Io mi ricordo. 1942

Una rivista giovane come la nostra, nel suo primo anno di vita ha avuto il privilegio di avvalersi spesso del contributo di un collaboratore di oltre novant’anni, Lambo Vla. In apparenza disincantato, ironico, pronto sempre a cogliere il lato umoristico della vita e delle situazioni, Lambo Vla ci ha regalato piccole perle di storia, la sua storia vissuta, specchio della Storia grande, di quella che è sempre bene ricordare in tutti i suoi aspetti. Nel momento triste in cui apprendiamo della sua scomparsa, si fa già acuto il rimpianto per la preziosa collaborazione che necessariamente termina ora. Vogliamo ricordarlo oggi con un suo scritto, intriso come sempre della sua vivacità. Grazie di tutto Lambo, LCA non ti dimenticherà.

Tutti nel quartiere Prati a Roma mi chiamavano Lambo,

diminutivo del mio doppio nome Lamberto Vladimiro, classe 1925.
Dall’alto dei miei novantatré anni continuo a scrivere queste righe affinchè momenti della vita quotidiana mia, e più in generale, dell’Italia di quei tempi, non siano dimenticati.
Così che i più giovani possano avere la possibilità di apprenderli, magari di sentirli raccontare per la prima volta.

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Emigrare lontano dai rumori della guerra e parzialmente anche dalla fame, arrivando a Magliano Romano, fu indubbiamente una scelta magnifica.
Si era sempre chiamato Magliano Pecorareccio per motivi che è superfluo spiegare, ma nel 1911 fu ribattezzato Magliano Romano.

Una cartolina di Magliano Romano

La vita bucolica che si viveva in questo paese era molto differente dalla vita affannosa che si viveva a Roma: qui si tornava indietro di tanti anni.

A Magliano ho trascorso momenti molto intensi della mia infanzia.

La famiglia di mia madre Iside, i Fioravanti, era molto nota in un paese vicino: Campagnano.

Mia madre Iside Fioravanti con in braccio mia sorella Silvana, la primogenita

Nella sua piazza principale c’era infatti un palazzo che si chiamava “Palazzo Fioravanti”, ma non so se oggi esista e se si chiami ancora così.
Successivamente mio nonno materno, Silvio, si spostò a Magliano, una frazione di Campagnano che contava circa 1200 abitanti, e costruì la grande casa dove spesso mi trovai a vivere le vacanze durante la mia infanzia e dove finii per ritrovarmi anche nel periodo della guerra.

Questo sono io nel 1945 con la divisa del “Gruppo di Combattimento Cremona” durante la guerra contro i nazi-fascisti

Un tempo la cucina era grande, ma così grande che potevo andarci con la bicicletta, girando intorno al lunghissimo tavolo e facendo lo slalom fra le sedie e la grande madia.

Mio padre Alberto fece fare dei lavori: dalla grande cucina ricavò due stanze da letto, una cucina di dimensioni normali e un piccolo gabinetto.

Mio padre Alberto in una foto giovanile

C’erano solamente tre gruppi familiari a Magliano che avevano un bagno, nientemeno che un bagno!
Una di queste famiglie era la nostra.

Vi stupirete forse di questa mia affermazione perché ora averlo è una cosa normale ma a quel tempo averne uno, collegato con una “fossa”, aveva molti vantaggi. C’era una tazza simile a quelle di adesso e un piccolo lavandino con l’acqua corrente.
Non scendo nei particolari spiegandovi dove finissero i liquami prodotti. Potete benissimo immaginarlo: da qualche parte finivano.

A Roma molte case avevano il bagno, qui a Magliano no.

Era una cosa da ricchi che nessuno poteva permettersi.

Antica e rara cartolina di Magliano Romano con la via che portava al Duomo scattata e realizzata da mio padre Alberto, ora in vendita su ebay ad un prezzo molto alto

Mio padre non era ricco, proveniva da una famiglia di piccoli imprenditori: suo padre Antonio aveva costruito molte delle case di Campagnano e lì era soprannominato da tutti “Toto l’aquilano” per via delle sue origini abruzzesi.
Circolava anche la voce che le case da lui costruite non fossero poi così stabili, ma era solo una voce.

Mio padre Alberto era estremamente curioso, molto vivace (anche troppo, poi vi racconterò…).
Sapeva fare un po’ di tutto, era fotografo, bancario ma anche musicista: sapeva suonare tantissimi strumenti, dalla tromba alla fisarmonica, dal mandolino alle nacchere.

Ma soprattutto una cosa c’era che sapeva fare meglio di ogni altra persona al mondo:

spendere soldi!

Sì, quella era la cosa che gli riusciva meglio in assoluto.

