“La confraternita degli assassini” di Marcello Ciccarelli e Bruno Di Marco

di Anna Maria Tomassini

“Un film d’azione, quasi una sceneggiatura: è la prima suggestione del libro, che mi viene suggerita dalla sua ‘fisicità’, fatta di pietre, acciottolato, calpestio, corpi in movimento, voci, luce odori.
Con continue ‘inquadrature’ in movimento, come in una soggettiva della macchina da ripresa, personaggi e lettrice percorrono viottoli strade di città lungofiume con improvvise aperture su piazze e chiese, accompagnati dal rumore dei piedi o degli zoccoli dei cavalli. Presto traspare la profonda competenza e la passione dei due autori per la ricerca storica, che è ricerca di luoghi e di esistenze nel loro incessante intersecarsi dentro la realtà storica in cui si vive; come Melania Mazzucco ne L’Architettrice, i due autori ci suggeriscono immagini di città agli occhi dell’oggi ‘incompiute’ (ma non è questo l’ordine delle cose nel mondo?), e le scoperte che fanno sono le nostre scoperte.

La confraternita degli assassini

Mi prende il ritmo della narrazione: gli avvenimenti sono scanditi da una sorta di diario/calendario, gli incipit di ogni giorno segnato introducono nel mezzo di scene o di parole: è come essere introdotti nel vivo di vite vissute – possa essere una pluralità di soggetti, una voce che parla, una realtà urbana. I personaggi si incontrano e tra loro si parlano (di rivoluzioni culturali), in un dialogo ininterrotto in mezzo a un “brulicare di gente… vociare stordente… andirivieni di donne…”. Mentre attraversano strade, attraversano la Storia, a volte da spettatori/narratori di eventi, ma soprattutto da protagonisti.
Le parole che dicono nella massima parte si riferiscono al fare, e quello che stanno facendo è grande: ci mostrano come una scienza puramente teorica si salda con la pratica concreta in cui si usa la materia per farne opera d’arte e nello stesso tempo opera di verità, visione del mondo. E se la loro identità è costruita attraverso il racconto di quello che fanno e di quello che sanno, l’identità di Isidoro e di Nour è impastata della loro sapienza del mondo attraverso la lingua della matematica: i passi del libro in cui spiegano una scienza illustre (e che pure ha tanta parte nelle nostre vite), seppure a tratti possono rallentare la lettura sono necessari par dare la percezione del loro profilo esistenziale. Queste parti ci restituiscono la consapevolezza che la cultura nel suo farsi è una cosa molto seria e complicata, che avviene ed è sempre avvenuta nella circolazione di corpi e di idee, e che impatta col ‘potere’, specie quando non si vuole più essere agiti da esso, ma si vuole agire sul mondo e aprirlo a nuove visioni…

Il potere (e la geopolitica): anche questo è un punto nodale del romanzo, in particolare il ruolo della Chiesa in conflitto con tutti i personaggi della cerchia di Isidoro-Nour. La lettura restituisce un’atmosfera inquietante, a tratti angosciosa (che mi ha riportato a Eco). Tanto più inquietante perché i narratori sono capaci di farmi immaginare l’oggi: questo mondo così pieno di sangue ce lo fanno vivere come un presente (come accade, quando si legge un romanzo, se il romanziere è capace di farlo), e ci riporta al presente, dentro le paure oscure che ognuno di noi ha quando il potere ci ricorda il suo lato selvaggio e incontrollato.

Nour e la sua personalità: lei resta in un’ombra discreta e luminosa, col suo corpo, le sue tuniche bianche, i suoi sguardi, il suo incedere. Con il suo mutismo e la sua sapienza. Nour la conosciamo attraverso gli sguardi degli altri protagonisti. Uomini. Perché questa è una storia di uomini, sono i loro sguardi (innamorati) a raccontarcela, in particolare quelli del padre, ora felice ora preoccupato, e geloso ogni volta che lei esce dal loro rapporto esclusivo e non è più solo lui il destinatario della sua voce e delle sue parole.
Questa donna, depositaria della sapienza e messaggera tra due culture, è una presenza numinosa, e allontana, per questo, suggestioni di identificazione da parte delle lettrici: “sempre persa in un altrove”, è portatrice di quelle Verità che, una volta sciolte dalla loro originaria componente di mistero e di indicibile e comunicate con la luce della ragione, si dispiegano cambiando le coscienze. E fanno innamorare. Ma, “ci si può innamorare di una mente?” (Filippo Brunelleschi pag 163).
Quando non è solo una memoria di carte e di sapienza, ma irrompe la vita, allora il personaggio non viene più raccontato dagli altri protagonisti, ma assume una sua autonomia: è il corpo che parla, ora segnato e rintanato nel dolore, ora in un movimento del desiderio, che in lei fa tutt’uno con il godimento generato da una nuova visione, in pittura.

Però nell’ultimo capitolo (a Urbino) sento il racconto farsi meno incisivo, come se, venuta meno una parte dei protagonisti, l’azione venisse rallentata. E’ il personaggio di Nour a soffrirne di più. Un personaggio che ha intrecciato vita e pensieri esclusivamente con l’universo maschile, avendo ben poco dialogo con altre donne, soprattutto con quelle più vicine a lei, che nel silenzio tenacemente si sono prese cura di corpi e cose. Lei non sa di questa sapienza e dunque non ha una tradizione che la sostenga quando, venuti meno gli sguardi dei protagonisti scomparsi, deve ormai delineare in prima persona la rappresentazione di se stessa.
Sa fare le sue scelte.
Si fa madre tutta terrena accettando la promiscuità, si assume il peso e la responsabilità piena della parola – mentre l’autore onnisciente ne descrive anche momenti di riflessione –, ma perde quel suo fascino derivante dall’alone di mistero e dal bisogno di assoluto, connaturato al personaggio. C’è però un momento magico anche nel capitolo di Urbino, ed è quando, ancora una volta, uno sguardo maschile e innamorato si affaccia al racconto di lei, quello di Piero della Francesca: anche lui ha vissuto il mistero di quella tunica bianca, e lo riprodurrà nella Flagellazione.

Questo mi ha riportato, come un serpente che si mangia la coda, all’inizio del libro, cap. 1, che rileggo con gli occhi pieni della storia raccontata, e per questo mi cattura: gli autori, spettatori competenti, illustrano il quadro e subito dopo lo contestualizzano catapultandoci in un periodo storico di cui ci restituiscono in poche righe, con limpidezza, la complessità. Insomma, è già tutto lì, nella pre-figurazione dell’intreccio e, confesso, la ri-lettura del primo capitolo mi ha spinto a sfogliare i miei libri di storia dell’arte per andare a rivedere la Flagellazione, ma anche l’opera di Maso, Luciano…, e a cercare tracce delle loro biografie intellettuali.
Anche così si misura il valore di un romanzo: nel suo dare una suggestione, un desiderio di conoscenza, un’apertura…
Infine ritorno a guardare la Flagellazione e, conquistata dalla verità letteraria dei due autori, mi fermo a lungo sul personaggio di spalle in tunica bianca, alla ricerca di Nour, per poterla intravedere, immaginare. Se almeno si voltasse un po’… “

Newton Compton editori

Una vignetta di Bruno Di Marco coautore del libro

Anna Maria Tomassini, cultrice di storia e filosofia. Fondatrice del centro studi Angelo Tomassini.

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