Jan Potocki. Le romanzesche vite di un romanzo e di chi lo scrisse

Nel corso della vita, tutti noi abbiamo dovuto constatare che la nostra esistenza non sempre segue vie prevedibili, e che eventi inimmaginabili vengono talvolta a sorprenderla, spesso a sconvolgerla, a imprimerle una nuove direzioni, ad esaltarla con svolte miracolose, oppure arrivano a porci problemi inediti e difficili proponendo per essi soluzioni tanto felici quanto casuali.
Si parla frequentemente infatti di vite avventurose, di colpi di fortuna o, al contrario, di rovesci della sorte, di fatalità, di sliding doors e di altro ancora.
In molte circostanze si finisce per osservare che la nostra realtà, per la fantasia che pare immettere in ciò che viviamo, è davvero accostabile alla trama dei romanzi più densi di colpi di scena.

E se è vero che, in linea generale e teorica, ogni sorta di evento può accaderci e che i percorsi del caso sono assolutamente imperscrutabili, è altrettanto vero che moltissime persone impostano le loro vite in modo da difendersi da svolte improvvise e casuali, cercando quindi di porre le loro esistenze sui binari di una tranquillità così piatta e calcolata da limitare al massimo ogni eventualità indesiderata.

Questi sono individui per i quali le emozioni sono sentimenti pericolosi ed evitabili, tipi che non ravvisano nella noia un possibile problema e che, di conseguenza, studiano percorsi di vita assai controllati e prudenti.
Sappiamo tutti, tuttavia, che, seppur meno spesso, si può essere o si può incontrare un genere di persone di tendenza assolutamente opposta.
Nelle fantasiose dosi che creano le varie miscele umane, rendendole spesso uniche, è sempre esistita gente che le avventure e le emozioni va a cercarsele con impegno, che vive di slanci senza far calcoli, gettandosi a dar pugni nella mischia della vita come se solo l’oggi contasse.
Si tratta di gente che è capace di concepire tali ideali da non esitare a mettersi in serio pericolo per servirli o di altra che, meno idealisticamente, insegue le più disparate avventure solo in virtù di un temperamento che ha in sommo orrore la tranquillità.
In seno a queste categorie di tanto in tanto spunta qualche soggetto davvero raro, magari un personaggio in grado di vivere una vita tanto movimentata da potersi definire romanzesca e contemporaneamente capace di scrivere romanzi di altrettanta, tumultuosa, vivacità.

Jan Potocki

Questo è certamente il caso di Jan Potocki e del suo romanzo più importante.
“Il Manoscritto trovato a Saragozza” è un’opera quasi indefinibile, un coacervo di storie infilate una dentro l’altra, capaci di spaziare su più generi letterari.
Prendendo le mosse dall’artificio del ritrovamento di un manoscritto di Alfonso Van Worden, un capitano delle Guardie Vallone, dal testo scritto in spagnolo e tradotto in francese, il libro si snoda attraverso una serie di storie incapsulate l’una dentro l’altra, per lo più storie di fantasmi, contenenti i più tipici elementi della fantasia romantica: zingare, banditi, locande malfamate, amori scabrosi, apparizioni demoniache, caverne misteriose, forche e cabalisti.
Era un’opera che nelle intenzioni avrebbe dovuto rivaleggiare con altri capolavori costruiti anch’essi su catene di storie, come “Le mille e una notte” e “Il Decamerone”, e la grande ambizione che denotava, indusse più volte l’autore ad abbandonarne la stesura per poi riprenderla.
Il romanzo non fu mai pubblicato per intero nel corso della sua vita, ma anche dopo la scomparsa di Potochi stentò a prendere una forma definitiva, messa continuamente in discussione da successivi ritrovamenti di sue parti sconosciute.

Un edizione polacca del 1847 del “Manoscritto trovato a Saragozza”

Il libro insomma ebbe un destino complicato quanto la sua architettura narrativa, risentendo forse del temperamento contraddittorio, curioso, avventuroso e romantico del suo autore e della sua movimentata esistenza.
Pochi in Europa potevano vantare natali più nobili e privilegiati di quelli che toccarono in sorte a Jan Potocki.
Discendente di una delle più facoltose e antiche famiglie polacche, nacque in un castello a Pikow nel 1761.
Sua madre, che si diceva che in gioventù fosse stata molto vicina al Re di Polonia Stanislao Augusto, si era imparentata con la famiglia dei Lubomirski, ricchissimi possessori di terre che si estendevano fino alle soglie della Turchia, terre di foreste ma anche di pascoli sulle quali avevano anche impiantato distillerie, vetrerie e altre imprese economiche.
Jan, in virtù della sua condizione, ebbe la possibilità di abitare nei più bei castelli, sia in patria che in quelli che sorgevano nei luoghi più belli e rappresentativi d’Europa.

