Progetti e incubi sotto il sole di Tarallopolis

Mentre nella redazione ancora segreta del “Disturbatore Quotidiano” si lavorava a tutto vapore, fino a tarda notte, per metter su il numero zero del giornale, il Direttore del Fogliaccio, Ognissanti Frangiflutti, affrontava uno dei suoi peggiori risvegli.
Essendosi sbarazzato di ogni barlume di coscienza fin dall’istante successivo alla sua nascita, di solito usciva in ottime condizioni dal tipico sonno degli ingiusti.
Il suo testino rotondo emergeva disteso da coperte che, data la sua perfetta immobilità notturna, non si spiegazzavano mai, e anche i cuscini, gravati da quel peso resistibile, parevano intonsi allo spuntare della luce mattutina.

I capelli brizzolati e lisci, appena un po’ lunghi, per i quali nutriva un coltivatissimo orgoglio, non apparivano mai scompigliati in quei momenti decisivi nei quali la vita ti richiama all’opera con le sue promesse.
In generale, per molti anni, gli eventi che essa gli ammanniva erano stati, infatti, ampiamente prevedibili, visto che erano stati il frutto di una costante pianificazione, e tali comunque da garantirgli un’inossidabile tranquillità.

Solo da quando gli era capitato tra i piedi quel pazzo di Tarallo, cioè da circa quattro anni, la sua esistenza aveva conosciuto sbalzi improvvisi e spiacevoli, dolorose sorprese, fatti che in alcuni casi si erano tramutati in veri e propri rovesci.
La sua carriera era stata messa in forse più volte, al punto che solo a causa di quelle circostanze avverse si era reso conto di possedere una psiche.
Certo, la sua fede osservante nei principi trasmessigli dal suo scomparso mentore, il bancarottiere Peppino Cicciafico e quella, altrettanto salda, nell’utilità benefica del servilismo, unici suoi baluardi contro l’ignoto, gli avevano permesso di sopravvivere a tante vicende disastrose.
Aveva dovuto resistere per tutto quel tempo alle arrembanti iniziative giornalistiche di quell’incosciente sovversivo, un dispensatore seriale di fastidi e rischi, un soggetto pericoloso che tuttavia non era stato in grado di sbattere fuori dal giornale solo per tema di un suo potente zio, affiliato alla Loggia P2.
Giorni prima, quando Tarallo si era autolicenziato per solidarietà con quell’altro arnese di Taruffi, un umanoide orrido e puzzolente, Frangiflutti, non essendo quell’allontanamento avvenuto per opera sua, si era illuso di non scontarne le conseguenze e di poter finalmente vivere sereno al servizio dei suoi sodali politici.

Lo zio piduista di Tarallo

Ma quel dannato biglietto minaccioso, e ancor di più la comparsa di un misterioso pedinatore, certamente armato, avevano mandato in pezzi ciò che restava della sua celebrata impassibilità.
Così quel mattino si risvegliò angustiato da un sonno che era stato angoscioso e frammentario, oppresso da incubi ansiogeni che lo avevano consegnato in pessime condizioni al nuovo giorno.
Incredibilmente, per una volta nella vita, la sua faccina appariva sgualcita, gli occhi due fessure cispose ed i capelli gli si erano drizzati in testa come spaghetti appena versati nell’acqua bollente.
Scese dal letto pigolando come Mahmood e per prima cosa si accostò cautamente alla finestra per sbirciare, non visto, il bar sotto casa ed il tratto visibile della strada sulla quale si affacciava.
Tirò un sospiro di sollievo: la fauna umana che vi si affannava, chiamata ad affrontare le prime incombenze della giornata, era quella di sempre: bottegai, impiegati che facevano colazione e signore che andavano al mercato.
Di gangster minacciosi, grazie al cielo, non se ne vedeva l’ombra.

Restò imbambolato per diversi minuti, lottando con un’inedita riluttanza ad andare al lavoro, proprio lui che nello status di Direttore di un quotidiano aveva sempre trovato il miglior incentivo all’azione, un ottimo lubrificante per corroborare l’autostima.
Si decise infine, e con molta più lentezza e sciatteria del solito, si dedicò ad allestirsi, lottando con uno stato generale che, come si è detto, gli si presentava insolitamente deficitario.
Riuscì a rendersi quasi presentabile, poi abbandonò a passo esitante il suo appartamento, e una volta giunto all’esterno, venne quasi accecato da un sole troppo allegro, in fondo già primaverile.
Si guardò intorno, girando perfino su se stesso per controllare meglio i suoi immediati dintorni, e in un primo momento non registrò alcuna presenza preoccupante.
Dalla profumeria biologica arrivavano come sempre lassative lagne orientali, e dal forno “Il Genuino” si spandevano le irresistibili fragranze del pane appena cotto, un pane ad orologeria che in mezz’ora riusciva a passare da un’apparente e seduttiva sofficità alla impervia durezza del granito.
Dalla banca, e anche quello era un fatto consolidato, vedeva uscire facce meste o infuriate, mentre dal negozio di elettronica veniva fuori una pletora di gente stordita, pronta a dedicare maggiore attenzione ai propri cellulari che ai pali stradali, contro i quali, fatalmente, andava spesso a sbattere, sdentandosi.

