Fuga per la Libertà. Un docufilm per raccontare l’immigrazione di ieri a Latina

Solo chi ha vissuto a Latina sa che dal 1957, qualche mese dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, fino al 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, è stato attivo in città un campo di accoglienza per rifugiati.
Storia lontana nel tempo e nascosta ma di certo non dimenticata.
Ce lo ricorda, raccontandola, Emanuela Gasbarroni col suo bel film “Fuga per la libertà – Storia di un campo profughi”. 

Fin dalla sua apertura il campo ha cominciato ad accogliere persone che fuggivano dai paesi dell’est europeo.
Negli anni la struttura di Latina ha accolto più di 100mila rifugiati.
Ungheresi, cecoslovacchi, polacchi, romeni, ma anche cubani.
Un’umanità variegata di donne, bambini e uomini che arrivavano senza niente, restavano pochi mesi per poi ripartire verso altre destinazioni: Australia, Canada, Stati Uniti.
Il campo era stato allestito in una ex caserma ed era gestito dal Ministero degli Interni.
Tra gli “ospiti” del centro c’è stato anche il regista Andrej Tarkovskij: aveva già vinto festival prestigiosi come Cannes e Venezia ma in Unione Sovietica non lo facevano lavorare.

Andrej Arsen’evič Tarkovskij è stato un regista, sceneggiatore, montatore, scrittore e critico cinematografico sovietico. 
Foto di riconoscimento di Tarkovskij
1985

In Italia girò Nostalghia, e quando chiese asilo politico fu un caso che ebbe  clamore internazionale.
Emanuela Gasbarroni, giornalista, ora regista, si è chiesta dove fossero finite alcune di queste persone, è andata a cercarle ed ha ricostruito le loro storie.
“Fuga per la Libertà” ci proietta in una Latina apparentemente lontana perché teatro di vicende di un tempo andato, di una epoca trascorsa, che torna però prepotentemente d’attualità per le realtà d’immigrazione da cui la nostra città è toccata.
 

Emanuela Gasbarroni

“Fuga per la Libertà” racconta il periodo di transizione da Est a Ovest in cui migliaia di esseri umani stazionarono nel campo di accoglienza allestito a Latina, nel pieno centro della città, nell’attuale sede della facoltà di Economia.
Il suo docufilm nasce da un’esperienza personale…

Si, come si spiega nel film, la storia di accoglienza della mia famiglia di rifugiati che si trovavano al campo profughi mi ha molto segnato.
Io ricordo molto bene sia i cubani che ospitammo nel 1965 e ancor meglio Linda e Milan, cecoslovacchi, che frequentarono la nostra casa nel 1967. Passarono con noi il Natale, venivano spesso a cena, facevano gite con noi.
Linda e Milan ci hanno scritto per 40 anni da New York e la loro prima figlia di chiama Romanka, in onore di mia madre che è nata a Roma.
Esperienze di accoglienza così ti formano, ti insegnano ad aprirti allo straniero e al diverso, a non coltivare paure.
Anche se intorno a noi, le persone dicevano a mia madre che non doveva aprire la porta ai profughi.
Gli esempi che abbiamo in famiglia sono fondamentali per dare una direzione di senso alla nostra esistenza.

Interno del campo profughi di Latina

 Il 22enne Alex, fuggito nel 1982 dalla Romania; Aurelia, polacca, scappata all’età di 20 anni nel 1980; Mihai, ingegnere romeno diretto negli Stati Uniti ma poi fermatosi a Parigi.
Il filo rosso della Memoria nel suo docufilm unisce i racconti di queste tre vite. Come ha selezionato le innumerevoli storie che si sono dipanate attorno al campo profughi
?

