose de richiamo: s’arivedemo!”.
Per la “questione Fogliaccio” si era fatta dunque un eccezione.
Nella grande sala d’aspetto di uno dei due laboratori erano stati accompagnati, subito dopo la loro resa, il Direttore del Fogliaccio Ognissanti Frangiflutti e i sette preti combattenti al servizio della radio integralista di Don Lidio Balzani, Gladio Maria.
Dei pretini però si erano subito perse le tracce, qualcuno già li attendeva per portarli altrove.
Frangiflutti era rimasto solo in quel grande ambiente, con la mente invasa da timori confusi e andava rimurginando che, con tutta probabilità, dopo un frettoloso tampone, i preti incursori sarebbero stati spediti a tutta birra a Ganja, in Azerbaijan, a fare gli esercizi spirituali previsti dall’accordo che avevano firmato con gli assedianti vincitori.

Una veduta di Ganja

Lui, per il momento, vinto e rabbioso, aspettava con una certa ansia i risultati del suo tampone, col naso e gli occhi che ancora gli spumeggiavano fastidiosamente dopo il prelievo di muchi assortiti.
Sperava in cuor suo di risultare negativo, a dispetto della sua assente percezione dei sapori, e sognava quindi di rientrare in redazione con la corona in testa per dar vita ad una feroce repressione, vendicandosi di tutti i cospiratori, compreso il puzzolentissimo Taruffi, una fiera ambulante di tanfi, che era stato complice involontario della macchinazione per detronizzarlo dal vertice del giornale.
Era però tutt’altro che sicuro dell’esito dell’analisi, perché la speranza, lo si sa, è una forza potente, ma è spesso altrettanto promiscua e traditrice: troppi ne frequenta, quella sgualdrina, ma si concede a pochissimi.
Frangiflutti, dunque, con animo perturbato, attendeva il verdetto, sfogliando distrattamente l’unico periodico messo a disposizione dei pazienti che stagnavano nella sala di attesa, il poco invitante “La Settimana veterinaria”.

Non si può dire che quella rivista lo avesse preso molto: sì, l’articolo sui disturbi comportamentali della Carpe Koi, dei pesci ornamentali di gran moda, lo aveva interessato per non più di quarantaquattro secondi, poi era presto ricaduto in quella sorta di noia vigile che tutto lo pervadeva.
Le sciocche carpe potevano tenersi i loro guai nervosi, lui ne aveva già abbastanza dei propri.
Il suo mantenersi in quel coacervo di umori vaghi e attenti insieme, venne interrotto di colpo dalla testolina bizzarra del virologo Giangiovargio Bassezza che si era sporta dalla porta che divideva la sala d’aspetto dal nucleo pulsante del laboratorio, il luogo dei responsi.
Il dottore gli stava rivolgendo energici richiami con la mano:

“Venga Frangiflutti, su: è il suo turno, stanno per lavorarsi il suo tampone.
Il suo mucastro verrà analizzato proprio ora e, se vuole, le riserverò il grande privilegio di assistere di persona al procedimento, così potrà conoscere, come si dice, “in diretta” il risultato dell’indagine virale a suo carico.
Che ne dice, vuol venire?”

Il Direttore non se lo fece ripetere e, sia pure con le gambe molli per l’apprensione, varcò quel confine, entrando nel cuore del laboratorio.
Ulteriormente bardato, con una tuta semispaziale che gli stava un po’ larga, si vide consegnare anche una visiera, ma al momento di infilarla si rese conto di non essersi ancora sfilato l’elmo bicornuto del Partito Vichingo, così, un po’ imbarazzato per gli sguardi stupiti dei marziani che lavoravano in quel biancore, se lo mise in grembo.
Il virologo Bassezza lo fece sedere accanto ad uno scranno pieno di provette, dinanzi a quale un tecnico che pareva evaso dalla rampa di lancio di Cape Canaveral, danzava lieve, maneggiando boccettine.

