Repressione nella redazione del Fogliaccio

Dopo lo svenimento di Ognissanti Frangiflutti ci fu un certo trambusto in redazione.
La stanza del Direttore in un amen si riempì di giornalisti, o meglio, di gente che si definiva tale, e ognuno di loro tentò di mettere in atto spericolate manovre sanitarie male origliate negli anni.
Fu così che le spoglie viventi di quell’uomo, afferrate da mille mani che se le contendevano, furono trascinate un po’ in ogni direzione, facendo sì che il costoso abito dello svenuto facesse da straccio per il pavimento, donando a quella superficie logora quella bella lucidata che non era stata mai raggiunta dalle sciatte attenzioni della donna delle pulizie.

Il Direttore fu anche schiaffeggiato ben bene, secondo le istruzioni di zie serial killer, per aiutarlo a riprendersi, ma l’unico gesto che davvero ebbe fortuna fu quello di Taruffi che, con esiti prodigiosi, versò sulla faccia direttoriale una caraffa d’acqua gelata.

Frangiflutti per due minuti buoni parve percorso da forti correnti elettriche e agitò convulsamente gambe e braccia, come una piovra ai campionati di danza ritmica, cercando contemporaneamente di respirare, soffiando getti d’acqua, proprio come fa un geyser di modesta entità sputando vapori bollenti.
Riuscì infine a scacciare tutti i rozzi soccorritori e a rimettersi in piedi, urlando un ragguardevole assortimento di insulti a tutti, ma riservando quelli finali, i più decorativi e roventi, ai due reduci dal Nepal.

Un esemplare di axolotl

“Vi farò pentire di essere tornati, coppia di.. di..di.. axoloti!”, urlò a pieni polmoni, trovando in extremis il vocabolo mancante, e mostrando di avere un’insospettabile familiarità con la zoologia più eccentrica.
“Farò trasferire le vostre scrivanie in bagno – riprese, stentando ancora a coordinare la respirazione col flusso impetuoso delle minacce – scriverete solo i necrologi e vi farò rimpiangere prestissimo di non poter scrivere i vostri!”.
Con l’amata camicia, pezzata ormai dalle macchie come il dorso di una mucca valdostana, e la zazzera vezzosa in disordine, Frangiflutti buttò fuori tutti i redattori dal suo ufficio, sbattendo la porta con tale violenza da fare abbassare il braccio, levato nel saluto romano, all’immagine con dedica del Comm. Cicciafico, suo mentore, sia pure recentemente critico, nella foto incorniciata che stazionava sul suo immenso tavolo da lavoro.

Detto fatto, in redazione, ad un cenno dell’untuoso Levalorto, quattro cronisti tra i più ossequiosi spostarono le minuscole scrivanie di Tarallo e Taruffi portandole nell’antibagno maleodorante della angusta toilette dei giornalisti, e piazzandole non distante dal lavandino sporchissimo, sormontato da uno storico dispenser di sapone, ormai incrostato, di epoca napoleonica.

Cominciò così per Tarallo e Taruffi un periodo davvero gramo.
Gomito a gomito, distillavano brani di un solo genere, seppur temperandoli con il loro peculiare estro:

NECROLOGI

“Nel pomeriggio di ieri, a causa di un malaugurato incidente trangugiatorio, causato da un iperbolico boccone di abbacchio, è venuto improvvisamente a mancare all’affetto dei suoi cari il Cavaliere del Lavoro Ercole Robotti, imprenditore nel ramo delle tecnologie ottiche, e pilastro della nostra comunità. Fu lui, infatti, ad impiantare con successo in città il primo negozio di oggettistica per daltonici e a fondare poi la Cassa Provinciale Depositi e Presbiti. Lo piangono la moglie, Signora Sofronia, i due figli, Silvazzo e Romilda, le due amanti ufficiali, Clorina e Morfina e i dodici figli naturali, tutti maschi e membri della A.S. Calcio Santapupazzona.
Le esequie si terranno nella Chiesa di San Marzano Vergine alle 15,30 di domani. Non fiori, nè perditempo”.

Inutile dire che questi necrologi venivano immancabilmente purgati dalle loro eccentricità dal revisore di bozze, il malinconico Efrem Tirabaci, l’unico essere al mondo ad accusare una zoppia delle orecchie, che li riportava alla polverosa normalità pretesa dal Direttore.
Tarallo e Taruffi venivano inoltre costantemente interrotti dal viavai dei redattori che a turno, si servivano del bagno, indotti a continui spostamenti dei loro miseri scranni e soggetti, oltretutto, ad ascoltare lo scroscio incerto di prostate sfibrate o il canto delle viscere iperattive dei loro colleghi, arrivando a veri patimenti quando Loris Stupazzoni, il critico letterario del giornale, uomo dalle abitudini alimentari abnormi, sentiva l’impulso di liberarsi dai resti delle sue pantagrueliche cene.
In quei casi si arrivava addirittura a sentire l’iperodoroso Taruffi protestare vivacemente, scandalizzato:
“Ma che puzza orribile! Che tanfo impossibile! E’ una vergogna!”

