Note nella brezza di una possibile libertà (vigilata)

Il silenzio regge, tiene bene: la mia via, quella dove abito, intendo, è ancora imbrigliata dalla paura, foderata di cautela.
E’ un atteggiamento collettivo le cui componenti, emotive e razionali, si sono così ben fuse da renderlo perfettamente naturale, un imperativo che per un mese intero non ha quasi pesato sulla comunità sulla quale si è esercitato.

Almeno nella mia strada.
Arrivandoci o partendomene, con destinazioni oggi necessariamente banali, il supermercato o la farmacia, questa strada mi appare come l’emblema stesso della quiete.
La gente è sparita quasi del tutto e le botteghe sono chiuse.
Rimangono per lo più chiusi anche i portoni, che sbarrando l’accesso agli appartamenti, tengono nascoste, riparate, le intimità familiari, intimità divenute più strette ora che non hanno vie di fuga, intimità che rischiano di farsi roventi.
Qui nella nostra strada di automobili ne vedi sempre, senza soluzione di continuità, fisse a segnare la linea della via, rimpolpandone i fianchi.
Nei giorni qualunque, in ere normali, sembrano nervose anche quando sono parcheggiate.
E’ come se si sentissero sempre provvisorie, come se in ogni istante fossero pronte a ruggir via in cerca di qualcosa che gli verrà comunicato strada facendo.

Adesso, nel silenzio peculiare prodotto dal tempo che ci costringe ad essere sudditi di sua maestà il mannaggiavirus, le auto dormono rassegnate, forse depresse per mancanza di sogni, anche di sogni a corto raggio, di prospettive ravvicinate.
Perché oggi, prima di prenderne una e avviare il motore, ci si pensa.
Così la mia strada appare ancora più tranquilla, privata, com’è, delle emozioni e delle occupazioni quotidiane e, inevitabilmente, anche dei tanti e tanti suoni che ne scaturiscono.
Gli incontri che faccio sono pochi, segnati da una maldestra cautela.
Le pochissime volte che scendo in strada per allontanarmi o per fare ritorno, capita talvolta che io veda apparire all’orizzonte un umano, un raro passante.
Se mi viene incontro sul mio stesso versante di marciapiede, senza farne mostra, con discrezione, saettata un’occhiata rapida, ci prendiamo le misure già da distante mentre, febbrilmente, ragioniamo: sembra il duello di “Mezzogiorno di fuoco”.

Sì, ha la mascherina, bene, meglio così.
Allora, un po’ prima di incrociarlo mi sposterò sulla destra per lasciargli spazio.
Sarà un metro?
Ma si, dovremmo stare a posto.
Certo se fa uno scarto all’ultimo momento, avvicinandosi, dovrò buttarmi senz’altro in mezzo alla via, ma del resto ne va della pellaccia”.

Capita questo perché non ce n’è più granchè, di vita, in questa strada, ma di prudenza ne gira tanta.
Qualcosa però rimane delle abitudini degli esseri umani e, puntualmente, io l’incontro ogni volta che mi trovo in strada.
Fuoriesce da qualche portone un signore anziano con il cane.
Fuoriesce sempre un signore anziano con il cane.
Sempre, dico, avete capito?
Fuoriesce sempre un signore anziano con un cane.
Non è mai lo stesso cane.
E’ un fatto un po’ inquietante, una roba alla Hitchcock.
Non so se in altre vie, in giorni strani come questi, si registri un fenomeno analogo.
Da noi, in questa strada, non manca mai, in qualsiasi momento del giorno, un signore anziano che esce da un portone con un cane al guinzaglio.
Non so come faccia ad esserci sempre, a coprire per l’eternità un possibile turno in questa via.

In un primo tempo non ci avevo fatto molto caso: vedevo un signore col cane, ma non ne avevo dedotto nulla, se non che mi garbava incontrarlo.
Sì, perché a me i cani piacciono, piacciono molto.
Ne ho avuti diversi di cani, tutti amati, ma uno di loro, in particolare, è stato per me un amico fraterno, insostituibile.
Si chiamava Prince, come il cantante, ma quello era un nome che io avevo ereditato insieme con lui.
Era un pastore tedesco di superba bellezza, sicuramente rapito da un allevamento.
L’avevano rubato per far razza, bello com’era, e per nascondere le prove del suo rapimento, gli avevano abraso il marchio di provenienza.
Lo avevano certamente sfruttato e messo a produrre cuccioli poi, forse perché qualcuno stava per arrivare a loro, i ladri lo avevano abbandonato.
Così, dopo un primo passaggio con un padrone americano, che lo aveva trovato che vagava per Fiuggi, battezzandolo, appunto, Prince, il cane era arrivato a me.
Per restare.
Mi amava tantissimo ed era riamato, al punto che ancora oggi mi manca molto.
Noi siamo bestiole incontentabili, lo diceva pure Arturino Schopenauer, siamo tenaci ricercatori dell’insoddisfazione, così succede che di un rapporto che per noi è stato fondamentale, finiamo spesso per ricordare soprattutto la fine.
Chissà perché finiamo in una simile buca emotiva, quando invece c’è tanto di bello da ricordare.
Forse è per il rimpianto che si sprigiona, che è così forte e doloroso da testimoniare e rendere preziosa la qualità di quel che si è perduto.

