Cervellenstein e lo scontro di culture

La penombra che accarezzava lo studio del Professor Cervellenstein, il noto Psicologo, era così discreta da indurre talora chi giaceva sul suo lettino di analista a dimenticare i morsi viperini delle sue molle, e a lasciarsi andare.
A volte anche troppo: capitava infatti che il racconto di un paziente fin troppo a suo agio, si facesse gradatamente più stentato, che la voce piano piano si affievolisse e che aumentassero i tempi delle pause, fino a farle scivolare in un quieto russare.

Il professor Cervellenstein
Il professor Cervellenstein

Il Professore non sempre si dava da fare per svegliare subito il paziente, e approfittando anche lui della suggestione di quel filino di luce, si abbandonava talvolta a pensieri vaganti o a ricordi vecchi o nuovissimi. 
Quel pomeriggio d’autunno era toccato a Omar Tressette di assopirsi, ed era ben strano che questo fosse capitato ad un soggetto così invasato, in perenne erezione cerebrale, costantemente teso a cercare cose che lo esasperassero.

Omar Tressette
Omar Tressette

Contro ogni possibile previsione, invece, l’ometto stizzoso per eccellenza, cinque minuti dopo essersi steso sul lettino del Prof. Cervellenstein, giusto il tempo di schivare una o due azzannate delle molle, si era lasciato andare, sedato dalle ombre scure e morbide della stanza.
Solo le adenoidi gli crepitavano nervose, sottolineando ritmicamente ogni suo respiro.
Lo psicologo, pur avvezzo a stranezze di ogni tipo, non aveva mancato di stupirsi per quel crollo: davvero non era roba da Omar Tressette!
Ma forse, pensò, l’episodio di due sere prima aveva fiaccato il re degli intolleranti: organizzare il fragoroso sabotaggio di un grande concerto da stadio comportava, perfino per uno come Tressette, troppo dispendio nervoso.
Strano, a pensarci, anche che Omar fosse ancora a piede libero, si disse il Professore: il botto era stato assordante stavolta, se si doveva dar retta a quello che aveva scritto il quotidiano locale:

A quanto risultava, Tressette era riuscito a non comparire, a rimanere nell’ombra, ma Cervellenstein sapeva bene che dietro quello scompiglio c’era senz’altro lui: da sempre detestava Antonacci e non ne faceva certo mistero.
Diceva spesso, anzi, che se avesse dovuto scegliere per forza cosa ascoltare, tra il rumore di un sifone ingorgato ed il timbro di voce del Biagio nazionale, avrebbe scelto senza esitazione il canto del sifone.
Quell’omino non sopportava Antonacci, questo era il punto, e il Professore ben sapeva quali potevano essere gli sbocchi pratici delle sue idiosincrasie: quell’impresa fantasmagorica, di cui tutti in quelle ore chiacchieravano, portava la sua firma, lo Psicologo ne era sicuro.

Un’intensa espressione di Biagio Antonacci

Ma in qualche modo Tressette l’aveva fatta franca, o almeno era riuscito a farla franca fino ad allora.

Se il salto in alto da seduto fosse stata una disciplina olimpica riconosciuta, l’articolo che Cervellenstein aveva letto quel mattino, gli sarebbe valso la medaglia d’oro: il balzo che spiccò fu infatti notevolissimo.
Tarallo nel suo pezzo aveva riferito che i monaci, dopo la loro inaspettatissima comparsa sul palco, a tonsille spiegate si erano dedicati, anima e corpo, ad un programma musicalmente molto complesso, composto da litanie religiose cantate all’unisono con slancio un po’ sgangherato.
Erano tutti monaci buddisti tibetani, un coro di voci uniche, accompagnate di solito da balli e maschere tipiche della tradizione monastica della loro terra.

Si appurò in seguito che provenivano dal monastero di Thashi Lhumpo, uno dei maggiori centri accademici del Tibet, che era anche la sede del Pachen Lama, il secondo leader spirituale dopo il Dalai Lama.
Si erano come materializzati dal nulla, di colpo e tutti insieme, sul grande palco, mentre Biagio Antonacci stava cantando “Sognami”, la canzone che, ad onta del titolo, costituiva un vero e proprio incubo per Omar Tressette.

Venti vesti arancioni e rosse, mille fruscii, venti teste pelate, diversi strumentini dal suono cristallino e venti sorrisi, innocenti ed indelebili, stampati su volti dall’irritante serenità.
Incuranti del fatto che il cantante stesse spolmonandosi a cantare, attaccarono subito uno dei loro più celebri brani: “Immacolato è il giglio e puro il loto: Xi Jimping molto meno”.
Gli strumentisti di Antonacci, piuttosto provati dal repertorio che erano costretti ad eseguire, accolsero entusiasticamente quel diversivo e smisero quasi all’unisono, di suonare.
Ascoltarono attenti.
Solo il batterista si adeguò alla situazione, cercando subito di dare ritmo al coro dei tibetani, i cui sorrisi, sentendo quel bel picchiare, si allargarono ancor di più.

La folla in parte fischiava, sdegnata dall’interruzione, in parte si spanciava dalle risate, ed una ventina di spettatori si mise in posizione meditativa, cantilenando nenie noiosissime.
Per circa quindici minuti la confusione regnò sovrana.
Antonacci, scioccato ed impermalito, si era attaccato al cellulare e sbraitava qualcosa, concitato, gesticolando nervosamente.
Finalmente erano intervenuti i carabinieri, ma avevano faticato parecchio per convincere i monaci a seguirli: quelli non capivano una parola e continuavano a cantare e a sorridere felici.

Cervellenstein, si distolse per un momento da quei freschi ricordi e diede un’occhiata a Tressette.
L’ometto dormiva, smaniando un po’: chissà quanto gli era costato organizzare una finta tournee del Coro dei monaci di Thashi Lhumpo! Una fortuna probabilmente. Bah! Ce ne voleva di coraggio professionale per curare uno come Omar…
Riprese a rimurginare sul resoconto di quel fatto insolito, stilato da Tarallo, che si era basato sulle tantissime testimonianze dirette.
Cantando e suonando i monaci, scortati dagli uomini dell’Arma benemerita, camminarono in fila indiana sotto lo guardo di parecchi curiosi, arrivando infine al Comando dei Carabinieri.
Dopo qualche minuto era piombato sul posto anche Antonacci, travestito da Biagio Antonacci per farsi riconoscere dai fans.
Si muoveva come uno colpito dalla scossa elettrica e non smetteva un solo istante di parlare al suo manager, arrivato a tempo di record da chissa dove, materializzatosi di botto proprio come i monaci sul palco o come il Capitano Kirk dell’Enterprise col teletrasporto.

I tibetani furono sistemati provvisoriamente in uno stanzone, in attesa di essere chiamati uno per uno a rispondere dell’accusa di Interruzione di Pubblico Evento Culturale, regolarmente approvato, e di schiamazzi notturni.
Dell’interrogatorio si occupò il Maresciallo Carmine Quagliariello, incontrando subito notevoli difficoltà.
“Maronn! Che schifezz’ ‘e lavoro!”. Il povero cristo sudava come una fontana.

Il Maresciallo Carmine Quagliariello

I monaci infatti non conoscevano altro che il dialetto tibetano di Thashi Lhumpo, e a nulla valsero i tentativi del Maresciallo di approcciarli con un esitante inglese di base:

“Uot is yor neim? De pen is on the teibol. Is dis pen on de teibol?”.

Dopo mezz’ora di tentativi sterili, altri graduati e impiegati civili si erano provati a stabilire un contatto verbale con i religiosi, usando ogni dialetto o gergo di loro conoscenza, ricevendo come risposta solo serratissimi discorsi tenuti in una lingua velocissima e  ultraesotica.
E dei grandi sorrisi.
Nulla da fare: non funzionò nemmeno il volonteroso, ma troppo sperimentale metodo in sardo dell’Appuntato Efisio Puddu da Santu Lussurgiu: l’unica novità fu che i sorrisi si volsero in risatine divertite e questa fu l’unica reazione dei tibetani. 

La Stazione cittadina della Benemerita si era frattanto riempita di aspiranti testimoni, una vera folla di centinaia di persone, desiderose di ritagliarsi una parte in quell’evento memorabile.
La band di Antonacci, approfittando di quel macello, era riuscita invece a dileguarsi dalla sede dei carabinieri: i musicisti, planati nella birreria “Il Dolce Etil Novo”, avevano più volte brindato alla salute dei tibetani, e così per tutta la notte, fino a raggiungere, più o meno al mattino, l’Assoluto che era in loro, roba che fino a quel momento della loro vita, era stata del tutto irreperibile.

La band di Biagio Antonacci alla birreria “Il Dolce Etil Novo”

I militi presenti quella sera nei locali del comando, nel frattempo tentavano vanamente di mantenere un minimo di ordine in quel bailamme spaventoso, di riprendere il controllo della situazione.

Qualcuno, strillando più che poteva al telefono, tentava di contattare il Ministero dell’Interno per ottenere almeno un interprete. Nessuno sembrava capire.

Al culmine della confusione, i monaci tibetani, visibilmente compiaciuti della presenza di tutta quella gente, l’avevano considerata un pubblico, e avevano avuto la bella idea di concedere un bis.
Alzatisi tutti in piedi, avevano intonato forte il canto “ Bstan Tenzin lo sciocco, va dall’ortolano a far benzin”.
Cantavano e suonavano a voci spiegate, felici, quasi in estasi.

Due monaci tibetani in un momento del concerto presso la Stazione dei Carabinieri

Ogni cosa era sovrastata dal caos. Ci vollero parecchie ore per venire a capo di quel groviglio di cose e suoni.
Antonacci, ormai imbestialito, uscì come una furia dalla stazione dell’Arma gorgheggiando nervoso e promettendo un bombardamento di denunce per tutti, Buddha compreso.
Il Ministero dell’interno, per non avere grane col Governo Cinese, invece di spedire un interprete, organizzò il rimpatrio coatto del Coro di Thashi Lhumpo: nel corso dei vari trasferimenti i monaci continuarono ininterrottamente a cantare e a sorridere, fin oltre la scaletta dell’aereo che li riportava in Tibet, e poi anche a bordo.
Qui finiva il resoconto di Tarallo.
Ma Cervellenstein, che aveva pazienti devoti ovunque, era in ogni caso venuto a conoscenza dell’epilogo.
Hostess e piloti dell’aereo canterino, al ritorno da Lhasa si misero in malattia.

Nessuno, né tanto meno alcuna autorità, si preoccupò più di trovare una spiegazione plausibile a quel fatto misterioso, o di rintracciarne qualche responsabile.
Biagio Antonacci stracciò e divorò a morsi la sua copia del “Bodhisattva per cantautori che vogliono far scena”, e dopo tre giorni trascorsi alla Clinica Otorinolaringoiatrica “Sandro Ciotti”, riprese in qualche modo la sua tournee.
Tolse però dalla scaletta dei concerti la canzone “Sognami”, che solo a pensarla gli provocava sudori freddi e dissenteria a oceani.
Il professore sogghignò: anche lui pensava che Antonacci fosse insipido come il polistirolo.
Omar Tressette si svegliò proprio allora, stiracchiandosi sul lettino dello studio.
Trovandosi di fronte allo sguardo aggrottato ed interrogativo dello Psicologo, l’ometto improvvisò un sorriso strano: era un sorriso grande ed innocente. 

Perfino lui, l’uomo esasperato per eccellenza, per un istante sembrò quasi un monaco tibetano.  

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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