Raymond Poulidor: maledetto Tour!

                                   

E’ venuto a mancare la settimana scorsa uno sportivo che è stato considerato spesso erroneamente come l’eterno secondo: il ciclista Raymond Poulidor.
Non sarebbe infatti esatto considerare come eterno secondo un ciclista che tra l’altro ha vinto la Milano-Sanremo, la Freccia Vallone, laVuelta di Spagna, e che, per dirne altre, ha vinto per due volte la Parigi-Nizza, due volte il Giro del Delfinato e infine anche il Gran premio delle Nazioni.
A dire il vero, non ha fatto da eterno secondo neanche al Tour de France: lo è stato per tre volte, è vero, ma per cinque volte è arrivato terzo e l’ultima addirittura quando aveva 40 anni!

E se poi, comunque, fosse meglio arrivare secondi? Chi arriva primo entra nella storia, il secondo nel cuore dei tifosi.

Figurina della Panini “I campioni dello Sport 1968/69”

Quando compì i suoi Settant’anni, il Tour du Limusin lo ha onorato dedicandogli l’intera edizione 2006 della corsa.
Ha celebrato proprio lui, Raymond Poulidor, il campione sempre battuto al Tour de France da Anquetil, Gimondi e Merckx.

Da contadino a corridore, da gregario a capitano, da uomo a simbolo. Era quello che lottava e sfiorava, quello che soffriva e sognava, quello che si immolava, ma che incontrava sempre, almeno al Tour, un altro corridore più furbo o più svelto di lui. 

In diciotto anni di professionismo, in 14 Tour corsi, e in 12 finiti, non c’è stato un solo benedetto giorno in cui Poulidor sia riuscito a indossare la maglia gialla di leader del Tour. 

Nel cronoprologo del 1973, la sfiorò per un nonnulla, quantificato in 8 centesimi di secondo!

È stato secondo dietro ad Anquetil; quando non c’era Anquetil è stato secondo dietro a Gimondi, e quando non c’erano Anquetil e Gimondi è stato secondo dietro a Merckx.
Poulidor raccontava che Anquetil, prima di una gara, gli telefonò: “Non ce la farai neanche stavolta, arriverai secondo”.

Già, il grande “Poupou”, più di centonovanta vittorie in diciassette anni di carriera, professionista dal 1960 al 1977.

“Poupou” Poulidor

Quando Poulidor cominciò a correre in bici, in giro c’era ancora Louison Bobet, quando si è ritirato c’era già Bernard Hinault.
Nel frattempo ci avevano pensato Jacques Anquetil, Felice Gimondi e Eddy Merckx a rovinargli il palmarès. 

A causa loro, infatti, non ha mai indossato la maglia gialla del Tour de France, nemmeno per un giorno, anche se, a quarant’anni suonati, nel 1976, saliva ancora sul podio a Parigi.

Il suo braccio di ferro con Anquetil sul Puy-de-Dôme nel 1964 rimane uno dei duelli più famosi della storia del ciclismo.
Mai un ciclista è stato amato in Francia quanto Poulidor, perché ai francesi piacciono i coraggiosi anche se perdenti. 

Da quarant’anni ormai, in Francia c’è “il Poulidor della politica”, “il Poulidor dell’economia” ecc. ecc.: essere “il Poulidor di qualcosa”, vuol dire finire secondo e apparire più simpatico del primo

Talvolta però Raymond si stancava di questa immagine, perché la gente finiva per dimenticare che lui aveva vinto tante corse: oltre a quelle già ricordate, vinse anche il campionato di Francia, per due volte la Parigi-Nizza, in una delle quali, a 36 anni suonati, nel 1972 beffò il grande Merckx. Trionfò pure, e per cinque volte, nel Criterium Nazionale, nel Midi Libre, e nella Settimana Catalana.

Ma il ricordo forse più caro per Poulidor era la sua prima grande vittoria, la Milano-Sanremo del 1961:

Era la mia prima partecipazione– raccontava – e l’anno prima, non avevo la carta d’identità per andare a correre all’estero, quindi avevo dovuto ripiegare sulla Bordeaux-Saintes che avevo vinto. Nel 1961 si affrontava per la prima volta il Poggio e io non avrei dovuto vincere: avevo forato sul Capo Berta e non c’era nessuno per darmi una ruota. Il mio diesse, Antonin Magne, era arrivato così tardi che mi ero seduto in macchina, mi sembrava totalmente inutile continuare, fu lui a rimettermi di forza sulla bicicletta. Ho recuperato e, tornato in testa alla corsa, ho attaccato sul Poggio, conquistando un distacco sufficiente per vincere: ma vicino all’arrivo, un carabiniere ha sbagliato la segnalazione e mi ha spedito in una via sbagliata. Ho dovuto tornare indietro e sono riuscito lo stesso a mantenere tre secondi di vantaggio su un gruppo di ottanta corridori, il più veloce dei quali è stato Van Looy; ma c’erano anche Bobet, Darrigade, Nencini, Poblet, Rudy Altig e il compianto Tom Simpson”.

