Accoglienza

Estate, tempo di vacanze.

Si va in giro, in cerca di qualcosa di diverso, per rompere la monotonia e per avere qualcosa da raccontare. A volte romanzando un po’.
I voli low cost consentono di raggiungere mete prima solo sognate, di cui si erano ascoltate le meraviglie da quei pochi che erano riusciti a conquistarle.
Spesso l’ostacolo maggiore era il tempo, più che il costo. Alcune isole greche, ad esempio.
Le più remote, quelle che, per arrivarci in traghetto, ti ci voleva metà della vacanza.

E oggi eccole qui, a portata d’ala.

 

Isola greca di Santorini

I racconti sono spesso entusiasti, ciascuno sottolinea l’aspetto che più è rimasto impresso. Il mare, naturalmente. Ma anche i costi: l’economicità dell’alloggio, di una cena fuori o del classico ombrellone e lettino.
A conti fatti, volo e auto a noleggio inclusi, due settimane a Creta costano meno di una settimana a Sperlonga, a parità di condizioni.
E stendiamo un velo pietoso sulla qualità dei servizi.
Un aspetto che normalmente rimane sullo sfondo è quello dell’accoglienza.
Capita sempre più spesso, quando ci si trova all’estero, di vedersi trattati coi guanti bianchi.
Generalmente gli operatori turistici e commerciali parlano almeno un paio di lingue oltre a quella madre.
Impossibile rimanere incompresi, con un desiderio inesaudito.

Tanto che ormai il turista se ne approfitta, e pretende di essere perfettamente compreso anche se si esprime in uzbeko.
Prova a fare un sforzino e ad avvicinarti al tuo interlocutore: se non proprio in inglese, almeno due parole in russo le vuoi imparare?

 


Gli italiani in questo brillano per capacità di adattamento: esprimendosi spesso nel vernacolo del proprio campanile, considerano giustamente l’italiano come seconda lingua, e questo deve bastare.
Quando poi qualcuno non li capisce (capita, soprattutto in Francia e Inghilterra) quelli mettono su la maschera della faccia offesa, come a dire

“non conosci la lingua di Dante e non ti vergogni?”

Probabilmente i picchi di accoglienza che accomunano gran parte d’Europa non sono casuali ma frutto di una politica che punta alla valorizzazione dei servizi turistici.
Ho la sensazione che in molte località estere, nel periodo invernale, qualcuno organizzi corsi di lingue e di buone maniere.
Infatti anche l’approccio (finto) amichevole sembra standard e tarato sulla nazionalità dell’avventore: grande gestualità, battutacce e pacche sulle spalle con gli italiani, maggiore sobrietà e sottile ironia con gli inglesi, altezzosa spocchia e distacco coi francesi, inchini e salamelecchi coi giapponesi e così via.

Da noi, a parte la tradizione della riviera romagnola (che però ha un mare improponibile) e l’organizzazione teutonica altoatesina, chi si propone come interlocutore del turista straniero ha un atteggiamento di estrema sufficienza e malcelato disappunto: questi vengono qua e non sanno neanche una parola di italiano.
L’approccio è quello di chi ti sta facendo un favore già a tentare, spesso invano, di capirti.
Figuriamoci anche a servirti.

 

Cameriere italico in attesa di un ordine

Modalità scazzata, indolenza, umore generalmente nero, un sorriso manco a pagarlo, l’operatore turistico (se lo vogliamo chiamare così) sembra che faccia di tutto per farti passare la voglia di tornare.

Il problema della lingua ormai è diventato emergenza nazionale.

Prova a metterti nei panni di un ospite straniero che tenta anche solo di andare a fare la spesa, mica imbastire un discorso filosofico sui massimi sistemi.
Partono i “moment” (non l’analgesico), “ai not speck” (non il salume) e via di corsa a cercare l’unico nel paese che conosce due parole d’inglese in croce, perché ci si ricorda che a scuola era quello che raggiungeva la sufficienza.

moment please!

Accoglienza significa anche disporre di uffici che possano fornire informazioni utili e risolvere i problemi degli stranieri con addetti in grado di comprenderli.
I Paesi che puntano realmente sul turismo si sono organizzati con uffici dedicati, dove tu chiami, dichiari la tua nazionalità e la lingua che conosci, e il centralino ti passa l’operatore in grado di capirti.

Fantascienza, qui da noi.

Cosa c’è da meravigliarsi allora se i flussi turistici, con relativi introiti, si orientano verso mete diverse dal Belpaese?
Non bastano più il patrimonio artistico, culturale e paesaggistico, il mare e le montagne, i borghi medievali e le cittadine marinare.
Se il livello del servizio non si adegua, resisterà solo il turismo mordi e fuggi con scarsa fidelizzazione.
Il turista come pecora da tosare una tantum. Solo che così, lentamente ma inesorabilmente, l’intero settore è condannato all’agonia.

 

Pecora da tosare

Ci vorrebbe una rivoluzione culturale, a partire dalle scuole e dall’insegnamento efficace almeno dell’inglese.
Ma anche un incontro reale con le culture altre, uno sguardo aperto e senza pregiudizi.
Invece sembriamo ripiegati in una triste autarchia che non ci fa staccare lo sguardo dal nostro ombelico.

 

 

Questo è l’ideale brodo di coltura dei sovranisti, del “prima noi e solo dopo, se proprio non se ne può fare a meno…”.

Apriamo le finestre e facciamo entrare un po’ d’aria buona,

riconquistiamo il sorriso e la fiducia nell’altro.
Tutte queste chiusure e paure ci intossicano e ci deprimono, chi ce lo fa fare?
Che poi, se non bastasse l’aspetto etico, c’è il fattore economico da non sottovalutare.

Vorremo mica buttare nel cesso la miniera d’oro che ci è capitata come casa!

 

Tanto il vostro Erasmo dal Kurdistan vi doveva, senza nulla a pretendere.

 

 

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