Periferie tarallesche

Ad onta del suo aspetto da duro, avvezzo a sbranare panini coi chiodi, Venanzione Sfilatini resse poco al pur brutale interrogatorio a cui Cervellenstein & Co. lo sottoposero.
Gli amici di Tarallo non dovettero nemmeno usare la carta Taruffi, con tutto il suo fetido potenziale, per farlo cantare come un merlo stilnovista, anche perché comunque ci andarono giù pesantemente.
Il Professore, che stavolta era davvero preoccupato per la sorte di Lallo, finì per dare ascolto a Tressette, che come al solito aveva pensato a soluzioni estreme, a cose che avrebbero sciolto il granito come burro.

Omar Tressette
Omar Tressette

“D’accordo – gli sussurrò Cervellenstein – sia come vuole lei, ricorriamo a Jovanotti”
E Tressette, sempre più deciso: “Sì, ma usiamo il primo Jovanotti, quello peggiore, se possibile”
“No, dai, addirittura??!! Lo sapessero a Ginevra…”, intervenne Abdhulafiah, che a sentire quella cosa, nonostante il suo colorito bruno, era sbiancato come una tortora albina.
Si decise infine di procedere e Afid, sempre organizzato, tirò fuori dei tappi per le orecchie per tutta la compagnia, Sfilatini escluso, ovviamente.
Il prigioniero era legato al mitico divano carnivoro del Professore, logoro e con le molle così esposte e acuminate, che avevano indotto a denudarsi nell’intimo, anche introversi da primato mondiale, gente usa a dire tre parole al mese.
Si fecero tutti intorno a Sfilatini e Cervellenstein, ancora una volta gli chiese:
“Per l’ultima volta, dicci dov’è tenuto Lallo Tarallo, parla, è in ospedale? E se è lì, in quale reparto è finito?”
“Fottetevi”, ringhiò Venanzione, sprezzante e spavaldo.
Aveva qualche ragione per sopravvalutarsi così: da ragazzo riusciva a sopportare per ore la tortura del solletico sotto i piedi a cui “per gioco” lo sottoponeva il suo fratello maggiore Tauro, che aveva il quoziente intellettivo di una seppia e teneva sempre in mano la piuma più adatta da usare.
Sfilatini si considerava quindi uno con la resistenza di un masso di porfido, un tipaccio in grado di reggere a tutto, come Stallone nei film.

Venanzione Sfilatini

Eppure quando la Signora Cleofe, ad un cenno di Tressette, premette il pulsante “play” dello stereo, bastarono pochi secondi per far perdere a Venanzione una buona tonnellata della sua baldanza.
L’aria della studio del Professor Cervellenstein fu infatti violentata da suoni disgustosi e da un testo di rara insulsaggine:

“E’ qui la fefta? Fiiiiii
Stafera voglio fare una fefta
Infieme alla ragazza mia
Stafera voglio fare una fefta
Prendiamo la moto e via via via.
Stafera voglio fare una fefta
Io e la ragazza mia
Stafera voglio fare una fefta.

Mentre tutta la banda Tarallo rimaneva impassibile, Venanzione Sfilatini iniziò a contorcersi come un indemoniato sotto un esorcismo fatto a puntino, e alla terza, tremenda, stecca, svenne.
Riprese i sensi solo perché Omar Tressette gli versò in faccia dell’acqua, servendosi di un contagocce di quelli usati dai veterinari per dare le purghe alle mucche stitiche.
Cercò intanto di riprender fiato e, con molta convinzione in meno, quasi piagnucolò: “Non vi dirò niente!”.
Fu Cervellenstein, allora, a spazientirsi, ordinando alla Signora Cleofe di far ripartire lo stereo.
Venanzione fu investito dalla seconda strofa, in tutto l’orrore della sua banalità, e venne travolto dalla grandinata di stecche che la costellavano:

“Dammi un bacio dai
Dove? Come dove? Lo fai
Stafera voglio fare una fefta
Io e la ragazza mia
Stafera voglio fare una feftaaaaaaa.
Dammi un bacio dai
Dove? Ma come dove? Dove lo fai”

“BASTAAAA, BASTAAA, VI SCONGIURO: PARLERÒÒÒ, DIRÒ TUTTOOO”,

urlò rantolando il torturato, con gli occhi sbarrati che ruotavano follemente nelle orbite, aggiungendo subito dopo alcune parole apparentemente incongrue:
“PAPE SATAN, PAPE SATAN ALEPPE!”