L’arrivo al traguardo di Poulidor alla Milano-Sanremo del 1961

Poulidor, che figura nell’albo d’oro della Sanremo, curiosamente non ha mai disputato il Giro d’Italia

“Ho corso tutta la carriera con la Mercier, che non aveva interessi economici o pubblicitari in Italia. Mi sarebbe piaciuto dare battaglia sulle Dolomiti anche se gli italiani erano difficilmente battibili sulle loro strade e Jacques Anquetil ne sapeva qualcosa…”.

Lui, Raymond Poulidor, uno dei più forti ciclisti di tutti i tempi, nacque Il 15 aprile 1936 a Masbaraud-Mèrignat, un paese del Limosino, che conta circa 300 abitanti.

L’avvicinamento all’arte del pedale fu casuale.
All’epoca della scuola primaria un insegnante lo abbonò alla rivista “Miroir sprint” e tra le pagine sportive scoprì i due campioni dell’epoca: Louison Bobet e Raphael Geminiani.
La passione gli si accese di colpo: accompagnò così i suoi fratelli maggiori che praticavano attività ciclistica a livello regionale e montò a sua volta sulla bicicletta della madre, Marie Marguerite. 

Louison Bobet e Raphael Geminiani

Le doti c’erano, le prime corse furono convincenti e la crescita agonistica, così come quella nella considerazione degli addetti ai lavori fu inevitabile.
Ventenne partecipò alla “Bol d’or des Monédières”, la competizione che dopo il Tour de France assemblava professionisti e regionali e nel 1960 diventò professionista.

Poupou, così venne soprannominato dai tifosi, è passato agli annali per le sue caratteristiche di scalatore, ma non solo.
Rispetto alla media dei ciclisti lui aveva negli occhi una luce diversa, una determinazione che lo differenziava dagli altri. 

Quando doveva attaccare non si faceva scrupoli: abnegazione, spirito di sacrificio e coraggio erano le sue doti principali.
Eppure nel tempo, ogni volta che saliva su una bicicletta era costretto a portarsi appresso anche la gravosa etichetta di eterno secondo. 

Paradossalmente infatti, la corsa che consegnò il suo nome alla storia ciclistica fu l’unica che non vinse mai: il Tour de France. 

Tour de France 1965: Felice Gimondi sul podio di Parigi. Il bergamasco chiuse con 2’40” di vantaggio sul francese Raymond Poulidor (a sinistra) e 9’18” su Gianni Motta.

La rivalità tra Anquetil e Poulidor è stata una delle più note nell’intera storia del ciclismo, assumendo anche aspetti extrasportivi che travalicavano le personalità in gioco.
L’opinione pubblica vedeva in Poulidor l’espressione di una Francia operaia, generosa, dedita alla propria occupazione; Anquetil rappresentava invece una Francia moderna e calcolatrice, un po’ snob, in cui il successo nel ciclismo era un mezzo per una rapida ascesa sociale. 

Jacques Anquetil e Raymond Poulidor

Insieme a Merckx, Gimondi e Hinault, Poulidor rappresentava il modo più tradizionale di intendere il ciclismo nel secondo dopoguerra: una continua presenza in sella da febbraio a ottobre, con qualsiasi tempo.
Sudore e lacrime!

L’acme della loro sfida tra lui e Anquetil si raggiunse nel 1964.
Anquetil sulle grandi salite si piegava sulla sua bicicletta, ma dominò comunque nelle tre prove a cronometro.
Poulidor invece era lucidissimo e nella tappa con l’arrivo sul Puy de Dôme recuperò moltissimo tempo sul suo avversario.
Tra lui e Jacques alla fine erano rimasti solo 14 secondi. 

L’ultima tappa era però, ancora una volta, una prova a cronometro: qui Anquetil era oggettivamente insuperabile e così Poulidor fu costretto a salire nuovamente sul secondo gradino del podio.

Si dice che quando Anquetil, dopo una vita passata tra lusso e numerose mogli, si trovò sul letto di morte, si sia rivolto al vecchio rivale Raymond dicendogli : 

“Ehi, Poupou, sei arrivato per secondo anche qui”!

Raymond Poulidor

Ogni anno a luglio, come sempre da quasi cinquant’anni, Poupou faceva il Tour. 
Cessata la carriera vestiva finalmente la maglia gialla perché curava le pubbliche relazioni per il Crédit Lyonnais, ora diventato LCL, lo sponsor della corsa.
Passava i giorni a firmare autografi e a stringere mani.

