Tutto si ricompone a Tarallopoli, parte 3

L’eterogenea truppa taralliana che a furia di trattative era riuscita a riportare San Carminio a fare il suo mestiere di perseguitato nel dipinto di sua pertinenza, uscì compatta dalla chiesa di Santa Abbondanziana Martire, lasciando in loco il solo Don Oronzo, che in virtù della promessa fattale per togliersela dai piedi, era inerme ormai dinanzi alle brame penitenziali della vecchia Imelde.
L’implacabile suocera paesana, infatti, temendo limitazioni al commettere dispetti nuovi di zecca, non perse tempo nel confessare altri peccati pregressi ai danni della sua disgraziatissima nuora, uno più maligno dell’altro.
Al sacerdote, già esasperatissimo, non restò altra vendetta che imporre un’anomala sentenza in preghiere riparatorie:

“Allora Imelde, Nostro Signore, nella sua infinita bontà, ti assolve da tutti i peccati tuoi, invitandoti a non commetterne altri. Per ricordarti questo impegno, dirai in latino e in aramaico alto, millecinquecento Ave Maria, mille Pater Nostrum e seicentotredici atti di dolore. Vai pure in pace”.

“Ma come in bace? – obiettò la vecchia attonita, divenendo in assoluto la prima contestatrice di penitenze confessionali della storia – ma che semo matti? Io so venuta qua proprio perché a quella sciacquetta tutta ossa e peli de mì nuora, in bace nun ce la vojio lascià! E poi, tutte ste preghiere! So ‘na montagna de robba da dì e io n’antro po’ non saccio l’italiano, figurate se me metto a giaculà in latino o, come cacchio se chiama, in tamarindo alto: come pozzo fa venì verde quella strappafigli e a spiccià puro tutte ste ‘ncombenze? Don Orò, lei me deve fa no bello sconto, ma bello proprio….”

I tarallisti li lasciarono dunque a contrattare fittamente riduzioni di penitenza, per la disperazione di un prete costretto all’isteria e deluso nella sua aspettativa di chiudere presto il conto con quel maturo caterpillar.
A quel punto dalle trippe di Marzio Taruffi si levò un borborigma sonoro dall’andamento vagamente musicale ed esotico, fu una sorta di modulato bolero bizetiano che richiamò l’attenzione generale.
Il ruvido giornalista, che a causa del suo antimaquillage corporeo non avrebbe mai potuto evidenziare alcun rossore in faccia, si sentì comunque chiamato in causa e ruggì da par suo:

“Ho fame, una cavolo di fame, che ci posso fare? Siamo stati fino ad adesso in chiesa a fare i cacciatori di martiri e così abbiamo saltato il polpettone mattutino della Pensione La Rossa: sarebbe il caso di provare a vedere se ne è avanzato un po’ e saziarcene, no? Che ne dite?”

Ci fu qualche mormorio di dubbio, ma bastò dare un’occhiata al volto scuro di Taruffi, la maschera di un piraña rimasto per giorni senza carcasse da spolpare, per convincere tutti che si sarebbe comunque risparmiato del tempo accontentandolo.
La tenutaria della pensione, Berenice, aveva salvato davvero un buon pezzo di polpettone dalla voracità delle sue ragazze e della clientela, così Marzio, Tarallo e gli altri se lo divisero tra loro in compagnia di un altro ritardatario, il fachiro Hammurabi, al secolo Gavino Tritabolas, sardo di origine, le cui esigue nozioni storiche si erano rivelate in tutta la loro pochezza al momento di scegliersi il nome d’arte.
Imbroglione di vecchio corso e rotondetto com’era, riscuoteva ormai ben poco successo anche nel ruolo di digiunatore in fossa, che del resto era stato minato da uno scandalo orchestrato anni prima da un rivale che aveva piazzato una telecamera sonda nel loculo in cui si era fatto seppellire, beccandolo a gavazzare con un esagerato buffet di salumi e formaggi, sistemato con preveggenza prima di sottoporsi alla severa prova.

Il Fachiro Hammurabi in una esibizione di strada

Barava perfino sul tradizionale riposo sul letto da fachiro, al quale, con la scusa di una persistente sciatica, aveva sostituito dei flaccidi aculei in gomma morbida al micidiale reticolo di quelli in ferro duro e appuntito.

“Bene – disse Tarallo alzandosi di tavola – mi pare che tu possa essere soddisfatto Marzio, hai messo il polpettone in cassaforte, ora direi che si debba procedere a cercare tracce dell’ultima santa martire rimasta latitante, Eufronia. Lo dico a tutti: chiunque abbia anche una minima idea su come intercettarla lo riferisca ora, anche perché per rimettere a posto San Carminio, le abbiamo lasciato fin troppa libertà di azione. Dai, usciamo fuori e confrontiamoci”.

Il gruppo si sparse tra le tre panchine arruginite che fornivano arredo a quello che Berenice chiamava pomposamente il giardino interno della pensione e che in realtà era un piccolo appezzamento cieco, fatto di asfalto pieno di crepe dalle quali spuntavano piante e sterpi dalla curiosa morfologia.
Se se stettero a parlare per un po’ senza trovare un solo spunto per iniziare le ricerche.
“Ci fosse Cervellenstein potrebbe tentare di ispezionare a freddo la psiche di una martire frustrata e anticiparne le mosseosservò pensosa Consuelo che girellava in tondo facendo fiorire rose tra le fenditure dell’asfalto ma so che oggi ha una seduta con Bartolo Maria Sassofonis, il famoso tripolare, e Cleofe non gli passerebbe nemmeno la telefonata …”.

