Burocrazia

Tra le varie definizioni di burocrazia preferisco la seguente:

l‘organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di un fine collettivo secondo criteri di razionalità, imparzialità e impersonalità

Mi piace l’accento posto sul fine collettivo, contrariamente a quanto purtroppo si rileva comunemente, nonostante le riforme tentate negli ultimi anni. 
Nel sentire comune, infatti, la burocrazia è un susseguirsi di adempimenti formali, spesso fini a sé stessi, senza apparente riguardo per i risultati cui tali adempimenti dovrebbero tendere.
Insomma, il rispetto della forma come rifugio di chi si disinteressa della sostanza, ovvero del raggiungimento degli obiettivi di pubblico interesse.

La Signorina Vaccaroni – La Tv delle ragazze 08/11/2018

Attenzione ai risultati non vuol dire operare fuori dalle normative, ma prendere provvedimenti rispettosi delle leggi senza indugiare in formalismi volti solo a ritardare o bloccare le pratiche per non assumersi alcuna responsabilità.
È la cosiddetta “burocrazia difensiva”, il continuo scaricabarile da un ufficio all’altro, da un funzionario all’altro: una stucchevole partita a tennis tra principianti, con colpi lenti e sgangherati, fino a quando non si perde la pallina oltre la recinzione. E così, il provvedimento rimpallato finisce in uno dei tanti inghiottitoi carsici che infestano gli uffici pubblici, facendo perdere le proprie tracce.

La partita a tennis fra Fantozzi e Filini

L’uso della PEC (Posta Elettronica Certificata, la raccomandata digitale) da un ufficio all’altro della stessa Amministrazione è uno degli strumenti più abusati in questa sottile arte. Si può immaginare a quale scopo ci si invii una raccomandata tra uffici, spesso nello stesso edificio o anche da una scrivania all’altra, se non per scaricare una rogna lasciandone imperitura traccia? Questa modalità paracula, come tecnicamente viene denominata, serve appunto solo a pararsi le terga, senza porsi il problema dell’obiettivo da raggiungere.

Il pesce puzza dalla testa” sostiene un famoso adagio popolare.
E infatti il funzionamento più o meno efficace di un pubblico ufficio è fortemente condizionato dal modo in cui i soggetti gerarchicamente apicali interpretano il proprio ruolo.
Se le direttive impartite (o anche solo le prassi seguite) sono improntate al formalismo e ad una eccessiva prudenza (ad esempio, con l’aggiunta di adempimenti non richiesti ma considerati “più sicuri”) allora l’intera macchina risponderà di conseguenza: una corsa ad ostacoli dove si gareggia a chi erige più barriere, piuttosto che contribuire ad eliminarle. 
Invece del problem solving il problem creating.
È questo diffuso atteggiamento che fa guadagnare alla nostra burocrazia l’appellativo di “ottusa”.

Roberto Benigni e Massimo Troisi – Passaggio alla dogana – “Non ci resta che piangere” 1984

Ogni Governo dichiara di voler mettere mano alla semplificazione della burocrazia: una delle tante buone intenzioni di cui è lastricata la via per l’inferno. Il problema però è più culturale che normativo: occorrerebbe una rivoluzione copernicana nell’atteggiamento del personale, soluzione più complicata rispetto all’introduzione solo di nuove normative semplificatrici, che pure servirebbero. Perfino l’Autorità Anticorruzione sta tentando di far passare messaggi che spostano l’attenzione dell’azione amministrativa dalla forma alla sostanza. Fino ad ora inutilmente. Forse l’introduzione di una profonda e capillare formazione potrebbe spingere ad imboccare una strada più virtuosa.

Il danno che la burocrazia causa all’intero sistema Paese è ingente e qualcuno sta cominciando a calcolarlo. L’unità di misura sono i miliardi di euro. Perché i ritardi che si accumulano e le occasioni che si perdono a causa delle storture burocratiche frenano crescita, sviluppo e occupazione. In tutti i sondaggi sulle cause ostative agli investimenti gli operatori economici (italiani e stranieri) indicano la burocrazia al primo posto, seguita dalla lentezza della giustizia (che ne potrebbe rappresentare un importante caso specifico) e solo al terzo posto viene segnalato il carico fiscale.

Carico fiscale

A questi impedimenti che fanno perdere nuove occasioni di sviluppo si aggiungono i danni diretti causati agli operatori economici che hanno l’avventura di sottoscrivere contratti con la Pubblica Amministrazione.
ritardi nei pagamenti, che da tempo hanno raggiunto dimensioni oltre il patologico, spingono fornitori e appaltatori verso l’insolvenza: aziende sane che non riescono a pagare neanche il personale per il semplice fatto che, pur avendo fornito regolarmente le proprie prestazioni, non ricevono il relativo compenso in tempi ragionevoli.
Spesso gli operatori provano a scaricare sui prezzi di vendita gli oneri finanziari dell’indebitamento necessario a coprire il cash flow negativo, contribuendo così a portare i costi per le opere pubbliche ai massimi livelli; ma quando la realtà supera le più fosche aspettative l’azienda va in crisi, con le conseguenze facilmente intuibili anche in termini di occupazione.

Forse allora il provvedimento più urgente per rilanciare la crescita sarebbe quello di semplificare molti passaggi burocratici, accompagnato da una seria formazione dei pubblici dipendenti su un approccio orientato ai risultati e alla soluzione dei problemi.
Operazioni dal costo neanche paragonabile alle riforme-feticcio del Governo in carica, con risultati più duraturi anche se non immediati. Bisognerebbe uscire dalla logica propagandistica orientata alla massimizzazione dei consensi nel brevissimo periodo per imboccare la strada del perseguimento degli interessi del Paese, unico faro per la buona politica.

Ma non si vede all’orizzonte nessuno che sia realmente interessato al tema.

Tanto il vostro Erasmo dal Kurdistan vi doveva, senza nulla a pretendere.




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