Tutti notarono, perplessi, che gli era fuoriuscita una schiumetta verdastra dalla bocca.
Venanzione, poi, ancor prima che gli fosse fatta di nuovo la domanda, con la poca voce che gli rimaneva, alla fine sputò il rospo: “Il vostro amico è stato piazzato dal Dott Frangiflutti nel girone degli ipergastritici”
“Frangiflutti!!??”, disse stupita Consuelo che, uscita allo scoperto dal fondo buio della stanza, apparendo di colpo, fece nuovamente perdere i sensi a Sfilatini.
”Ma sarà parente di quello s…..o dell’ex capo del mio amato? E poi i gastritici… perchè metterlo lì ? Lallo digerisce anche la ghisa appena raffreddata!”
A quel punto a tutti si strinse il cuore, immaginando le disumane condizioni in cui era tenuto Tarallo, e nessuno di loro trovò conforto nel fatto di aver finalmente saputo quale fosse la ubicazione del loro amico: una cupa preoccupazione sovrastava ogni altro sentimento.

Contemporaneamente, a distanza di pochi chilometri da quello studio, nella camera dei nostri degenti, regnava il silenzio perfetto.
Il cuoco de “L’Estomac Joyeux” era appena uscito dopo aver consegnato a ciascun paziente il pasto ordinato, così i sei ricoverati si ritrovarono muti, in mistica venerazione delle loro pietanze.

Il cuoco de “L’Estomac Joyeux”

Tarallo si trovò a coltivare pensieri metafisici, amoreggiando già al primo boccone, con la sua “Raclette Savoiarde”, ma non fu il solo a subire la suggestione di quei cibi dall’inarrivabile bontà.
La commozione si era impadronita di tutti loro, e perfino l’esuberante Benny Syracuse, versò qualche lacrima dinanzi all’aroma che si sprigionava dalla sua “Cassoulet della Linguadoca”.
Nestore Faria, alzando al cielo le braccia scarnificate, ringraziava le divinità di ogni cosmo per aver inventato il suo “Gratin Dauphinois” e Padre Bistrot ossequiava la divina Provvidenza per la sua superba “Tartiflette”.
Alfio Stecconi, il pavido rappresentante, centellinava con piccolissimi, minimi morsetti, la sua entusiasmante “Bouillabaisse”, mentre Bellincione Schiamazzi, di solito taciturno come una noce, masticando la materia sublime della Quiche Lorraine, se ne uscì con un sorprendente lamento:

“Oṃ Maṇi Padme Hūṃ”.

Il Dottor Frangiflutti scelse quel momento, sbagliatissimo, per fare capolino dalla porta.
Benny lo beccò subito e gli ordinò tagliente:
“Qui, Frangy, qui! A quattro zampe! Subito !!”, e prese a dare una strofinata al rasoio con uno dei tovaglioli istoriati del ristorante.
Frangiflutti, con uno sguardo disperato, si buttò allora a terra, poi gattonò come un neonato fino al letto di Syracuse.
Ammansito, Benny allungò il braccio verso di lui e gli grattò ironicamente la testa nei pressi delle orecchie, mormorando: Braavo Cucciolone, braavo Frangy: eccoti un beeel bocconcino! Toh, prendi al volo!!”.
Staccò un pezzo di Cassoulet dal suo piatto e lo lanciò in aria.

Il Dottore si avventò sul boccone, lo trangugiò, poi, del tutto trasfigurato e fuor di senno, si mise sulla schiena, come per farsi dare una grattatina alla pancia, cosa che Syracuse, disgustato, si guardò dal fare.
Così, tutto sommato benino, stavano andando le cose per Lallo e i suoi compagni di girone.
Diverso, molto diverso, era ciò che stava capitando a Monsignor Missitalia in quel di Strappoli di Sotto…

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

Condividi
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *