La principessa di Caracupa 4° puntata

24 Giugno 2017 

Secondo evento: l’incontro con il Professore – seconda parte

 “Altrettanto affascinanti – proseguì il Professore – sono state per me le illustrazioni che Frederick Catherwood realizzò durante le esplorazioni che fece in compagnia di John Lloyd Stephens alla ricerca dei resti della civiltà Maya. Le spedizioni di Catherwood e Stephens nell’America Centrale e nello Yucatan fecero conoscere al mondo intero tutte le città Maya, che la foresta aveva inghiottito dopo la scomparsa di questa misteriosa civiltà.

Frederick Catherwood: “Idolo e altare Copan (Maya)” 1844

Anche i disegni e dipinti fatti a Palenque, Copan e Tulum di piramidi, stele e porte che emergevano in mezzo a foreste inaccessibili, mi hanno trasmesso la gioia della scoperta.”

I resti di un tempio di Tulum, incisione di Frederick Catherwood tratta da Incidenti di viaggio in America centrale, Chiapas e Yucatan, 1841, di John Lloyd Stephens.

Mentre ascoltava, il Vecchio stava già navigando, come un novello Indiana Jones, in mezzo a deserti e foreste, tra ruderi e baiadere, quando il Professore lo fece ritornare alla realtà.

“Io però non sono dovuto andare in paesi lontani ed esotici per trovare la mia Machu Picchu” disse dopo una lunga pausa; “la mia città misteriosa e il mio tesoro li ho trovati qui vicino”.

“Cosa?!”, esclamò il Vecchio, tra lo stupito e il divertito.

“Sopra l’Abbazia di Valvisciolo – proseguì il Professore – lungo le pendici del Monte Carbolino, proprio qua fuori, nella prima età del ferro (800-700 a.C.) fu fondata una città; poco sotto, nella località che oggi chiamiamo Caracupa, si estese la sua necropoli”.

Il Vecchio vide negli occhi del Professore una luce particolare e non osò interromperlo.

“Vieni con me che ti faccio vedere”, disse il Professore. Il Vecchio lo seguì fuori dal bar.

“Guarda sopra l’Abbazia, sul fianco del monte, si intravedono alcuni muraglioni tra la vegetazione. Quelle non sono costruzioni recenti, innalzate da qualche agricoltore o da qualche allevatore dei tempi nostri. Sono le mura dell’antica città”.

Il Vecchio ora guardava il monte, ora il Professore, sempre più stranito, facendo la felicità di quest’ultimo, contento di sbalordire ancora con i suoi racconti.

“Si vede anche da qua che le mura si dispongono a V, lungo le coste del Monte Carbolino, l’una sull’altra. Queste mura avevano una duplice finalità: formavano un potente sistema di fortificazione e permettevano di creare terrazzamenti agricoli, con funzioni anche abitative. Ora non riesci a distinguerne il numero, ma le linee di difesa sono circa nove, partendo dall’alto per arrivare ai limiti, in fondo”.

Il Vecchio decise di formulare una domanda, per far sapere al Professore che di mura se ne intendeva anche lui.

“Ma sono come le mura ciclopiche dell’Antica Norba, così a filo, con i blocchi di roccia serrati e levigati?”.

“No – rispose il Professore – le Mura del Monte Carbolino non sono come quelle dell’Antica Norba. Sono state costruite con massi grandi e meno grandi, dello spessore di circa 2 metri, prelevati nel monte stesso, sgrossati in maniera rozza e grossolana a colpi di mazza, con gli interstizi riempiti con schegge di roccia”. 

“Ma quanto sono alte?” continuò il Vecchio, sempre più interessato.

“Dai 5 agli 8 metri – rispose il Professore – è impressionante se le vedi da vicino.

Mura alte per creare una struttura difensiva ed abitativa geniale.

Prova a immaginare. Ogni livello di mura costituiva un terrazzo e ogni terrazzo, sul quale erano costruite abitazioni, dominava e controllava quello sottostante. In poche parole, si creava un piano difensivo concatenato, con ogni ripiano indipendente dagli altri. Nel caso di conquista di un livello di mura, la popolazione si poteva riparare nel livello di mura superiore, più a monte.

Ogni livello di mura era infatti collegato da portali; non semplici passaggi, ma vere e proprie porte di difesa, costruite per colpire facilmente gli assalitori”.

“Cavolo!”, esclamò il Vecchio. Già immaginava la città. La vedeva piena di giardini, fontane, torri, con i suoi abitanti impegnati a coltivare orti, a scambiarsi mercanzie e con i soldati a guardia delle mura, intenti a volgere lo sguardo verso la pianura sottostante, quella che centinaia di anni dopo sarebbe stata detta Pontina, la sua pianura.

“Tutto quello che ti sto dicendo – proseguì il Professore – ha attraversato la mia vita anni fa.

Un amico mi disse che era in corso una campagna di scavi promossa dalla Sovraintendenza Archeologica del Lazio, nell’area di Caracupa. 

Era il 1996, e puoi sicuramente immaginare il mio stato d’animo quando mi presentai presso gli scavi. Mi vedevo già alle prese con i sarcofagi di qualche Tutankamon locale, pronto a decifrare iscrizioni sconosciute e misteriose.

Mi presero subito. Sarà stato il mio entusiasmo o la mancanza di personale, ma forse più probabilmente fu la circostanza di risiedere vicino agli scavi a far sì che mi accettassero come volontario.

Il giorno dopo mi rifornirono di spazzole, pennelli, guanti e strani cucchiai, mi diedero la piccola cazzuola degli archeologi (il trowel, come lo chiamano loro), e con la mia carriola ero pronto a dissotterrare l’intera Pianura Pontina, se fosse stato necessario.

Ma non ce ne fu bisogno, ovviamente.

La necropoli di Caracupa fu rinvenuta per la prima volta agli inizi del 1900 da alcuni archeologi che stavano portando alla luce l’antica Norba. Su segnalazione di gente del posto, quegli studiosi vennero a scavare anche qui, sotto al Monte Carbolino, e riuscirono a scoprire un centinaio di tombe, per la maggior parte di donne.

La campagna del 1996, della quale facevo parte, riprese gli scavi.

Si portarono alla luce vasi di ceramica, anfore, anelli, fibule, coltelli e lance in bronzo, spade di ferro, ferma trecce in argento.

Monili rinvenuti a Caracupa

Se vai a vedere questi reperti in un museo ti potranno sembrare poca cosa, ma non puoi immaginare l’emozione che provai nel ripulire con un pennello una ceramica o nel soffiare per levare il terriccio rimasto su un anello.

Atti semplici, metodici, attenti, che ti permettono di scoprire, di alzare un velo sul passato, di aggiungere un tassello nel mosaico della conoscenza.

Per me fu una rivelazione. 

E poi a Caracupa scoprii la mia principessa”.

Calò il silenzio in quell’angolo di bar, al centro del mondo.

Il Professore fissava davanti a sé un punto indefinito, felice di aver dato la stura a vecchi ricordi. 

Il Vecchio sorrideva fantasticando di chissà quali avventure.


continua…

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A Renzo Rossi piace creare.
Disegna chiassose e sgargianti foreste abitate da animali antropomorfi, a volte miti ed amichevoli, a volte irosi e dispettosi.
Raccoglie tronchi e legni in riva al mare per inventarsi strane sculture.
Rovescia vasi per dipingerli e colorarli.
Quando, con grande fatica, si mette a scrivere, vuole stupire, meravigliare, per raccontare storie che pensa siano poco note, di posti a noi vicini.


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