Ad un certo punto, il virologo strizzò gli occhi a Frangiflutti, indicando un tampone che l’astronauta stava immergendo in una provetta, come a dire. “Eccolo, è il tuo”.
L’attenzione del Direttore del Fogliaccio per quelle operazioni si fece allora spasmodica: vide gesti che non riuscì, ovviamente, a decifrare, ed infine vide il tecnico versare da una provetta all’altra un liquido fluorescente.
Fu incredibile ciò che avvenne a quel punto: al momento del fondersi dei due liquidi, dalla provetta uscì fuori una musica, forte, solenne e un po’ eccentrica, una specie di marcia.
Frangiflutti, sbalordito ed impaurito, chiese a Giangiovargio Bassezza:
“Ma che vuol dire? Cos’è quella musica e come si spiega?”
Fu un altro dei tecnici che stazionava in una postazione vicina, a scuotere la testa, guardandolo con commiserazione, prima di dirgli:

“Quello è l’Inno Nazionale Cinese: temo che lei sia risultato positivo….”.

E mentre questa scena malinconica maturava altrove, nella redazione del Fogliaccio, un manipolo di persone tentava di riportare il complesso degli uffici ad un aspetto perlomeno decoroso, visto che quegli spazi erano stati abbandonati alla trascuratezza degli assediati che, come sempre avviene in quei casi, nonostante la presenza del Direttore, non avevano avuto troppi riguardi per il decoro degli ambienti.
I pavimenti erano infatti sporchissimi, ispessiti da qualche millimetro di polvere e briciole di varia provenienza, e apparivano costellati da mille cartacce di snacks e da foglietti scarabocchiati a vanvera, quasi per sfregio, strappati da taccuini senza apparenti padri.
I preti di Gladio Maria dal canto loro, oltre ad essersi dedicati entusiasticamente a sporcare come più potevano, avevano anche abbandonato diverse copie di “Sparate Fratres”, la loro lettura consigliata, un opuscolo cattosovranista denso di assurdità che rasentavano la follia.
Quel numero, aveva allegata, in omaggio, una “Guida alle Armerie dell’Abbazia di Tristulti” che, coerentemente, quando gli ebbe dato una scorsa, fece intristire parecchio Consuelo, più incline, semmai, ad ammirarne le grandi bellezze storico architettoniche.

Disgraziatamente, quelle meraviglie erano tenute da tempo in ostaggio da una banda di invasati integralisti, talebani della croce, comandati a bacchetta da uno scaltro e vasto affarista.
Lello Rapallo, nel frattempo, tutto contento, aveva ritrovato la poltrona della Direzione, che pur non avendo le caratteristiche uniche della “Onyric” era di una comodità leggendaria, ed era regolata su una altezza tale da farti sentire in plancia, al comando del mondo.
Vi si era subito reinstallato e vi aveva piazzato una foto incorniciata di Greta, producendo un fiotto di sudore di soddisfazione che rallegrò, ristorandole, anche le microscopiche vite che affollavano le sue ascelle.
Incredibilmente, appena vi fu adagiato sopra, si accorse di un messaggio poggiato sul grande tavolo, un biglietto mandato chissà come e quando, da Monsignor Angiolo Missitalia, che con un tempismo straordinario, gli inviava le sue più vive felicitazioni per quell’interim, che si augurava che gli venisse prorogato e, (perché no?), eternato.
Padre Cienfuegos, entrato tra i primi nella sede del Fogliaccio, si era messo a scrutare, una per una, concentratissimo, le foto che adornavano le pareti: teneva strette le palpepre sugli occhi e il sigaro serrato tra le labbra, quasi a volerle scansionare.