“Se tua madre ti chiede quanto ho pagato questa tromba, dille che erano trenta lire! Mi raccomando”, mi disse la volta che tornò con una cornetta sgangherata, comprata chissà dove.

Ritornando a Magliano, nelle altre case i servizi igienici funzionavano così: si faceva la pipì nell’orinatoio, che era una specie di secchio, poi la si svuotava in un grosso barattolo che, per forza di cose, era appeso fuori dalla finestra.
Già dalle prime volte che capitai a Magliano Romano, imparai una cosa molto, ma molto  importante:

MAI PASSARE RADENTI AI MURI DELLE CASE!

La prima volta che mi capitò di essere quasi investito da una cascata di urina stantia, imparai la lezione.

Per quanto riguarda invece le cose solide…
Si facevano in un secchio che poi bisognava svuotare e si portava alla fogna che era situata appena fuori dal paese.
Ricordo ancora le file di donne con il loro fardello maleodorante.

Le donne anziane andavano per il paese con fazzoletti sulla testa e gonne lunghissime e larghissime.
A volte si fermavano di botto mentre camminavano, allargavano le gambe e rimanevano ferme.
Si vedeva un rivolo scendere sulla strada, prima lentamente poi veloce, e finire fra gli interstizi delle pietre.

Le prime volte non capivo bene, ma un giorno Michele, un mio amichetto, mi vide perplesso.
Mi dette allora una gomitata e disse:

“La vecchia s’è pisciata pure l’anima!”

“Ma non si è bagnata le mutande facendo così?” gli dissi.

“Le vecchie qui non sanno neanche cosa sono le mutande, Lambo”.

Capii tutto: le mutande erano considerate poco “convenienti” dagli anziani, roba da persone di malaffare, erano diventate di uso comune solo agli inizi del secolo, ma nei piccoli paesini ancora erano una cosa “tabù”.
Non c’erano molte case in paese, ma c’era una grande piazza e pochi alberi.
Il paesaggio era un po’ brullo, tanto è vero che molti film furono girati proprio lì. Immagino il regista col megafono, a impartire disposizioni all’ombra dell’unico albero a disposizione.

La nostra giornata, dopo il trasferimento in paese a causa della guerra, iniziava con l’invio di mio fratello Antonio, di sei anni più piccolo di me, alla capanna dei pastori vicino al paese per comprare la ricotta per la colazione.

Mio fratello Antonio in una foto dell’immediato dopoguerra durante il servizio militare

Quando si entrava nella capanna i pastori erano intenti a produrre  ricotte e formaggi, immersi in una impenetrabile cortina di fumo generata dalle grandi pentole di rame sulle pire di fuoco.
Ti invitavano a sedere in terra, al di sotto della nube così da poterci vedere qualcosa e da non essere soffocato.
Erano soliti offrire a tutti un po’ di pane con ricotta e siero, secondo una antica usanza.

Questa è proprio la capanna dei pastori di Magliano Romano su una antica e rara cartolina, appese si vedono le budella di agnello contenenti il caglio

Quando tornava a casa Antonio veniva puntualmente rimproverato perché ci aveva messo troppo tempo, mentre noi eravamo tutti lì affamati ad aspettarlo.

Malgrado a Magliano fosse più facile il reperimento di vettovaglie, spesso si prevedeva che il menù del giorno sarebbe stato piuttosto scarso e allora su invito di mia madre che diceva:
“Lambè oggi c’è poco da mangiare”,
imbracciavo il mio fucile ad aria compressa. Era un’arma di fabbricazione inglese, simile a quelle che si usavano nei Luna Park, ma molto più bella e potente.
Con quello mi recavo di fronte al “castello” dove sostavano abitualmente diverse persone e sul tetto si appollaiavano numerosi volatili.
Sotto lo sguardo divertito dei paesani, tiravo con estrema precisione ai piccioni con appositi piccoli piombini.

Il “Castello”, sulla destra si intravedono le scale che portavano alla nostra casa

La mia abilità nella mira sarebbe stata premiata successivamente in guerra dagli istruttori inglesi e poi dal Tiro a Segno Nazionale.

Una volta colpiti, i piccioni naturalmente venivano raccolti da mio fratello, a mo’ di cane da riporto, perchè a me faceva un po’ schifo toccarli.
Spettava a lui quindi portarli a casa.

A proposito della mia abilità, è rimasta impressa negli annali della storia familiare quella volta che colpii due piccioni affiancati con un solo piombino.
Sia il primo, trapassato e morto, che l’altro, il moribondo, vennero raccolti come al solito da mio fratello Antonio e consegnati alla mamma per i successivi “interventi”.