Al termine di quella ricognizione controllò ancora la situazione del caffè.
Prima di incamminarsi verso la sede del Fogliaccio fu quasi preso alla gola dal profumo delle brioches di quel bar, aroma al quale spesso cedeva divorandone anche un paio, poi qualcosa lo allertò improvvisamente: allo stesso tavolo presso il quale la sera precedente sedeva il gangster misterioso, stava ben accomodato un tale poco rassicurante che pareva evaso dalla medesima epoca.
Frangiflutti non poteva sapere che qualche minuto prima c’era stato il cambio della guardia tra Joe Spinazza e Sal Marranzana, primo collaboratore di Benny Syracuse all’epoca in cui quest’ultimo presiedeva il Dipartimento Attentati Dissuasivi nella zona est di Chicago.
Sal, corroborato da quel radioso esordio mattutino, e sentendosi frizzante di ottimo umore, si era piazzato a quel tavolino attendendo pazientemente che il verme schifuso da tallonare uscisse dalla tana.
Per via della perfetta descrizione ricevuta, e delle foto che gli aveva consegnato Satchmo (lo chiamavano così per come sapeva suonarle) Spinazza, Marranzana sapeva bene cosa aspettarsi, così, quando vide la persona del Direttore materializzarsi nella via, lo riconobbe senza problemi e quando si avvide di essere stato a sua volta notato, lo guardò dritto negli occhi e gli rivolse un ampio sorriso che gli scoprì un bel tris di denti d’oro.
La consegna infatti non prevedeva un pedinamento nascosto, ma imponeva, al contrario, di renderlo palese, quasi sfacciato, al fine di disastrare il morale di Frangiflutti, portandolo ad un crack psicologico di lunga durata.

Sal Marranzana

L’effetto di quel sorrisone fu, come previsto, assai vistoso.
Al Direttore del Fogliaccio le gambe si fecero frolle e nel cervello irruppe impetuoso un tornado di paure che lo lasciarono senza fiato, a lingua penzoloni: chi era quel tizio orrendo che più che un sicario, pareva un padrino della mafia? Cosa doveva aspettarsi? La P2 si serviva dunque della onorata società per mettere in atto le sue vendette?
Schiacciato dal peso di tutte quelle domande, tentò disperatamente di farsi forza, di rimanere lucido, così provò ad osservare meglio il padrino, cercando contemporaneamente di non darlo troppo a vedere.
Si avvicinò all’edicola faticando a camminare, prese senza neanche vederla la prima pubblicazione che gli stava a tiro, pagò quel che doveva e cercò poi di schermarsene mentre analizzava la figura di quell’uomo.
Capì subito di avere commesso un errore: imbambolato com’era, solo dagli sguardi severi ed insistenti che i passanti gli scoccavano si rese conto di avere appena acquistato l’ultimo numero della rivista straporno “il Guinness delle Porcone”.

Furono inutili i suoi tentativi frenetici di trovare in quella fetenzia una qualche pagina meno truce, magari un paginone di sola pubblicità, ma le uniche reclame che vi trovò erano relative a mirabolanti attrezzature erotico/ingegneristiche che promettevano un incremento tellurico del piacere fisico di coppia, fino a portarlo ad inesplorate e pirotecniche altezze. Falla strillare”: così il letterato che lo aveva composto, sintetizzava a piè di pagina il suo vigoroso messaggio.
“Maiale, qui ci passano dei bambini!”.
Di botto se lo sentì dire in faccia da una anziana casalinga che per stazza sembrava un Ursus infagottato, col gonnone lungo; “Vattele a fare da un’altra parte, pezzo di maniaco, o chiamo la polizia!”, gli ruggì addosso un vecchio barbuto che somigliava al Patriarca ortodosso di Mosca.
Squagliato dal terrore e dall’imbarazzo, Frangiflutti si affrettò a gettare la rivista in un cestino e non trovò di meglio che spiare il presunto mafioso stando riparato dietro la colonna di un vicino porticato.
Quel che vide gli parve confermare i suoi peggiori sospetti.
Senz’altro più anziano del killer, l’uomo aveva una faccia dall’espressione aperta e ironica, portava i folti capelli imbrillantinati pettinati all’indietro, ed indossava un doppiopetto antiquato a larghe falde.
Un vistoso e pacchiano distintivo stazionava al di sopra del taschino della giacca.
Se avesse potuto avvicinarsi a quell’inquietante personaggio, il Direttore del Fogliaccio avrebbe potuto forse riconoscere quel distintivo: vi era riprodotta infatti la tradizionale iconografia di Santa Bombarda del Divino Amore, al culto della quale Marranzana era legatissimo.

Festeggiamenti in onore di Santa Bombarda del Divino Amore a Santabombarda Inferiore

Addirittura al suo paese, Santabombarda Inferiore, appunto, Sal ricopriva anche la carica di cerimoniere dei festeggiamenti in suo onore, dei riti così esplosivi e sanguigni che ogni anno riempivano il vicino ospedale di Trastullo sul Colle.
Insomma a Frangiflutti quell’uomo sembrò l’incarnazione stessa di un boss della mafia italoamericana: il Marlon Brando del “Padrino” sarebbe apparso un implume seminarista al confronto.
A quel punto il Direttore si mosse.
Fu più che altro una decisione delle sue gambe che quella di un cervello che si era del tutto arenato: in assenza di segnali neurologici, i suoi arti inferiori presero la decisione al suo posto e si misero improvvisamente in moto, trascinandolo via di fretta e furia e costringendolo ad un’andatura barcollante e sbilenca, buffa come quella dei personaggi delle vecchie comiche.
Mentre scorreva a passo di danza dinanzi al tavolino del mafioso, non potè fare a meno di notare, raggelando, che Sal continuava a sorridere largo guardandolo…

Santabombarda Inferiore -Panorama-

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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