Una scuola di legalità

di Tommaso Malandruccolo

Sostituto Commissario, in servizio oggi presso la Divisione Anticrimine della Questura di Latina, nel 2005, dopo aver ricoperto diversi incarichi, venivo designato quale responsabile del neo costituito Poliziotto di Quartiere, novità nel panorama della pubblica sicurezza, che si poneva il nobile intento di fornire al cittadino una presenza di prossimità fino ad allora inedita con gli operatori della polizia.
Sposavo appieno questo spirito e ne recepivo perfettamente i protocolli, tuttavia intendevo ridisegnare l’attività, adattandola alla realtà del territorio, personalizzandola con quello che era il mio background nel campo del volontariato con l’associazione Pontireti, di cui ero stato il fondatore qualche anno prima.
Cimentarmi con giovani e famiglie alle prese con disagi e devianze, mi forniva gli strumenti cognitivi e gli input ideali per modellare, secondo un mio disegno, i canoni del servizio, dirottando tutte le risorse verso le fasce più vulnerabili, ovvero i minorenni, gli anziani, le donne vittime di maltrattamenti e le famiglie socialmente disagiate.

Interrogandomi appunto su quali fossero gli ambiti che fino ad allora poco erano stati raggiunti dal servizio di polizia, sempre più improntato verso una prospettiva di prevenzione, acquistavo la piena consapevolezza che proprio quelle fasce ne avevano più sofferto il vuoto.
Aprivo quindi nuovi canali collaborativi con scuole, oratori, centri antiviolenza e centri anziani, non tralasciando comunque mai la “strada”, ricevendo una risposta doppia in termini di soddisfazione, quella dei miei collaboratori, valorizzati in un servizio dalle caratteristiche ed aspettative nuove, e quella degli utenti, che si sentivano coinvolti in prima persona in uno spirito di cittadinanza partecipata.
Intuendo che il “fascino della divisa” poteva rappresentare un valido espediente educativo per i giovani, avviavo dei cicli di incontri nelle scuole che diventavano sempre più numerosi, ma anche assai gratificanti.

Negli anni i progetti si susseguivano, si moltiplicavano e si innovavano, andando alla continua ricerca di nuovi linguaggi, coniati in una prospettiva fluida di modelli per il contrasto al disagio giovanile.
Riuscivo a coniugare molto bene l’opera che svolgevo in Pontireti con gli stessi obiettivi istituzionali che perseguivo da poliziotto.

In termini di risultati la somma di entrambi i fattori faceva molto più di due!

Quelli che erano agli esordi dei meri incontri di immagine, subivano progressivamente una metamorfosi concettuale, arricchendosi di contenuti.
I feedback che venivano registrati dopo ogni incontro andavano ad arricchire il bacino delle mie conoscenze, che venivano così elaborate e rimesse in circolo in un formato adatto alle fasce di giovani che incontravo.

Dal 2005, anno in cui avviavo la mia attività fra i banchi, al 2019, quando la terminavo perché assegnato ad altri incarichi, realizzavo circa 750 tra incontri, convegni e seminari su tematiche quali il rispetto della legalità, i problemi esistenziali degli adolescenti, il bullismo, la sicurezza stradale, l’inclusione sociale (progetto #Liberalalegalità, per gli studenti di terza media), la mafia, autoctona e non, l’uso degli stupefacenti, la corruzione (progetto LatinaLegale, rivolto ai giovani del triennio delle superiori), le insidie contro gli anziani (Progetto Terzaetà, realizzato all’interno dei centri sociali per anziani o nelle parrocchie), la violenza di genere (progetti Io si che valgo e Questo non è amore, destinato ai ragazzi del biennio delle superiori), la tutela dai pericoli e guida alla legalità (Progetto Educazione alla legalità e tutela dalle insidie, per i giovanissimi delle scuole primarie).

Parallelamente pubblicavo un manuale illustrato dal titolo “Legalità, why not???”, che veniva distribuito agli studenti di terza media dell’intera provincia di Latina.