La vita degli eroi del Nepal si era fatta difficilissima, ma i due, per non darla vinta a Frangiflutti, stringevano i denti e non mollavano, nemmeno quando il Direttore irrompeva in quello spazio fatiscente per sottoporli alle sue maligne sfuriate.
“Finalmente occupate un posto alla bassezza delle vostre qualità – ghignava estasiato tra un frastuono di sciacquone e l’altro – siate fieri, comunisti dei miei didimi, dei vostri talenti, che vi ci hanno portato!”
E, felice, tornava nella stanza della direzione, immensa e dotata di esagerate comodità, quali, ad esempio, una piccola foresta di ispirazione tropicale, una scrivania di poco più corta di una pista di aereoporto, e una poltrona, che seppure non era più la mitica Onyric, era vastissima e multifunzionale.
Un braccio meccanico laterale gli garantiva ogni mattina una rasatura robotica di rara perfezione, un altra propagine elettronica eseguiva sulla sua testina, bramosa di attenzioni, uno shampoo all’essenza di mango e Barolo del 1975 e, infine, da un piatto da Dj professionista, posto sul davanti, gli arrivavano le musiche degli Inti Illimani, residuato di una stagione giovanile nella quale, per ben trenta secondi, si era adeguato alla moda corrente, ostentando vezzi rivoluzionari.

“El pueblo unido jamàs serà vencido”, gridavano in coro i fieri musicanti, e lui, dopo aver canticchiato per un po’ il refrain della canzone, ghignava in cuor suo: “Altro che vencido: lo abbiamo demolido”, e si rimetteva in testa l’elmo del Partito Vichingo, sulla superficie del quale era apparso di colpo anche il distintivo di “Parenti Stretti d’Italia”, l’altra formazione conservatrice emergente, guidata da Giorgina Erinnoni, una donna capace di superare in decibel un concerto dei Metallica.
Tarallo, nei ritagli di tempo proseguiva l’inchiesta sulle malefatte dell’imprenditore Spampalon in Nepal, e con Taruffi, inesorabili entrambi, proseguivano a stilare necrologi con ben pochi elogi:

NECROLOGI

“Nella quiete della sua ipervilla sita in località Caciottara, e sorvegliata da cinque guardie armate, una delle quali è Truculo Spaccatibie, pregiudicato per reati contro la persona, dopo una lunga malattia, si è spento nella mattinata di ieri Grufolo Frugatasche, imprenditore edilizio, molestatore di sbarbine, per anni Assessore alla Disurbanistica. A lui si deve il cosiddetto “Piano Frugatasche”, per cui tanto si battè, fino a fare a pugni con membri di cordate nemiche, nella Giunta Comunale Zacco, piano in virtù del quale la zona archeologica dell’antica Spurgulum fu destinata a nuovi e audaci progetti edilizi e sulla quale sorse il complesso residenziale Spurgo Tre, realizzato dall’Impresa Chissàperché, della quale era titolare sua moglie, Filomena Chissàperché, analfabeta e ipoudente.
I funerali si terranno in forma privata nella chiesetta di Borgo Tre Corni. Graditi i fiori e le offerte in denaro e viveri, astenersi curiosi e perditempo”.

Ma la macchina della repressione era implacabile, così al sempre più malinconico Efrem Tirabaci, il revisore di bozze, toccava fare gli straordinari per correggere quei necrologi intenzionalmente strampalati, ma toccati dalla grazia di verità brute, da sempre occultate dalla diplomazia mercenaria del Direttore del Fogliaccio.
Non era facile per i due tener duro in quella condizione avvilente e punitiva, cosicchè in quel periodo si infittirono le loro visite allo studio del Professor Cervellenstein, per sedute che li mettevano in grado di rinforzare la loro psiche tartassata e continuare nell’opera di ostinata resistenza alla coercizione alla quale erano sottoposti.
Certo, un’altra forma di giovamento Tarallo la trovava negli abbracci della sua meravigliosa compagna Consuelo, che ad una bellezza sovrumana accompagnava un animo sensato e lieto, capace di rapportarsi alla meglio con Lallo, carta da lei ben conosciuta e che quindi era perfettamente in grado di rigenerare e tonificare.

Consuelo e Lallo Tarallo

Taruffi, invece, ci mise un po’ di più ad accettare un ritorno così sofferto ed alterato alla sua normale dimensione di vita.
La testa gli era rimasta in Nepal e la sua memoria, più che mettere a fuoco il suo inavvertito contatto con lo Yeti, gli riandava costantemente alle molli coltri del talamo della Principessa Aishwarya, sotto le quali aveva vissuto momenti esaltanti, con la libido che gli viaggiava alla velocità di un razzo.
Così, quando un giorno ricevette una chiamata di Dorotea Santonorè: “Che fai, torni e non mi avverti, brutaccio scimunito puzzolone del mio cuore?”, sulle prime ebbe difficoltà a raccapezzarsi e non riconobbe la voce della sua fidanzata.
Poi, pian piano, come un gattino riportato alla cuccia dai denti della mamma, tornò alla sua quotidiana esistenza, le cui giornate, vissute tra l’antibagno del Fogliaccio e le carezze della Santonorè, ripresero a farsi tutte uguali, come le canzoni di Ligabue.

Dorotea Santonorè

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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