Di persone ne ho contattate tante, anche perché appena ho cominciato a divulgare la notizia che stavo lavorando al progetto, moltissimi mi hanno scritto. Diciamo che tutti e tre avevano già compiuto delle “azioni” di ricostruzione della memoria.
Alex aveva fatto nel 2012 il “30 anniversary freedom walk” ovvero aveva riportato i figli e la moglie a fare lo stesso percorso di fuga che lui aveva fatto trent’anni prima.
Nel fare questo, si era anche rivolto alla sezione romana dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite.
Quando anche io mi sono rivolta a loro, nell’ambito della mia ricerca di documentazione, mi hanno detto che Alex li aveva contattati.
L’ho quindi cercato e intervistato in skype.
Mihai invece si era rivolto al Comune di Latina, lamentando il fatto che c’era una targa fuori all’ex campo (oggi Università) che ricordava gli ungheresi ivi passati.
“Perchè si ricordano solo gli ungheresi – aveva scritto – lì sono passati anche bulgari, polacchi, cecoslovacchi, albanesi, russi, rumeni, jugoslavi”.
Dal comune gli avevano risposto che si sarebbero informati e, sapendo che stavo facendo un documentario, mi hanno messo in contatto con Mihai.
Mihai aveva scritto un libro, dopo aver avuto accesso ai dossier dei servizi segreti rumeni. Un capitolo era anche dedicato alla sua permanenza a Latina. L’ho intervistato e ho letto il suo libro.
Del mio progetto di documentario ha scritto sul suo blog che è stato letto da Aurelia a Toronto.
Aurelia, che è docente alla York University, sulla tematica della linguistica, esilio, migrazioni stava facendo un suo personale lavoro di ricerca per riannodare gli anni in cui era passata dal campo all’inizio degli anni ottanta scappando dalla Polonia.
Tra tutti, loro avevano storie forti, erano dei “personaggi” che comunicavano tanto e infatti chiunque veda il film resta impressionato dalla loro forza narrativa.

Il trailer del docufilm

Come si sviluppò il tessuto sociale di Latina, allora città dai confini di pensiero circoscritti ad ambiti ristretti di confronto, rispetto al campo profughi?
Vi furono situazioni di contatto tra i cittadini e i rifugiati?

Come viene anche raccontato nel film, le istituzioni non organizzavano nulla per mettere in contatto la popolazione di Latina con i residenti al campo.
La percezione quindi era falsata, perché non era approfondita, ma solo basata sul pregiudizio o dalle notizie negative.
Le uniche informazioni che avevamo dei profughi erano quelle di cronaca nera: furti, risse, ubriacature.
E quindi si generalizzava assai facilmente.
Il 10% della gente che non si comportava bene gettava un ombra sulla totalità dei residenti.
Chi era in grado spontaneamente di superare paure e pregiudizi e si avvicinava ai rifugiati, ha stabilito legami amicizia e arricchimento.
Da lì sono passate persone di valore, mondi esistenziali che la città non ha avuto modo di conoscere. “Una occasione perduta di arricchimento” come ha definito nel film Emilio Drudi -allora direttore del Messaggero a Latina.
Un messaggio attuale.

fuga per la libertà
La mensa all’interno del campo profughi di Latina

“Fuga per la Libertà” oltre a svelare storie di vite fa molto altro: traccia in contemporanea anche la storia dell’Europa, e del mondo, degli ultimi sessant’anni.

Nel campo profughi di Latina si riflettevano scenari di geopolitica internazionale. L’invasione dell’Ungheria, sanguinosa, con migliaia di morti, carri armati, soldati segna l’inizio dell’attività del campo il 1 ottobre del 1957.
E via via gli scenari dell’est si riflettevano nel microcosmo latinense.
Penso a Solidarnosc in Polonia e all’elezione di Papa Woytila.
In quel periodo arrivarono in massa, perchè c’erano permessi speciali per chi si recava in Vaticano.
E infine la caduta del muro di Berlino.

Una foto simbolo del crollo del muro di Berlino

Perché, secondo Lei, dopo un arco temporale così vasto, la convivenza e integrazione con l’Altro, il Diverso, fanno ancora paura?