Alla fine del 2015 venivo convocato dal Consiglio Regionale del Lazio quale esperto in materia di bullismo e, sulla scorta della mia consulenza, veniva pubblicata la Legge Regionale nr.2/16.
Questo favoriva l’avvio di tavoli provinciali di confronto multi-istituzionali integrati per la prevenzione e la lotta al bullismo, mio cavallo di battaglia, anche se sul tema più ampio del disagio giovanile.
In quello di Latina, definito “Nucleo operativo antibullismo”, venivo chiamato a farne parte quale rappresentante della Polizia di Stato e qui avevo l’onore di lavorare in sinergia con i migliori professionisti del settore, fra cui la Garante dell’Infanzia di Latina Dott.ssa Monica Sansoni.

Avviavo quindi una serie di conferenze riconosciute dal MIUR, rivolte a docenti e genitori, mantenendo l’obiettivo di rendere veramente efficaci le nozioni ed i valori che intendevo trasmettere.
Per fare ciò cominciavo i miei convegni verso le fasce più giovani raccontando alcuni aneddoti ispirati ad episodi realmente vissuti in polizia, adeguatamente edulcorati ed adattati alle fasce d’età.
In questi racconti emergeva il dramma patito dalle vittime, il pathos vissuto dagli operatori di polizia alle prese con i casi in questione, ma sovente anche lo spaccato esistenziale degli autori dei reati, che non venivano per questo giustificati per le loro azioni, ma verso i quali andavano comprese alcune dinamiche del vissuto, perché altamente formative.

Tutto ciò, narrato in maniera appropriata, raggiungeva il primo obiettivo, ovvero quello di umanizzare l’operatore di polizia, abbattendo il muro di diffidenza che a volte si registrava nei confronti dell’autorità.
Questo si rendeva necessario e propedeutico, per rendere più pregnante ciò che sarebbe stato narrato a seguire.
Il secondo passo era invece quello di umanizzare le vittime, attraverso le analogie con persone significative e di riferimento, ad esempio la donna scippata come la madre, l’anziano truffato come il nonno, il ragazzo bullizzato come il fratello.
I racconti per analogie contribuivano ad un migliore accesso alla parte emotiva dello spettatore, stimolandone il senso di empatia.

Una volta raggiunti questi due steps si passava alla fase cruciale dell’incontro, entrando nel vivo dei vari argomenti, anche questi affrontati per analogia, ma questa volta tematica.
Ad esempio, nelle scuole superiori, dove spesso l’aspetto del consumo della droga è tristemente sottostimato, sia dal punto di vista della salute psicofisica che da quello del contributo all’economia delle mafie, esordivo con il racconto della vicenda di Marta Russo, sconosciuta ai più.
Tale fatto di cronaca, che nulla ha a che vedere con la droga e tantomeno con la mafia, rappresentava il dramma di una giovane vita spezzata in nome di un gesto commesso con la volontà di soddisfare il proprio ego attraverso un esperimento sociale, ovvero vivere un effimero stato emozionale a discapito della vita di altri.
A questo punto, quando l’unanimità alla condanna era assicurata senza eccezione alcuna, giocavo la carta del parallelismo per similitudine, l’analogia appunto fra chi, attraverso la richiesta di stupefacente, ne alimentava l’offerta ed il mercato, metaforicamente descritto come una catena di sangue.
Minori sfruttati, a cui veniva sottratta l’infanzia attraverso il lavoro nei campi di oppio o di coca, privati dei beni primari e dell’istruzione, bambini soldato costretti a combattere guerre per conto dei cartelli messicani, ragazzine costrette a lavorare nude nelle raffinerie, esponenti delle forze dell’ordine e magistrati uccisi, famiglie distrutte, e così via.
Al termine, quando concludevo l’argomento, l’idea che il consumatore di droga fosse da considerarsi un piccolo azionista di ciò non appariva più così remota, e tutto per “vivere un effimero stato emozionale a discapito della vita di altri”.
Rappresentavo sempre marginalmente i profili penali e coercitivi dei vari fenomeni criminali esaminati, facevo piuttosto leva sull’aspetto emotivo dei miei interlocutori, cercando di farne vibrare le corde, consapevole che in una società ideale il ricorso al carcere, quale estrema ratio, per quanto legittimo, necessario e rispettabile verso chi lo esercita, ne rappresentasse sempre un fallimento socio educativo.

Spero in questi anni di aver offerto buoni spunti di riflessione e di essere stato il volano affinché gli stessi studenti si facessero portavoce di questi valori che sono alla base del nostro concetto di convivenza civile.

Tommaso Malandruccolo: Sostituto Commissario presso la Divisione Anticrimine di Latina

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