Nel frattempo Afid aveva preso a rovistarsi nelle tasche cercando evidentemente qualcosa che infine trovò, illuminandosi.
Era un foglietto spiegazzato:
“Al Bar Centrale ho trovato questa brochure – disse concitato – si tratta di un evento che si terrà stasera qui vicino, a Trottamonte di Mezzo, il paese dei bidelli: potrebbe venirne fuori qualcosa”.
“Eh? Il paese dei bidelli? Ma che… ma che razza di posto è?”, intervenne Taruffi con la solita verve sgangherata.
Ducco, nativo di quella zona, fu pronto a dare una risposta:
“Sì, lo chiamano infatti il paese del bidelli.

Panorama di Trottamonte sul Mezzo

Negli anni Sessanta, stanchi di amministrazioni dedite al piccolo furto di denaro pubblico, gli abitanti di Trottamonte, un enclave uzbeka in questa regione, si trovavano ridotti a minimi commerci con i paesi confinanti, e questo soprattutto per un perdurante fatto culturale, aggravato da una lingua che pochi conoscevano al di la delle loro mura. Quando, dopo decenni di isolamento totale, il paese riuscì ad esprimere un senatore, Lodovico Scoppiotto, questi pensò di dare un grande impulso all’economia locale potenziandone la cultura, così promosse un grande piano di diffusione scolastica che portò il numero degli istituti da uno a venti. Ce n’erano di tutti i tipi, uno per ogni inclinazione e gusto, compreso il nuovissimo Liceo Scientifico a Indirizzo Ruminante, che teneva insieme corna, tradizione e innovazione dei luoghi.

La zona ovviamente si rimpolpò di personale scolastico venuto un po’ da ogni parte d’Italia e per un bel pezzo non si parlò di carenze di organico; il vecchio uzbeko cominciava a stemperarsi nei dialetti limitrofi e un futuro migliore pareva profilarsi, a vantaggio di tutti.
Purtroppo, e del tutto incongruamente, le successive elezioni furono vinte da Gaspare Sgravazza, del Partito Vichingo, che con la cultura intratteneva gli stessi rapporti che Dracula ha con l’aglio.
Il nuovo senatore presentò un nuovo piano, esattamente simmetrico a quello di Scoppiotto, che pretendeva una razionalizzazione dell’offerta scolastica e che produsse effetti rapidi e singolari: a Trottamonte di Mezzo si tornò ad avere una sola scuola, quella elementare Il Trota.

Un’aula della Scuola Elementare “Il Trota”

Tutto il personale amministrativo dovette sgombrare, fu un disastro: moltissime persone vennero costrette a rientrare nei luoghi d’origine e ad impiegarsi nei ranghi delle varie malavite locali.
Solo i bidelli rifiutarono, chissà perché, di farlo, e rimasero a bighellonare in zona, vivendo come capitava e inselvatichendosi: ogni tanto qualcuno di essi, non proprio pulitissimo, scende dalle balze della montagna e accosta un cittadino qualsiasi per fargli firmare il vecchio provvedimento di un preside scaduto, o sottoscrivere una somma per fare il regalo a insegnanti andati in pensione anni prima”.
“Caspita, che storia interessante, la dovremmo scrivere per il giornale!”, osservò Taruffi conquistato, ricevendo immediatamente un cenno di assenso di Lallo.
“Sì, gente, sì – riprese Afid in fretta – ma non avete ancora dato un’occhiata alla brochure che ho sgraffignato al Bar Centrale. Fatelo e ditemi se non vi viene qualche idea in testa!”.
Tese il foglietto a Tarallo che lo sbirciò sbrigativamente prima che una luce gli si accendesse in volto:
“Cacchiolino, come dice il vescovo, forse ci siamo!” strillò il giornalista esultante.
Il testo integrale della pubblicità era il seguente:

“Accidenti – urlarono eccitatissimi i tarallisti in coro – Vuoi vedere che stavolta la becchiamo!”

Continua…

Lallo Tarallo, giovane sin dalla nascita, è giornalista maltollerato in un quotidiano di provincia.
Vorrebbe occuparsi di inchieste d’assalto, di scandali finanziari, politici o ambientali, ma viene puntualmente frustrato in queste nobili pulsioni dal mellifluo e compromesso Direttore del giornale, Ognissanti Frangiflutti, che non lo licenzia solo perché il cronista ha, o fa credere di avere, uno zio piduista.
Attorno a Tarallo si è creato nel tempo un circolo assai eterogeneo di esseri grosso modo umani, che vanno dal maleodorante collega Taruffi, con la bella sorella Trudy, al miliardario intollerantissimo Omar Tressette; dall’illustre psicologo Prof. Cervellenstein, analista un po’ di tutti, all’immigrato Abdhulafiah, che fa il consulente finanziario in un parcheggio; dall’eclettico falsario Afid alla Signora Cleofe, segretaria, anziana e sexy, del Professore.
Tarallo è stato inoltre lo scopritore di eventi, tra il sensazionale e lo scandaloso, legati ad una poltrona, la Onyric, in grado di trasportare i sogni nella realtà, facendo luce sulla storia, purtroppo non raccontabile, di prelati lussuriosi e di santi che in un paesino di collina, si staccavano dai quadri in cui erano ritratti, finendo col far danni nel nostro mondo. Da quella faccenda gli è rimasta una sincera amicizia col sagrestano del luogo, Donaldo Ducco, custode della poltrona, di cui fa ampio abuso, intrecciando relazioni amorose con celebri protagoniste della storia e dello spettacolo.
Il giornalista, infine,è legato da fortissimo amore a Consuelo, fotografa professionista, una donna la cui prodigiosa bellezza riesce ad influire sulla materia circostante, modificandola.

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