Lo scrittore bambino su una miniatura

Lontanissimo dal fare i conti con la condizione materiale della maggioranza degli esseri umani, Potocki potè sempre attingere largamente a beni e a ricchezze di cui ignorava la provenienza, ma anche la sua formazione intellettuale fu enormemente favorita dalla grande libertà che gli era garantita dai mezzi di cui disponeva.
Era di casa nelle più importanti corti e nei salotti europei meglio frequentati e conobbe così filosofi e aristocratici, conversò sia con de Maistre che con Marat, infervorandosi per mille interessi, spesso di natura tra loro contraddittoria.
Chi lo conobbe all’epoca della sua dorata giovinezza lo raccontava come un carattere contrastato, diviso tra periodi di euforia ed altri di cupa depressione.
Certamente saltava agli occhi la sua insaziabile curiosità per ogni cosa che vivesse.

Capace di essere prudente e pedante nelle analisi e al tempo stesso di infiammarsi con l’immaginazione, si concesse ad ogni passione e a mille esperienze, sia intellettuali che materiali.
Amò la ragione come un illuminista e contemporaneamente fu attratto dal mistero e dall’irrazionalismo.
Conosceva le lingue classiche antiche, l’ebraico, l’arabo e quasi tutte le lingue moderne.
Di ottima cultura, aveva cognizione sia di moltissime letterature straniere che di quelle esoteriche o ermetiche.
Spaziava dalla storia, dalla geometria, dalla matematica e dalla fisica, all’economia alla geologia e la politica, e si faceva arrivare tutte le pubblicazioni più interessanti che uscivano in Europa, sia quelle letterarie che quelle di genere saggistico.
Per due volte prestò servizio nell’esercito polacco in qualità di capitano degli ingegneri e trascorse qualche tempo in una galea dei Cavalieri di Malta.

Visse in Europa, Asia e Nord Africa ed in Estremo Oriente, venne coinvolto in intrighi politici ed ebbe contatti anche con società segrete.
Nel 1790 il suo temperamento avventuroso lo portò ad essere il primo polacco a fare un giro in mongolfiera insieme con l’aeronauta Blanchard.
Dei suoi viaggi approfittò per studiare, pubblicando resoconti che in qualche modo anticipavano la scienza etnologica e vide nella civiltà egizia la culla di ogni cultura successiva, soprattutto di quella delle sue zone di origine.
Tra il 1789 ed il 1792 pubblicò sei volumi di ricerche sulla Sarmazia e l’anno successivo un lavoro sulla storia dei popoli slavi, primo di altre opere che dedicò a quel tema.
Anche la sua vita personale fu più complessa del normale: ad un primo matrimonio infelice ne seguì un secondo ed in tutto generò cinque figli.
Nel 1790, secondo gli studi più accreditati, aveva iniziato la stesura del suo fondamentale “Il Manoscritto trovato a Saragozza”, mai immaginando le peripezie che l’opera avrebbe affrontato nel corso di oltre due secoli.

Una prima versione, una sorta di libro pilota con le prime dieci storie, circolò a San Pietroburgo nel 1805, un secondo estratto fu pubblicato nel 1813 a Parigi.
Il romanzo, scritto in francese, fu integrato da una terza pubblicazione, nel 1814.
Parti intere dell’opera vennero successivamente smarrite, sopravvivendo in una traduzione polacca dall’originale.
La avventurosa esistenza del “Manoscritto” si è estesa fin quasi ai nostri giorni, grazie a vari ritrovamenti di sue parti autografe precedentemente sconosciute, scoperte fatte a Poznan, in Spagna ed in Francia.
Si concluse che dell’opera erano rintracciabili due diverse stesure: una, incompleta pubblicata nel 1805 ed una, compiuta, risalente al 1810, molto rivista dall’autore.
La versione più recente e completa in lingua francese è stata pubblicata nel 2006 in Belgio.

Col concludersi della scrittura del suo capolavoro, romanzo avventuroso nel contenuto e nel destino, lo scrittore si avvicinò al termine del suo complesso percorso.
Naturalmente l’avventura umana di un personaggio così insolito non avrebbe mai potuto avere una conclusione “normale”, così la fine di Potocki, proprio come la sua vita, fu il risultato di una apparente contraddizione: un atto tanto meditato quanto spettacolare.
Come spesso accade a chi ha vissuto di slancio, lo scrittore si preparò lentamente e metodicamente alla sua uscita di scena.
Fece un lascito alla biblioteca del liceo di Krzemieniec, visitò per l’ultima volta San Pietroburgo e scrisse il proprio epitaffio.
Staccò quindi da una grande zuccheriera d’argento un ornamento a forma di fragola.
Lo fece fondere ricavandone una palla che, con cura e costanza, limò per molto tempo, forse per  mesi.
Quando la palla fu ridotta ad un calibro utilizzabile, Potocki la portò dal Cappellano di Uladowka e la fece benedire.

Il 23 dicembre del 1815, inserì il proiettile “benedetto” nella sua pistola, puntandosela alla tempia, e sparò.

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.


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