La scomparsa di Amos Oz (עמוס עוז)

Quando una grande coscienza viene a mancare

Meno di una settimana fa, pur senza troppo concedere al bailamme comportamentale collettivo provocato dalle festività, ma dovendo fare comunque un paio di regali e pensando ovviamente ai libri come dono ideale, ho evitato accuratamente, come ho sempre fatto, di comprarne al Mc Donald’s del libro, e sono andato a dare un’occhiata in una libreria decentrata ma ben fornita.
Non ho avuto problemi a trovare titoli adatti alle persone a cui volevo destinarli, ma intanto, mettendo il naso tra gli scaffali, mi sono accorto della presenza dell’ultimo libro di Amos Oz: “Finché morte non sopraggiunga”.
Ad occhi chiusi, rassicurato dalla mia precedente esperienza di lettore, l’ho acquistato, in tutta sicurezza, pregustando un nuovo e significativo incontro con uno scrittore di quello spessore.
Non potevo certo immaginare che meno di ventiquattr’ore dopo, la funerea e gelida sostanza del titolo del libro da me comprato, si concretizzasse purtroppo, a danno del suo autore: Amos Oz è scomparso il 28 Dicembre dell’anno appena trascorso.

Amos Oz

La notizia mi ha sorpreso, lasciato basito, in preda ad un immediato senso di perdita.
Sembra sempre un po’ strano a tanti nostri connazionali, da sempre abituati o incoraggiati addirittura, a far a meno delle letture, il dispiacere che si arriva a provare per la morte di quello che ai loro occhi, è un semplice estraneo, poco più di un nome.
Non riescono a spingere la loro immaginazione fino al punto di pensare che un artista, un musicista, un pittore, un romanziere possano darci più di un parente o altrettanto di un caro amico, di essere i pilastri della nostra crescita individuale e civile, della nostra personalità, del nostro modo di essere.
Moltissimi quindi debbono qualcosa ad Amos Oz.
Insieme a David Grossman e ad Abraham Yeoshua, Oz è universalmente considerato il terzo pilastro della letteratura israeliana, una delle più ricche e qualitative del mondo, vitale al punto da essere continuamente rimpolpata da nuovi significative voci.

David Grossman, Abraham Yehoshua e Amos Oz

Essere qualcuno in un ambito di quel livello implica necessariamente l’esserlo a livello internazionale, essere cioè uno dei maggiori scrittori del mondo.
Proprio Abraham Yehoshua, altro colosso letterario, è stato uno dei primi a commentare desolato la notizia della scomparsa di Oz, rendendogli omaggio:

“Ho lasciato l’ospedale salutandolo” ha ricordato emozionato intervistato da Ynet. “Siamo stati amici per 60 anni” ha proseguito “e il nostro rapporto è sempre stato molto profondo e genuino.
Era un grande amico e una persona onesta.
Ha espresso pensieri e opinioni, non per essere contro qualcosa ma perché aveva una sua verità”.

Oz, in effetti, pur nella complessità del suo lavoro, è stato un uomo netto, chiaro, dalle posizioni esplicite, lineari, comprensibili comunque, anche e soprattutto ai molti suoi detrattori in patria.
Scrittore e saggista, autore di molti romanzi di successo, è stato anche giornalista e docente di Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev e a Be’er Sheva. 

Amos Oz, in ebraico עמוס עוז

Amos Oz, e spiace adottare parlando di lui il tempo passato che si attribuisce a chi non è più in vita, nacque a Gerusalemme nel maggio del 1939.
Il suo vero cognome, Klausner, indicava la provenienza dei suoi genitori, entrambi di idee sioniste, dall’Europa Orientale.
In Lituania, a Vilnius, suo padre aveva compiuto studi di storia e letteratura, a Gerusalemme, sua città di approdo, faceva il bibliotecario.
Sua madre Fania, figura molto amata, condizionerà decisivamente la vita di Oz togliendosi la vita, in seguito ad una forte depressione, quando suo figlio aveva appena dodici anni.

Fania Mussman (in ebraico יהודה אריה קלוזנר) con il marito e il piccolo Amos

Se la famiglia Klausner, quella paterna, era orientata a destra politicamente, c’è da dire che comunque il suo nucleo familiare era abbastanza distante dalla religione, vista come manifestazione irrazionale. Nonostante ciò Amos frequentò una scuola religiosa, essendo questa l’unica alternativa alla scuola socialista, gestita dal Partito Laburista Israeliano, inviso a suo padre.
La morte della madre fu per Oz uno spartiacque: i contrasti col padre spinsero il ragazzo, quindicenne, a farsi adottare da un’altra famiglia e ad andare a vivere in un kibbutz.
Fu allora che decise di cambiare il suo cognome da Klausner a Oz, che in ebraico significa “forza”.
Questa scelta della vita di kibbutz segnava tutta la distanza di vedute e di valori tra lui ed il padre perché nulla, come disse poi Oz, era altrettanto radicale del kibbutz.
Per quasi tutta la sua vita continuò a stare nel kibbutz e se a suo dire lui da subito si era dimostrato disastroso nei lavori agricoli obbligatori, facendoci i conti però per decenni, solo il suo successo di scrittore gli permise di diminuire il tempo dedicato a quel lavoro in quanto le entrate per i suoi diritti d’autore riuscivano benissimo a compensare il minor lavoro fisico. Lui disse di essere diventato così “un ramo della fattoria”.
Naturalmente, come a tutti i suoi connazionali, anche ad Oz è toccato prestar servizio militare attivo, combattendo in zone di confine tra Siria e Israele e stando in una unità corazzata all’epoca della guerra dei sei giorni, nel 1967.

Il 5 giugno 1967 iniziava la Guerra dei sei giorni (5-10 giugno) tra Israele e forze arabe pro-Palestina.

Dopo il servizio militare lo scrittore studiò filosofia e letteratura ebraica nell’Università di Gerusalemme e se è vero che aveva già pubblicato qualche suo intervento nei bollettini del kibbutz e su un unico giornale, il laburista Davar, pubblicò il suo primo libro solo nel 1965, e si trattava di una raccolta di racconti dal titolo “La terra dello sciacallo”, mentre il suo primo romanzo, “Elsewhere, Perhaps”, uscì l’anno successivo.
Da quel momento in poi la carriera letteraria di Amos Oz è stata ininterrotta e le sue opere si sono susseguite con una regolarità impressionante, circa una all’anno.

Il suo libro di maggior risonanza è stato indubbiamente “Storia di amore e di tenebra”.
Si tratta di un’opera di larghissimo respiro nella quale il ricordo della sua infanzia e la storia di diverse generazioni della sua famiglia paterna si fondono con il racconto degli anni che precedettero la formazione dello Stato di Israele, gli ultimi del mandato britannico, e di quelli successivi, i primi del nuovo stato.
Molte figure autorevoli che frequentavano la famiglia di Oz sono qui ritratte dal vero: Ben Gurion, lo scrittore Agnon, la poetessa Zelda.
Nel libro per la prima volta lo scrittore evoca il dramma della madre, che segnò per sempre le sue scelte di vita.
Tra i suoi romanzi migliori, al di là del libro appena ricordato, vanno menzionate altre opere importanti: “La scatola nera”, “Michael mio”, “Una pantera in cantina”, “Lo stesso mare”, ma questi titoli non esauriscono certo la lista dei libri di Oz che converrebbe leggere.
Personalmente soprattutto un romanzo tra i suoi più recenti mi è parso opera di grande livello letterario.

Parlo di “Giuda”, in cui partendo dalla storia intrigante capitata ad un giovane studente smarrito per una delusione d’amore, si narrano e si analizzano parallelamente le vicende di due ebrei che a distanza di millenni divengono emblemi della figura del “traditore”.
Il primo naturalmente è Giuda Iscariota, l’apostolo che col suo gesto permise il compiersi del destino di Gesù;  il secondo è invece un intellettuale e militante sionista israeliano, capace di concepire l’idea di uno Stato anche per i Palestinesi.
Qui più che in altri suoi lavori, vengono fuori le idee di Oz, un “sionista di sinistra” che ha sempre lottato per imporre autorevolmente l’idea di una soluzione al conflitto israelo-palestinese, che preveda la formazione di due stati.
Questo suo essere sionista e contemporaneamente sostenitore di uno stato palestinese emerge chiaro in una sua dichiarazione del 2002: 

“Due guerre israelo-palestinesi sono scoppiate in questa regione.
Una è quella della nazione palestinese per la sua libertà dall’occupazione e per il suo diritto a essere uno Stato indipendente.
Tutte le persone rispettabili dovrebbero sostenere questa causa.
La seconda guerra è mossa dall’Islam fanatico, dall’Iran a Gaza e dal Libano a Ramallah, per distruggere Israele e cacciare gli ebrei dalla loro terra. Tutte le persone rispettabili dovrebbero aborrire questa causa”.

Altrettanto eloquente del romanziere è stato l’Oz saggista. Sempre disposto, soprattutto dalle colonne di Davar, giornale laburista, a svolgere le sue incisive riflessioni politiche con saggezza e moderazione, nel suo saggio “Contro il fanatismo” lo scrittore ha toccato corde intellettuali importanti.
Ecco, tra le altre sue riflessioni, cosa per Oz sia il fanatismo, da lui combattuto acerrimamente anche all’interno del suo Stato: 

“Come curare un fanatico? Inseguire un pugno di fanatici su per le montagne dell’Afganistan è una cosa.
Lottare contro il fanatismo è un’altra. Completamente diversa. L’attuale crisi mondiale in Medio Oriente o in Israele/Palestina non discende dai valori dell’Islam.
Non è da imputarsi, come dicono certi razzisti, alla mentalità araba. Assolutamente no.
Ha invece a che fare con l’antica lotta fra fanatismo e pragmatismo.
Fra fanatismo e pluralismo.
Fra fanatismo e tolleranza.

Il fanatismo nasce molto prima dell’Islam, del cristianesimo, del giudaismo. Viene prima di qualsiasi stato, governo o sistema politico.
Viene prima di qualsiasi ideologia o credo.
Disgraziatamente, il fanatismo è una componente sempre presente nella natura umana, è, se così si può dire, un gene del male”.

Non c’è dubbio che quando muore uno scrittore del calibro di Amos Oz e una coscienza civile, sociale e politica del genere, la perdita è talmente grande che difficilmente può trovare compensazioni.



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