Cola di Rienzo, l’ultimo tribuno

                                    

Era il 1343 quando, ad Avignone, dove risiedeva la corte papale, si presentò una delegazione popolare di “Tredici boni omini”, proveniente da Roma; la capeggiava un giovane notaio che informò il pontefice Clemente VI della situazione in cui le famiglie nobiliari avevano fatto precipitare Roma.

Papa Clemente VI

Questi ebbe l’appoggio di Francesco Petrarca, che lavorava presso la Curia, ed era rimasto estasiato dalle idee del giovane alto e sorridente, il cui nome era Nicola di Lorenzo Gabrini più noto come Cola di Rienzo.

Ben presto tutta l’Europa parlo di Cola di Rienzo perché, oltre ad ottenere che il Giubileo si svolgesse ogni 50 anni e non 100, il che era una manna economica per la città, per la prima volta chiese la conferma al Papa dei suoi poteri cittadini, in nome “degli orfani, delle vedove e dei poveri”, del popolo insomma, e il Papa seppure sorpreso acconsentì.

Al tempo Roma era una città di circa 50.000 abitanti, che viveva una precaria situazione economica, i suoi abitanti erano vessati da un’aristocrazia prepotente e latifondista che, controllando i dintorni della città, di fatto controllava l’accesso a ogni approvvigionamento alimentare e il prezzo del grano.
I ceti popolari, artigiani e mercanti in primis, più che credere in un papato e in una nobiltà corrotti, preferivano sperare in un ripristino delle realtà repubblicane, come aveva tentato di fare Arnaldo da Brescia due secoli prima.

Cola di Rienzo, nato a Roma nel 1313, era figlio di un oste e di una lavandaia; morta la madre era stato mandato ad Anagni presso parenti che lo avevano fatto applicare agli studi di Lettere e Diritto finché, verso i vent’anni, era tornato a Roma.

La casa di Cola di Rienzo a Roma

Il giovane Cola conosceva molto bene il latino e inoltre aveva studiato Tito Livio, Cicerone, Tacito, Agostino e Boezio.

Vendendo l’osteria paterna, Cola conobbe il notaio Francesco Mancini che, impressionato dalla sua cultura, lo incoraggiò ad intraprendere la professione notarile e gli consentì di svolgere presso di lui il tirocinio e gli diede in sposa la figlia Livia.
Forse grazie ai suoi studi su Roma, il giovane Cola maturò l’idea che la supremazia di governo non spettasse né al Papa, né agli imperatori franco-germanici che si proclamavano “romani”, bensì unicamente al popolo.
Il suo pensiero era stato rafforzato dal ritrovamento in Laterano di una tavola bronzea romana che riportava la “lex regia de Imperio”, in cui si dichiarava che era il popolo a conferire le sue potestà governative all’imperatore Vespasiano perché la sovranità spettava solo al popolo.

La tavola della “Lex Regia de Imperio”

Cola sentiva il problema del riscatto sociale dei “populares”, cioè degli artigiani e degli esercenti le arti minori, di quel vagito di borghesia che già aveva cercato di scrollarsi di dosso il despotismo nobiliare e che in molti Comuni italici governava al posto dei patrizi. 
In effetti i veri padroni della città erano gli sgherri dei nobili locali di cui le principali famiglie si servivano per spadroneggiare dopo il trasferimento della sede papale; inoltre il commercio era scarso a causa del banditismo che infestava le campagne e i porti.

Papa Clemente VI non respinse le richieste di ritorno del papato a Roma e ad Avignone Cola poté beneficiare del pieno appoggio di Petrarca, che vedeva in quel “tribuno” la figura ideale per realizzare i suoi sogni “italici”. 

Francesco Petrarca

Il Papa intimò ai nobili di non perseguitare il notaio e così Cola poté tornare a Roma e prese a lavorare come “notaio camerale comunale”, anche se tramava per rovesciare il governo patrizio; per farsi capire anche dal popolino analfabeta fece dipingere sul Campidoglio un grande affresco dove si vedeva un mare tempestoso, in mezzo, su una nave senza nessuno al timone, c’era una donna vestita a lutto, simbolo di Roma, che era circondata da altre donne già morte a rappresentare le antiche città cadute: Babilonia, Cartagine, Troia, Gerusalemme.
A sinistra, su due isolette, l’Italia e le virtù cardinali, tristi e spaventate.
A destra c’era la Fede cristiana che pregava.
Cola aveva così inventato il primo “fumetto politico” della storia cui ne seguirono altri.