Padre Cienfuegos

Alcune di esse, nel bianco e nero incerto caratteristico delle immagini storiche, mostravano la città di un tempo, altre contenevano i ritratti di uomini eminenti nella storia politica del luogo:
“Pero, qué caras feas” (Però, che brutte facce), mormorava tra sé, “me parece el historial criminal!” (Mi sembra il casellario giudiziario!).
Tarallo, intanto, stava girellando per la redazione con Consuelo, e mentre le lampade si accendevano da sole, una per una, era stato raggiunto dagli amici di sempre, che non volevano assolutamente perdersi quel momento storico.
Tutti loro erano curiosissimi perché non gli era mai stato possibile entrare nella sede del giornale, e ciascuno di essi in quel frangente seguiva ciò che la propria natura gli dettava.
Omar Tressette dava, così, occhiate disgustate tutt’intorno, Afid tentava, osservando attentamente le varie scrivanie, di farsi un’idea sfruttabile della natura dei giornalisti che le usavano; Abdhulafiah, invece, si mise a leggere il listino della Borsa di New York del 29 Ottobre del 1929, il giorno del grande crollo che, incorniciato a dovere, se ne stava appeso al muro nei pressi della postazione di lavoro di Amerigo Quattrospicci, il redattore economico del Fogliaccio.

Abdhulafiah

Il Professor Cervellenstein, com’era naturale che fosse, non nascondeva affatto la sua grande curiosità professionale per tutti gli indizi che potevano essere rivelatori della personalità del D.T.T., Direttore Temporaneamente Tamponato, Ognissanti Frangiflutti, sparsi con larghezza in molti oggetti e documenti, tra quelli che vagavano disordinatamente in giro dopo la conclusione dell’assedio.

Finì per scoprire la scatola di metallo istoriato dei biscotti “Pappafichi”, e non si fece ritegno di guardare uno per uno i pizzini che Frangiflutti vi aveva deposto: vi stavano riposte centinaia di disposizioni di vari politici e potenti su come trattare questo o quell’altro affare di cronaca, politica e non solo; suggerimenti per i temi degli articoli di fondo, velate minacce o, più frequentemente, caldi ringraziamenti.
Una ricca parte della raccolta era costituita da foglietti autografi del famoso Finanziere Nero Peppe Cicciafico, mentore e guru del padrone di casa.
Si trattava di massime di vita, per lo più:

“Si nun je piace ‘a pajata, è ‘n communista”;
“Se se mette a rompe li cojoni co ‘e regole è ‘n communista”;
“Se chiama neri i negri è ‘n communista“;
“Nun sappia (mai) ‘a sinistra quello che sta a fa ‘a destra”
“Acqua, cliniche e giornali me fanno er più felice dei mortali!”.

E così via.
E mentre questo strano fermento di presenze insolite stava ridando vita e colore alla grigia redazione, sullo schermo più grande della sala centrale riapparve la facciona bovina del Senatore Ciccibon, evidentemente convinto che Frangiflutti avesse tenuto duro e che ancora stesse guidando le forze controrivoluzionarie.
La sua stazza sembrava raddoppiare vista dalla redazione: era enorme, invasiva e bizzarra anche, visto che l’eminente uomo politico vichingo ancora abbrancava la smisurata mortadellona.

Il Senatore Ciccibon

“Ohè Frangifluti – provò a chiedere – Da qua me fala un po’ l’ocio: sei ncora la? Resisti ora e sempre? Frangifluti? Frangifluti? Ossignur, vuoi veder ca el giornal xe caduto in mano ai comunisti?”:
Tarallo, con un sorriso poco convinto, cercò allora di farsi notare da Ciccibon, così alzò una mano verso quel faccione, agitandola in segno di saluto.

E lui:
“Ma cossa …. cossa vuol dir? Chi è quello la, che ce fa al giornal?
Sì, sì, dalla faccia me sa che xe propprio un communista?”

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

Lallo Tarallo è un personaggio nato dalla fantasia di Piermario De Dominicis, per certi aspetti rappresenta un suo alter ego con cui si è divertito a raccontarci le più assurde disavventure in un mondo popolato da personaggi immaginari, caricaturali e stravaganti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *