Una riflessione sull’antigiudaismo arabo

                         

Lo scorso 26 giugno, Sarah Idan, Miss Iraq, bandita dal suo paese d’origine per aver fatto una foto con una modella israeliana, ha pronunciato un vigoroso discorso contro i pregiudizi antigiudaici del mondo arabo durante un incontro al Consiglio dei diritti umani alle Nazioni Unite (UNHRC) nella sede di Ginevra.
La Idan ha anche accusato i media del suo paese di manipolare la realtà per scopi propagandistici e diffamatori nei confronti degli ebrei.

Sarah Idan

Strano, perché uno degli argomenti principali della propaganda antiebraica vorrebbe che gli arabi, e in genere i musulmani, non siano mai stati ostili agli ebrei e all’ebraismo, ma solo al sionismo ed allo Stato Israeliano. 

Vien detto che gli arabi hanno trattato le minoranze ebraiche in modo di gran lunga migliore dei cristiani europei e che gli arabi e gli ebrei hanno convissuto armoniosamente per secoli prima dell’avvento del movimento sionista.
Come affermò Fayez A. Sayegh, rappresentante del Kuwait in un dibattito all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo nel novembre del 1975:

noi nel mondo arabo abbiamo sempre offerto ospitalità agli ebrei che fuggivano dalle persecuzioni in Europa quando l’antisemitismo europeo li spingeva nelle nostre braccia… è stato soltanto quando è arrivato il sionismo che, nonostante la nostra ospitalità verso gli ebrei, siamo diventanti ostili al sionismo”.

Fayez A. Sayegh

Da poco è uscito un libro di Paolo Mieli che in un capitolo affronta questa situazione spesso dimenticata, più o meno volutamente, dagli storici e si riallaccia a quanto accaduto a un autore francese, che per aver disquisito sull’argomento, è stato accusato in pratica di incitamento all’odio razziale. Si parla di Georges Bensoussan.

Georges Bensoussan

La rappresentazione idilliaca della propaganda però è palese in contrasto con la documentazione storica.
È certamente vero che la persecuzione degli ebrei nel mondo arabo non ha mai raggiunto lo stesso acme dell’Europa cristiana, ma ciò non ha protetto le comunità ebraiche del mondo arabo da secoli di inferiorità istituzionalizzata, da restrizioni sociali umilianti e dalla rapacità dei funzionari e della popolazione in generale. 

Nella stessa Palestina pre-sionista, i contadini arabi, durante la rivolta del 1830 contro la coscrizione obbligatoria imposta dalle autorità egiziane, colsero l’occasione per assalire le comunità ebraiche di Gerusalemme e Safed, e, a loro volta, i militari intervenuti per sedare l’insurrezione uccisero molti ebrei di Hebron.

Sotto l’occupazione tedesca della Tunisia, dal novembre 1942 al maggio 1943, alcune case di ebrei furono saccheggiate e alcune donne ebree furono stuprate da musulmani. 
“In generale gli autori di queste violenze furono incoraggiati dai tedeschi”, ha scritto lo storico americano Norman Stillman anche se, “temendo disordini di maggiore ampiezza, il comando tedesco intervenne per mettere fine a quegli incidenti”. 

Panzer tedeschi avanzano in Tunisia nel 1942

Quegli incidenti, in ogni caso, furono frettolosamente ricondotti all’occupazione nazista. Ma lo stesso autore notò, non senza sorpresa che 

“i saccheggi di case ebraiche ad opera degli arabi furono più gravi dopo che i tedeschi si ritirarono dalla città”.

In sostanza, le violenze antiebraiche in Tunisia nel corso della Seconda guerra mondiale crebbero dopo il ritiro dei nazisti.
E quando arrivarono gli Alleati, Philip Jordan, corrispondente di guerra britannico, scrisse che “tutti gli ebrei della città avevano subito saccheggi dagli arabi e che erano state rubate persino porte e finestre”.

Nel 2015 Georges Bensoussan ha scritto un libro “Gli ebrei del mondo arabo. L’argomento proibito”, pubblicato da Giuntina nel 2018, nel quale analizzava le vessazioni a cui sono stati sottoposti gli israeliti in quell’area geografica, e da molto prima che esplodesse il conflitto tra Israele e i palestinesi.
Gli ebrei furono costretti ad abbandonare quelle terre in numero notevole: dovettero andare via novecentomila persone nel secondo dopoguerra, nell’arco di poco più di due decenni. 
Un esodo che, secondo Bensoussan, “mise fine ad una civiltà bimillenaria, anteriore all’Islam e all’arrivo dei conquistatori arabi”.
Circa la causa, scrive l’autore: “Più del sionismo e della nascita dello Stato di Israele sono stati l’emancipazione degli ebrei attraverso l’istruzione scolastica e l’incontro con l’Occidente dei Lumi a provocarne la scomparsa in quei Paesi dove il loro riscatto era un evento inconcepibile per l’immaginario di un mondo in cui la sottomissione dell’ebreo aveva finito per costituire una pietra angolare”.
Generalmente, continua Bensoussan, “si dice che le società ebraiche d’Oriente sarebbero declinate con il conflitto arabo-israeliano e che l’antigiudaismo arabo sarebbe una ricaduta del conflitto palestinese ma questa tesi è smentita da moltissimi testimoni occidentali riguardo agli anni 1890-1940, siano essi amministratori coloniali, militari, medici, giornalisti o viaggiatori. Tutti raccontavano della virulenza di un sentimento antiebraico, ad ogni evidenza variabile a seconda delle regioni e dei periodi, senza connessione alcuna con la questione palestinese”.

Georges Bensoussan

Nato in Marocco nel 1952, lo storico francese Georges Bensoussan è autore di molti studi sulla Shoah, l’antigiudaismo e il sionismo, tradotti anche in Italia; persona riservata, ha sempre scelto di stare in disparte e non ha mai amato il palcoscenico letterario.
Fino al 2015 non godeva di grande notorietà, nonostante avesse scritto diversi libri, avesse ricevuto importanti premi e fosse stato nominato direttore editoriale del Mémorial de la Shoah. 

Che cosa è allora che lo ha portato alla ribalta nel 2015 a 63 anni?
Nel corso di una trasmissione radiofonica su France2, espresse il seguente concetto: 

“Il sociologo algerino Smaïn Laacher, con grande coraggio, ha detto che nelle famiglie arabe in Francia — è risaputo, ma nessuno vuole dirlo — l’antisemitismo arriva con il latte materno”.

Smaïn Laacher

Era la citazione di un ragionamento altrui, anche se Bensoussan lo condivideva nel merito.
Comunque sarebbe passata inosservata se non fosse sceso in campo il “Movimento contro il razzismo e per l’amicizia tra i popoli”, accusando lo storico d’aver fatto sue “parole antiarabe e razziste” per di più in un servizio pubblico.
Il Movimento chiese alla radio nonché ai responsabili del Mémorial di prendere le distanze da Bensoussan, e lo trascinò per ben due volte in giudizio. 

Radio e Mémorial lo misero in quarantena prima della sentenza definitiva e pochi intellettuali solidarizzarono con Bensoussan: meritano di essere ricordati Pierre Nora, Alain Finkielkraut e, dall’Algeria, Boualem Sansal.
Dopodiché la sua vita fu praticamente distrutta finchè nel 2018 è arrivata la definitiva assoluzione, ma ormai sarebbe stato difficile per lui recuperare una po’ di serenità.
Tuttavia, con ostinazione, Bensoussan ha continuato a studiare le condizioni in cui gli ebrei vivevano nel mondo arabo quando lo Stato di Israele non era ancora neanche all’orizzonte. 

Mettendo in evidenza anche i pochi caratteri positivi di quella coabitazione con il mondo musulmano, da quell’approfondimento esce però un quadro agghiacciante.

All’inizio del XVI secolo, il frate francescano Francesco Suriano descriveva con queste cristianissime (sic!) parole la vita degli israeliti in Palestina:

 “Questi cani, gli ebrei, sono calpestati, picchiati e tormentati come meritano. Vivono in questo Paese in una condizione di sottomissione che le parole non sanno descrivere. È una cosa istruttiva vedere che a Gerusalemme Dio li punisce più che in ogni altra parte del mondo. Ho visto questo luogo per lungo tempo. Essi sono anche uno contro l’altro… mentre i musulmani li trattano come cani… Il più grande obbrobrio per un individuo è di essere trattato da ebreo”. 

“Ovunque, scriveva nel 1790 William Lemprière circa gli ebrei di Marrakech, sono trattati come esseri di una classe inferiore. In nessuna parte del mondo li si opprime come in Berberia… Malgrado tutti i servigi che gli ebrei rendono ai mori, essi sono trattati con più durezza di quanto farebbero con i loro animali”.
La stessa immagine che usò l’abate francese Léon Godard nel 1857, di ritorno da un viaggio: “Gli ebrei in Marocco sono considerati tra gli animali immondi… La tolleranza dei prìncipi musulmani consiste nel lasciare vivere gli ebrei come si lascia vivere un gregge di animali utili. Se un musulmano li colpisce […] agli ebrei è proibito, pena la morte, di difendersi eccetto che con la fuga”.

A ridosso della Seconda guerra mondiale, il Marocco fu relativamente al riparo dalle esplosioni di violenza antiebraica.
Nel Maghreb, qualcuno sostiene, la popolazione araba non avrebbe gioito per le misure antiebraiche promulgate da Vichy e avrebbe perfino manifestato solidarietà nei confronti dei perseguitati. 

Simbolo del governo di Vichy con lo stemma dell’ordine della francisca

Ma secondo Bensoussan (e con lui la maggioranza degli storici) “la popolazione musulmana tutt’al più rimase indifferente”.
In Tunisia, finché fu una colonia, i francesi fingevano di non vedere le persecuzioni antiebraiche per evitare di affrontare la maggioranza araba. Lo stesso accadde in Marocco dopo i pogrom di Oujda e Jérada nel giugno 1948: le stesse autorità francesi raccomandarono a quelle locali “di usare indulgenza (nei confronti dei responsabili degli atti antiebraici) al fine di evitare ogni esplosione di violenza da parte araba”.

Nel secondo dopoguerra, dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948 ad eccezione dell’Egitto, racconta lo storico, non ci sono state praticamente espulsioni di ebrei dal mondo arabo.
E la Tunisia è stato il Paese più tollerante.

Nel 1960 però gli ebrei rappresentavano ancora il 14% della popolazione di Tunisi, ma nel Consiglio comunale della capitale ce n’erano solo due su sessanta membri (il 3%).
Poi venne la ‘guerra dei Sei giorni’ nel ’67 e per gli israeliti furono dolori. 

Scriveva, in una lettera del 1967 a Georges Canguilhem, Michel Foucault che all’epoca insegnava all’università di Tunisi:

Qui lunedì scorso c’è stata una giornata di pogrom. È stato molto più grave di quanto abbia detto “Le Monde”, una cinquantina buona di incendi. Centocinquanta o duecento negozi saccheggiati, lo spettacolo della sinagoga sventrata, i tappeti trascinati per strada, calpestati e bruciati, gente che correva per le strade si è rifugiata in un edificio al quale la folla voleva dar fuoco. E poi il silenzio, le saracinesche abbassate, nessuno o quasi nel quartiere, i bambini che giocavano con le suppellettili rotte… Quanto successo appariva manifestamente organizzato… Se poi a questo si aggiunge che gli studenti, per “essere di sinistra” hanno dato mano… a tutto questo, si è abbastanza tristi. E ci si domanda per quale strana astuzia (o stupidità) della storia il marxismo ha potuto dare occasione a tutto ciò”.

Ma perché di tutto questo si comincia a parlare soltanto adesso? 

“La storia degli ebrei del mondo arabo, risponde Bensoussan «è stata a lungo confiscata”.
Il più delle volte è stata scritta dagli ebrei di corte che mostravano un universo sereno di un “mondo che abbiamo perduto”, una visione storica unita a un pensiero consolatore, “tanto grande era il dolore di mettere a nudo una vita da dominato”.
Più si scendeva in basso nella scala sociale e “più la memoria ebraica diventava dolorosa”, mentre coloro che coltivavano una memoria felice, “il più sovente provenivano da ambienti agiati, dove i contatti con il popolino arabo erano generalmente limitati al personale di servizio”. 

Una complicazione non indifferente che ha fin qui impedito di raccontare la vera storia degli ebrei nel mondo arabo.

La magistratura parigina, assolvendo Bensoussan, ha statuito che c’è speranza, che le sorti delle democrazie sono ancora da difendere, che si può parlare chiaramente. 

E che la subcultura dell’antigiudaismo, così diffusa nel mondo arabo, può essere chiamata con il proprio nome e può essere denunciata.
E’una sentenza scomoda, di cui molti preferiranno non parlare.
Eppure si capisce che si tratta di una sentenza destinata a fare storia: forse la parola finale di decenni di malinteso buonismo pseudoprogressista, secondo il quale dalle popolazioni, bisognerebbe accettare di tutto, anche la violazione dei principi di base delle nostre democrazie.
Lo storico francese, direttore delle pubblicazioni al prestigioso Mémorial de la Shoah di Parigi ora è sollevato, ma di certo anche intimorito dalla responsabilità che la società e la magistratura gli hanno assegnato con questa vittoria. 

Il Presidente francese Macron al Mémorial de la Shoah di Parigi

“L’episodio che mi ha visto coinvolto, l’essere stato portato in tribunale e accusato paradossalmente di razzismo per aver denunciato quanto l’antisemitismo sia diffuso e trasmesso di generazione in generazione nel mondo arabo, è stato un passaggio di una “jihad” giudiziaria condotta dall’Islam politico. 
Mi hanno rimproverato di aver detto in una trasmissione che esiste un antisemitismo culturale trasmesso nell’ambito familiare in certi ambienti d’origine araba in Francia. E mi si è rimproverato di aver evocato la formazione di una ‘contro società’ che tende a isolarsi dalla nazione pensando che la legge islamica debba prevalere sulle leggi della Repubblica, arrivando a invertire le regole comunemente ammesse dell’integrazione. 
Questa strategia giudiziaria intimidatoria si inscrive in una strategia politica più generale e questi processi che si ripetono sulla base di denunce che provengono da organizzazioni che dicono di agire nel nome della lotta al razzismo ma spesso i fini che le muovono sono altri e non sempre palesi”. 

Comunque il Gran Rabbino di Francia Haim Korsia, assieme a intellettuali come Elisabeth Badinter, Elisabeth de Fontenay, Pierre Nora, Pascal Bruckner, Jacques Tarnero e molti altri, tra cui anche studiosi arabi, ha denunciato un tipo di “terrorismo culturale che completa il terrorismo assassino”.

Elisabeth Badinter

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.

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