Nel 1347, con qualche decina di uomini armati occupò il Campidoglio e il palazzo del governo e subito l’assemblea popolare elesse due tribuni: Raimondo d’Orvieto, vicario del pontefice, e lo stesso Cola di Rienzo.
Il suo programma era molto chiaro: ordine pubblico in città, pena di morte per gli assassini, obbligo dei nobili di non proteggere i malfattori, pena del taglione per i falsi accusatori; riorganizzazione delle finanze cittadine eliminando qualsiasi mediazione nella riscossione delle imposte; libero accesso dei cittadini a tutta la città, distruzione delle fortificazioni cittadine dei nobili; potere militare affidato alla milizia, formata dai popolani dei diversi quartieri e controllo dei porti; aiuti per vedove, orfani e bisognosi e creazione di riserve di grano in caso di carestia. 

Parve allora che Roma fosse in grado di sviluppare una civiltà comunale:
le classi che allora rappresentavano la modernità e altrove governavano, cioè giudici, notai e mercanti, giurarono fedeltà al nuovo Comune come pure i riottosi baroni; in Campidoglio si amministrava una giustizia equa, veloce e spietata con i baroni ma anche con i popolari che avessero approfittato del proprio ufficio.

Federico Faruffini 1855 – Cola di Rienzo contempla le rovine di Roma 
olio su tela

L’immediatezza con cui i baroni cedettero illuse forse Cola che sperava che la sua “rivoluzione” fosse un modello per le altre zone della penisola, sicché scrisse a “cento città italiane” proponendo di costituire una confederazione di città sotto la direzione di Roma e contro la tirannia dei feudatari.
La proposta però parlò ai sordi: le altre città non si fidavano di un tribuno che, pur odiando i nobili, pareva pur sempre una derivazione del papato, ormai del tutto inaffidabile e soprattutto nessuna città voleva rinunciare alla propria autonomia, vizio tipico del popolo italiano.

Informato il pontefice cominciò a vedere in cattiva luce l’idea di un governo sul modello di Roma antica in cui il ruolo della Chiesa era in qualche modo subordinato alla nuova entità creatasi a Roma.
Il disegno di Cola di esportare la sua “rivoluzione” appariva però velleitario, anche se il suo “proclama della libertà di Roma e dell’Italia” del 2 agosto 1347 venne in sostanza accettato dagli esponenti di altre città come Perugia, Siena e Firenze.
Esso prevedeva i seguenti punti:

“il popolo romano rivendica la potestà che un tempo aveva su tutto il mondo; Roma e tutte le città d’Italia sono dichiarate libere; tutti i popoli d’Italia sono dichiarati cittadini di Roma; l’elezione dell’imperatore viene rivendicata a tutti i cittadini italici perché cives di Roma anch’essi. Roma doveva comportarsi con le altre città solo come una prima inter pares”!

Pelagio Palagi 1829 – Cola di Rienzo che spiega le antiche epigrafi ai romani –

Il vicario papale di Orvieto rifiutò il proclama e iniziò a trescare coi patrizi e a ostacolare ogni decreto del governo romano. al che Cola reagì prontamente incarcerando i rappresentanti delle famiglie che avevano di nuovo tramato contro la città; sembrava avesse intenzione di metterli a morte, ma poi li liberò, nella speranza che il suo gesto fosse inteso come una forma di riconciliazione.

Papa Clemente VI temendo il formarsi di un blocco tra baroni e popolari a suo danno, condannò Cola come ribelle ed eretico, imponendogli la restituzione, al cardinale Bertrand de Deux, del governo sui territori della Chiesa. In caso contrario tutta la città sarebbe stata sotto interdizione papale, col divieto di fare cerimonie religiose, inoltre l’attacco militare sarebbe stato immediato. 

Poiché il tribuno non cedeva al diktat papale, si venne alle armi:
le famiglie Colonna e Orsini coi loro eserciti si misero subito dalla parte del papato ma furono sconfitte a Porta San Lorenzo. Cola però non poteva approfittare della situazione e alla fine del 1347 preferì lasciare la carica e la città e ciò consentì di far entrare nel Consiglio ben 39 membri indicati dal cardinale.
Cola fu costretto a fuggire da Roma e subito i nuovi governanti revocarono tutti i provvedimenti da lui emanati.

Dopo varie peripezie Cola fu preso e rinchiuso in Castel Sant’Angelo, ma proprio nel 1348 scoppiò un’epidemia di peste, che fece strage in tutta Italia: Cola sfuggì al contagio e poco dopo evase per rifugiarsi in Abruzzo.
Poi si recò, nel 1350, presso l’imperatore Carlo IV a Praga, pregandolo di recarsi a Roma per mettere ordine nella penisola, ma Carlo, pur colpito dalle idee nuove di Cola, comprendendo come il Papato gli fosse ferocemente contrario, ben sapendo che senza il consenso del pontefice non avrebbe potuto governare, lo fece arrestare e lo spedì ad Avignone.