“Oggi non mi piacerebbe non essere popolare– diceva – E mi piace quando i bambini mi festeggiano e mi chiamano “Poupou”.

Poulidor era sempre sorridente e sembrava non voler invecchiare.
Nel 2004 hanno portato la partenza di una tappa del Tour nel suo piccolissimo paese, nel Limosino, quello in cui ha sempre vissuto con la moglie, che da giovane faceva la postina.
Come vedeva Poupou, il ciclismo di oggi?, gli chiesero.
“Certe cose non mi piacciono. Non c’è più il contatto tra il campione e il pubblico. I corridori rimangono nel loro pullman, sono inavvicinabili. E non mi piace neanche questa ossessione per il Tour de France. Io, per esempio, non ho lasciato passare una stagione senza partecipare alla Roubaix. E l’ultima volta, nel 1977, sono arrivato dodicesimo”.

Autografo di Poupou

Eterno secondo uguale Raymond Poulidor. A sconfessare questa bislacca equazione vi sono numeri incredibili che nessun’altro corridore transalpino ha saputo nemmeno eguagliare: otto podi al Tour de France (record assoluto) di cui tre secondi e cinque terzi posti. 

Le uniche soddisfazioni che si prese alla Grande Boucle furono le sette vittorie ottenute in un anno, durante le quattordici partecipazioni al Tour, dal 1962 al 1974. 

Campioni come Louison BobeT, Bernard Hinault, Jacques Anquetil, Eddy Merckx e Felice Gimondi: il povero “Poupou” li ha beccati proprio tutti.         
Forse è per questo che Raymond è stato per tutta la sua vita uno dei corridori più amati in Francia e all’estero.
Forse per il coraggio che lo spingeva ad attaccare ad ogni metro di salita, per le piccole sfumature che lo facevano sembrare un uomo comune e non un super campione inarrivabile, forse perché chi arriva sempre secondo attira più simpatia se lotta sino alla fine. 

Felice Gimondi e Eddy Merckx

Certo che attira simpatia chi dà tutto per raggiungere il suo sogno e viene battuto solamente da qualcuno più forte di lui: l’importante è non mollare mai e se è per questo, Poulidor è stato un grandissimo lottatore. 

Il ciclismo è uno sport unico, rende eroici anche corridori giunti spesso alle spalle del vincitore: è uno sport che concede una vittoria anche al perdente. 

Anzi, chi pratica ciclismo non potrà essere mai considerato un perdente e in questo l’esempio più bello è proprio quello di “Poupou”, uno che è arrivato sempre secondo al Tour de France ma che ha conquistato forse la vittoria più bella, più importante della Maglia Gialla: quella della stima dei colleghi e della simpatia del pubblico.

Perché non era lui l’eterno secondo, no, ma eterno lo era già. 

Perché Raymond Poulidor è diventato un modo, un ruolo, un valore, una parola simbolo: come Stakhanov!

Raymond Poulidor

Lino Predel non è un latinense, è piuttosto un prodotto di importazione essendo nato ad Arcetri in Toscana il 30 febbraio 1960 da genitori parte toscani e parte nopei.
Fin da giovane ha dimostrato un estremo interesse per la storia, spinto al punto di laurearsi in scienze matematiche.
E’ felicemente sposato anche se la di lui consorte non è a conoscenza del fatto e rimane ferma nella sua convinzione che lui sia l’addetto alle riparazioni condominiali.
Fisicamente è il tipico italiano: basso e tarchiatello, ma biondo di capelli con occhi cerulei, ereditati da suo nonno che lavorava alla Cirio come schiaffeggiatore di pomodori ancora verdi.
Ama gli sport che necessitano di una forte tempra atletica come il rugby, l’hockey, il biliardo a 3 palle e gli scacchi.
Odia collezionare qualsiasi cosa, anche se da piccolo in verità accumulava mollette da stenditura. Quella collezione, però, si arenò per via delle rimostranze materne.
Ha avuto in cura vari psicologi che per anni hanno tentato inutilmente di raccapezzarsi su di lui.
Ama i ciccioli, il salame felino e l’orata solo se è certo che sia figlia unica.
Lo scrittore preferito è Sveva Modignani e il regista/attore di cui non perderebbe mai un film è Vincenzo Salemme.
Forsennato bevitore di caffè e fumatore pentito, ha pochissimi amici cui concede di sopportarlo. Conosce Lallo da un po’ di tempo al punto di ricordargli di portare con sé sempre le mentine…
Crede nella vita dopo la morte tranne che in certi stati dell’Asia, ama gli animali, generalmente ricambiato, ha giusto qualche problemino con i rinoceronti.


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