Ciò che non si conosce o lo si conosce solo nelle accezioni negative, lo si evita o denigra. Anche oggi la narrazione che si fa degli immigrati è totalmente improntata sulla paura.
Si usa la parola clandestino per dire criminale, ma clandestino è chi non ha permesso di soggiorno.
Dietro ogni immigrato c’è una storia enorme di sentimenti, dolore, speranza.
Solo chi ha coraggio e apertura mentale supera colore della pelle, povertà, diversità e si pone con ascolto verso un altro essere umano.
Le istituzioni in questo hanno una responsabilità enorme.
L’immigrato è “usato” in modo strumentale dalla politica.
Avere un nemico con cui prendersela, che fa da catalizzatore di tutti i problemi, è gioco facile.
Si evita di affrontare altri problemi.
Si usano parole come invasione, ma ad esempio gli immigrati in Italia sono circa il 6% quindi di quale invasione si parla se il 94% sono italiani?
Si parla di criminalità, ma i reati negli ultimi dieci anni sono diminuiti.
E potrei continuare con mille esempi.
Purtroppo non tutti riescono a mettere insieme molti elementi per valutare. E a molti non interessa di informarsi.
Quindi gli slogan rabbiosi che incitano alla paura e all’odio fanno presa su molti.
Per non parlare delle informazioni distorte. “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità” diceva Goebbels, che curava la propaganda del nazismo.
Per fortuna oggi siamo in democrazia, però le conseguenze di messaggi distorti possono avere conseguenze gravissime.

Bambini nel campo profughi

Il suo docufilm fotografa una realtà di grande attualità: vederlo significa confrontare il passato di trent’anni fa con le migrazioni dei disperati che oggi arrivano da Siria e Libia…
Lei vive da anni a Firenze ma è di Latina, come commenta l’accoglienza che oggi viene fatta nella nostra città?

A Latina c’è un’assessora di valore, preparata e attenta, Patrizia Ciccarelli.
Il Comunque di Latina ha aderito al sistema dello Sprar, piccole unità abitative nel centro della città, dove gli immigrati vengono seguiti, formati e integrati.
In Italia sono circa 400 i comuni che su base volontaria hanno aderito al sistema Sprar e circa 20 mila immigrati vengono seguiti con tale modello virtuoso, riconosciuto in tutta Europa.
Ci sono sono poi i Cas, di competenza delle Prefetture, che sono agglomerati spesso periferici, più difficilmente controllabili, sia nella gestione-cooperative che non si sa cosa danno da mangiare e come gestiscono – che degli immigrati che vi risiedono, meno controllati e preparati.
Ci sono poi fior di esempi e progetti virtuosi di accoglienza in tutta Italia: anziani che vengono affiancati agli immigrati, famiglie di rifugiati accolte presso famiglie di italiani, minori affidati a nuclei con figli adolescenti.
Tutte esperienze che hanno arricchito chi le ha fatte più degli immigrati stessi. E poi aiuterebbe tanto parlare con questi ragazzi e capire da dove sono scappati. Situazioni inimmaginabili.
Anche quando non scappano da guerre.
In Eritrea, ad esempio, che è il paese di maggiore provenienza dei rifugiati, è obbligatorio fare il servizio militare per uomini e donne dai 17 ai 55 anni.
Gli rubano la vita.
Siamo un Paese che butta 13 miliardi di euro di cibo l’anno, abbiamo un enorme patrimonio immobiliare non occupato, tanti anziani in buonissima salute che sono soli.
Ci vuole capacità per saper gestire gli immigrati e soprattutto conoscere i dati reali, che non metterebbero paura a nessuno.
Il problema è la comunicazione.
I politici usano slogan, spesso improntati all’odio più che alla complessità del problema. Ogni persona che commenta e formula un pensiero sulla tematica migrazione dovrebbe informarsi, leggere, ascoltare testimonianze, vedere film e documentari.
E invece prevale l’odio.


Quando una persona viene respinta,
tutti abbiamo perso e siamo più poveri.


Intervista a cura della nostra Francesca Di Folco



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