Mia madre e mio padre appena sposati

Tra le numerose deleghe che aveva, il mio fratellino Antonio era incaricato a reperire la “bracia” per avviare i fornelli di casa, aggiungendo altro carbone e usando l’apposita ventola. Il gas naturalmente non c’era.
Il ritornello abituale di tutti i paesani a turno era:

“commà hai un po’ di bracia?”

La cosa si sarà ripetuta per secoli e probabilmente l’origine del rito risaliva al tempo delle vestali.

Usare il camino era naturalmente più semplice, veniva utilizzato soprattutto per scaldare l’acqua in un grosso paiolo.
Era così possibile disporre di acqua calda indispensabile per tutti gli usi, qualche volta addirittura per lavarsi, lo facevano soprattutto i ragazzi prima della visita medica militare e, forse, anche in occasione del matrimonio.

Otre all’uso venatorio usavo il fucile anche per divertimento, così una volta, mentre eravamo nella piazza centrale, ebbi l’idea di inserirvi dentro, invece del solito piombino, un pezzetto di patata.

La piazza principale in una foto recente

Come obiettivo puntai naturalmente mio fratello.

PAM!

Si mise ad urlare: “Mi hai ferito, mi hai ferito!”.
Non ci credevo: per finirlo ricaricai quindi il fucile con un altro pezzo di patata.

“Mi hai ferito, mi hai ferito, guarda!”, piagnucolava il fellone.

Mi avvicinai ricaricando il fucile: sca clack, ma vidi che dalla coscia usciva veramente del sangue.

Decisi di graziarlo.

Non era la prima volta, a dire il vero: anche anni prima Antonio era stato il mio bersaglio.
Dodicenne, condividevo con mio padre un grande amore per le armi.

Mi divertivo a smontare e rimontare il suo fucile da caccia e una pistola automatica Browning 7,65 a sei colpi.

Mio padre, molto intelligentemente, aveva messo un colpo in canna in maniera di poter disporre di sette colpi anzichè di sei, e conservava la pistola in un cassetto a portata di mano per eventuali necessità (in genere spari di fine anno!).

Eravamo soli io, mia sorella e mio fratello, nella casa di Roma a Piazza Strozzi.

Presi la pistola dal cassetto e con molta professionalità tolsi dal caricatore le sei pallottole.

Le contai meticolosamente e reinserii il caricatore che, privo delle pallottole, non avrebbe potuto sparare.

Non sapevo del colpo in canna e impugnata la pistola la puntai contro mio fratello ingiungendogli:

“Arrenditi o ti sparo!”.

Antonio, a tre metri di distanza, si gettò immediatamente in terra dicendo:
“Mi hai colpito!!”

Un frastuono assordante fra le mura della casa,

un forte odore acre, le orecchie che fischiavano fortemente e mio fratello che piagnucolando diceva:

“Mi hai colpito bastardo!”

Saggiamente risposi:

“Se ti avessi colpito a quest’ora saresti morto e non parleresti”.

La pallottola forò la credenza che era alle spalle di mio fratello e si incastrò fra i piatti del “servizio buono”,
senza romperne nessuno.

Mia madre naturalmente gridò al miracolo.

Dieci giorni dopo partì per Pompei, ringraziò la Madonna e le fece dono di un piccolo monile d’oro.

Non seppi mai se il miracolo fu il fatto che mio fratello non venisse ucciso da me

oppure che il servizio di piatti “buono”

fosse rimasto illeso!

Io (a sinistra) e mio fratello Antonio sulla neve

Tutti nel quartiere Prati a Roma mi chiamavano Lambo, diminutivo del mio nome Lamberto, il Vlà invece deriva dal mio secondo nome: Vladimiro.
Sono nato nel 1925.
Dall’alto dei miei novantatré, quasi novantaquattro anni continuo a scrivere queste righe su questo interessantissimo blog “Latina Città Aperta”, affinché momenti della vita quotidiana mia, e più in generale, dell’Italia di quei tempi, non siano dimenticati o vadano perduti.
Così che i più giovani possano avere la possibilità di apprenderli, magari di sentirli raccontare per la prima volta.


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4 commenti su “Io mi ricordo. 1942

  1. La storia di Lambo è la storia di tante famiglie italiane e di un mondo che oggi non c’è più, ma che si corre il rischio di rivivere, come succede a chi non conosce o ignora la storia e la fa rivivere nei soliti cicli. La storia di chi sembra non conoscere il valore della famiglia, della solidarietà, del lavoro, della collaborazione e interazione sociale, della necessità di contribuire all’evoluzione e all’economia del nostro contesto e territorio, di chi non conosce e quindi non ama e non cura. Questa storia ci dovrebbe insegnare anche a difendere i nostri valori senza venderli o cederli… non per nulla il titolo è “io mi ricordo”

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