Pandemie

A me non mi acchiappano”.

Ci si immagina che questo dovrebbe essere il primo pensiero di un onesto manigoldo quando si sveglia al mattino, in qualunque parte del mondo.
Se invece diventa il punto di riferimento, la stella polare nell’agire (o non agire) di un funzionario pubblico, anche di livello elevato, allora abbiamo un problema.
Qualcuno in passato aveva già parlato di “burocrazia difensiva” ma qui si va oltre, si scade nel patologico.

È infatti allo studio una nuova sindrome, la “burocratite perniciosa”, che si va diffondendo in maniera crescente nei pubblici uffici, al punto che si inizia a parlare di pandemia. Le cause scatenanti possono essere varie, gli effetti evidenti: immobilismo e incapacità di affrontare i problemi organizzando le risorse in modo da raggiungere gli obiettivi.
Le persone affette da burocratite considerano sconveniente affrontare di petto le situazioni, impegnarsi nella programmazione delle attività necessarie alla realizzazione dei progetti attribuendo le opportune deleghe e le risorse necessarie, organizzare efficaci strumenti di controllo che consentano di affrontare per tempo eventuali difficoltà, prima che si arrivi al blocco e quindi al fallimento.

Se si impiegassero per la soluzione dei problemi metà delle energie spese nello scaricare le responsabilità, nel cercare capri espiatori o nell’inseguire fantomatici gomblotti, la situazione non sarebbe quella che purtroppo conosciamo.
L’approccio iperburocratico tende a trattare ogni differente aspetto o problematica in maniera (mediocremente) standard, evitando qualunque tipo di discrezionalità.

A titolo esemplificativo, riporto un possibile caso di scuola.
Un tale organismo pubblico ha fallito un importante obiettivo nell’anno precedente. Ha fatto il mea culpa, assicurando che, l’anno successivo, il problema non si sarebbe riproposto.
L’anno dopo ha delegato la soluzione a un nuovo funzionario senza esperienza specifica. Quando il fallimento si è ripetuto, invece di un dignitoso silenzio si è scelto di additare il nuovo funzionario quale unico responsabile della situazione, con l’attenuante che però era nuovo e inesperto; come se questa persona fosse piovuta giù dal cielo.
A chi ha obiettato indicando come carente la funzione di controllo è stato risposto che non si possono mica controllare tutti i procedimenti.

Ecco un sintomo di burocratite perniciosa: non riuscire a distinguere tra procedimenti ordinari e straordinari e, tra questi ultimi, individuare quelli prioritari da presidiare. L’introduzione di elementi di discrezionalità pone di fronte a scelte e le scelte si portano dietro le responsabilità. Per la persona colpita da burocratite è meglio evitare, allora, in ossequio al principio guida citato all’inizio.

Pensiamo al tema dei contenziosi e delle risorse che consumano.
Spesso ci sarebbero gli estremi per tentare di addivenire ad una transazione che da un lato riduca gli oneri per il debitore (in genere la parte pubblica) e dall’altro accorci sostanzialmente i tempi dell’incasso per il creditore.
Una soluzione con la quale entrambe le parti hanno da guadagnare. Ma chi si prende la briga, lato pubblico, di firmare un atto transattivo con quantificazioni frutto di negoziazione e quindi opinabili?
Meglio lasciare che la giustizia faccia il suo lungo corso e che i costi si manifestino dopo qualche anno, in genere quantomeno più che raddoppiati: nessuno avrà da ridire se il risarcimento viene stabilito da un giudice.

Che poi i giudici sembrano spesso considerare la Pubblica Amministrazione come “contraente forte”, per cui si prodigano a difendere l’altra parte con risultati che a volte hanno del paradossale.
Ad esempio, la valutazione di un bene (diciamo un terreno) sarà molto bassa se si tratta di calcolarci sopra un tributo (tipo IMU), ma diventerà elevatissima se quello stesso bene viene espropriato.
Misteri della giustizia.

Un altro aspetto in cui si palesa la perniciosa è l’ossessione per regole, procedure e controlli formali.
Perché le carte devono stare a posto, anche se l’immobilismo regna sovrano e di procedimenti se ne vedono in realtà assai pochi.
Se si impiegano molte risorse a presidiare questi aspetti e si lasciano sguarniti gli uffici dedicati alla realizzazione dei progetti, appare evidente che si è fatta una scelta specifica.
Alcuni studiosi di recente hanno utilizzato un termine evocativo, riferendosi a questo tipo di approccio: burocrazia paracula, in quanto destinata prioritariamente a salvaguardare le terga di qualcuno. Così i controllati, che devono anche impiegare tempo e risorse per seguire tutte queste procedure formali, avranno una scusa in più per evitare di portare avanti i progetti. Lo stesso tipo di risultato che ottenevano gli scioperi bianchi, quando l’applicazione pedissequa di regolamenti ridondanti portava alla paralisi dei servizi (in genere trasporti).

Un burocrate in un tipico atteggiamento di difesa dietro una barriera di carte

Se poi, di fronte alla carenza di risultati raggiunti, si argomenta sottolineando l’impegno e le risorse impiegate prioritariamente per affermare i principi di legalità e l’ossequio alle procedure anticorruzione, in realtà si corre il rischio di produrre due gravi effetti indesiderati.
Il primo è quello di additare la propria macchina amministrativa come potenzialmente truffaldina, per cui o si sta con gli occhi molto ben aperti, o il malaffare prende il sopravvento; con evidenti ripercussioni sul principio di leale collaborazione: piuttosto che firmare un provvedimento, si invocheranno tunnel carpali, gomiti del tennista, polsi dell’amanuense, fino all’insano gesto di staccarsi la mano a morsi.
Il secondo è che non c’è modo di conciliare legalità e soluzione dei problemi. Che poi è il principio base sul quale pare fondarsi il recente Decreto Sblocca-cantieri: tana libera tutti, accettiamo pure qualche rischio di ruberie se non di infiltrazioni mafiose, purché si proceda.

Un pessimo servizio al principio di legalità, causato ancora una volta dalla ricerca di scuse per gestioni che invece potrebbero essere certamente più efficaci ed efficienti, nel rispetto delle leggi. Se si opera nel solo interesse della comunità, senza tentazioni di vantaggi personali e senza favorire sodali di alcun tipo, non si vede perché si debba vivere con l’ossessione di essere acchiappati.
Ecco un tema prioritario per la politica con la P maiuscola:
trovare una cura per la burocratite perniciosa e, con riforme mirate alla semplificazione degli adempimenti ma senza alcun cedimento sul fronte della legalità, arrivare infine a inventare un vaccino per questa piaga che sta mettendo in ginocchio il Belpaese.

Tanto il vostro Erasmo dal Kurdistan vi doveva, senza nulla a pretendere.

Erasmo dal Kurdistan è persona mutevole, con una spiccata tendenza alla tuttologia.
Vorrebbe affrontare la vita con leggerezza e ironia, ma raramente riesce a mantener fede a un impegno così arduo.
Scioccamente convinto di avere qualche dote letteraria (molto) nascosta, si prodiga nel vano tentativo di esternarla, con evidente scarsa fortuna.
Maniaco dell’editing e dell’interpunzione, segue un insano culto del punto e virgola (per tacere delle parentesi e delle amate virgole).
Tenta di tenere a bada una innata tendenza didascalica e quasi pedagogica pigiando sul pedale della satira di costume, ottenendo di comico solo il suo pio tentativo.
Il più delle volte si limita ad imbastire dimenticabili pipponi infarciti di luoghi comuni.


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