Trionfo della morte (1446). Già a Palazzo Sclafani, affresco staccato e conservato presso la galleria regionale di Palazzo Abbatellis, Palermo.

La fortuna gli arrise ancora una volta: morto Clemente VI che voleva eliminarlo, il suo successore Innocenzo VI, vedendo che a Roma i nobili volevano esautorare il potere pontificio, fece rimettere Cola in libertà, riconoscendo che non era eretico, e lo rimandò a Roma con il cardinale Egidio Albornoz suo legato.
Nel frattempo a Roma i popolari erano insorti di nuovo e, mentre Cola e il cardinale erano già arrivati presso Viterbo, li raggiunse una delegazione che chiedeva a Cola di tornare a fare il tribuno.
Cola purtroppo dopo tanti anni di carcere e di malattia aveva da un po’ iniziato ad attaccarsi alla bottiglia, proprio lui che aveva punito gli ubriaconi. 

L’Albornoz acconsentì, ma senza dargli veri mezzi per difendersi.
Tuttavia Cola riuscì lo stesso a rientrare in città, quando però si rese conto di essere lì solo in rappresentanza del papato, del quale era stato nominato senatore, evitò stavolta con cura di parlare della repubblica romana e delle aspirazioni “italiche”.

In seguito egli cercò di mettere assedio a Palestrina, feudo dei Colonna, con le truppe di Fra’ Moriale, ricchissimo mercenario, che faceva il doppio gioco per comandare a Roma con i baroni, perciò Cola lo fece processare e giustiziare per tutti i crimini con cui aveva insanguinato la penisola e col suo patrimonio pagò i soldati.
La sua popolarità crollò di colpo quando, per arruolare nuove truppe più affidabili, fu costretto a imporre nuove tasse su parecchi beni.
Gli stessi vertici delle truppe, sobillati dai nobili, cominciarono a ribellarsi, non avendo ottenuto, nei tempi previsti, quanto loro promesso. 

Cola aveva sempre ritenuto che il popolino fosse troppo facilmente manipolabile e anche stavolta non si sbagliò; alla fine inviso a tutti, si ritrovò senza l’aiuto di nessuno.
Quando nel 1354 il Campidoglio fu ripreso dai baroni questi gli aizzarono facilmente contro la plebaglia che ormai lo considerava un traditore crudele ed esoso.

Non avendo forze sufficienti per resistere tentò di fuggire, ma, dopo la cattura e l’uccisione con una pugnalata al ventre, fu esposto per 3 giorni al pubblico ludibrio, venne fatto a pezzi. poi bruciato e le sue ceneri furono sparse nel Tevere.

La morte di Cola di Rienzo

Molte cronache “pilotate” ci hanno disegnato Cola come un folle, un lussurioso o addirittura un beone megalomane, provocandone una specie di “damnatio memoriae” che solo il recupero risorgimentale, anch’esso funzionale però alla strumentalizzazione del “prototipo dell’eroe italiano”, ce lo ha parzialmente restituito.
Era ovvio che gli artisti romantici non faticassero a scorgere in Cola la prefigurazione degli eroi del loro tempo, da Napoleone a Bolivar fino a Garibaldi, al punto che il Comune di Roma a inizio Novecento gli intitolò la via principale del quartiere Prati;
intanto già artisti come Byron e Wagner si erano cimentati con la sua storia, e persino Engels si ispirò a lui per un dramma giovanile.

Via Cola di Rienzo a Roma. Cartolina del 1910

Cola di Rienzo fu probabilmente un “grande sognatore” che voleva trasformare i rapporti tra papato, impero e quel popolo che per lui restava il vero sovrano; molti intellettuali a lui contemporanei lo guardarono con speranza ma anche con scetticismo, ben sapendo che a Cola mancavano i mezzi economici e militari per realizzare le sue utopie.
Comunque era quello anche il periodo nel quale per l’Europa andavano formandosi gli Stati nazionali come Francia, Spagna e Inghilterra, e con ogni probabilità Cola sperava accadesse la stessa cosa nella regione italica, come risulta da alcune sue lettere, parte delle quali scambiate col Petrarca.
Purtroppo si era fidato del Papato che voleva, e avrebbe sempre voluto, un’Italia frammentata e che, assieme ai potenti di allora, pensò di coprire di fango la memoria di Cola di Rienzo.

Il busto di Cola di Rienzo al Pincio a Roma

Forse c’è del vero nel pensiero di Mao Tse Tung che afferma:

“è il popolo che fa sempre la storia, ma poi sono i potenti che la raccontano”.

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.


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