Mah, vallo a vedere, magari funziona davvero così.
Questo meccanismo autolesionistico è anche il mio, e si instaura anche col ricordo del mio meraviglioso cane: pensandolo, non dimentico mai il finale della nostra partita a due, così, per non soffrire, sono costretto a scacciarlo, quel ricordo, a levarmelo, sempre e velocemente, dalla mente.
Suonai per lui la chitarra un’ultima volta il giorno che spirò.
Prince, sfinito, ascoltò la musica ad occhi chiusi, con piacere.
Lo aveva fatto per anni, steso lungo lungo ai miei piedi, mentre col gruppo facevamo le prove per qualche concerto.
Credo che se ne fosse stato in grado, avrebbe potuto cantare tutte le canzoni che nel tempo aveva ascoltato e imparato, e sono certo che l’avrebbe fatto meno caninamente di tanti straziatori di orecchie che vanno per la maggiore.
Oggi non mi sfugge nessun cane che incrocio: li amo e li guardo sempre volentieri.
Come dicevo, nella mia strada, infallibilmente, ne incontro.
A qualsiasi ora del giorno mi imbatto in uno di loro che porta a spasso il suo bravo signore anziano.
Per via della mia passione, faccio molto caso al cane e pochissimo al padrone.
I cani li scruto, ne vedo le caratteristiche e infallibilmente mi intenerisco. Mi piacciono tutti.
Non ho certo la stessa attenzione per il signore anziano.
E infatti l’ho scoperto da poco che non è mai lo stesso signore anziano.
Per un sacco di tempo io, concentrato esclusivamente sul cane, ho pensato che si trattasse sempre dello stesso tizio.

Probabilmente ho dato a una pletora di soggetti di una certa età, l’aspetto del primo di loro che vidi a passeggio col cane.
Quel tale signore aveva un cappello marrone calcato su una testa candida.
La carnagione, per contrasto, era scura, quasi cotta dal tempo e dal sole; indossava un trench svolazzante, più o meno del colore del cappello.
L’ho visto a sazietà senza vederlo affatto.
Dopo un bel pezzo, dopo quindi una sfilata, durata giorni e giorni, di cani di razza, taglia e aspetto totalmente differenti, ho preso finalmente in considerazione l’ipotesi che quell’unico signore non fosse in grado di ospitare nel suo appartamento un centinaio di cani di tutte le risme.
Ho insomma alzato la testa e mi sono accorto che si trattava ogni volta di un diverso signore anziano.
Quanta fantasia impiega il mondo nel produrre signori coi cani!
Il mio lo pensavo sempre uguale ed invece, solo avendo l’accortezza di guardarli davvero, mi si presentava agli occhi una fantasmagoria di tizi col cane, un tripudio di bipedi senescenti, colorati e svariatissimi, proprio come i loro quadrupedi.

Il punto inquietante è che nella mia via, anche se sono differenti tra loro, ne passa sempre uno.
E’ pazzesco.
Ho quasi l’impressione che sia stata messa su un’organizzazione che calcola i loro tempi di uscita, li calcola con precisione allarmante, in modo che la via non resti mai sguarnita da un signore anziano con il cane.
Ma sembra inutile approfondire la questione proprio ora, rompercisi la testa quando abbiamo ben altro a cui pensare e che, sfortunatamente, è materiale utile per produrre angoscia a tonnellate.
Che sarà di noi e del nostro mondo?
Per quando è programmata la nostra nuova discesa sulla terra?
Sono convinto, infatti, che dovremo abituarci ad una realtà sconosciuta: quel che troveremo sarà qualcosa di talmente diverso dal nostro habitat consueto, che avremo la sensazione di essere discesi da un’astronave.
L’astronave della paura.

Qualcosa comunque, seppur fiocamente, ci avvicina a quel giorno, qualcosa che si fa breccia in un silenzio che, ancora per il momento, è abitato più da raccomandazioni che da illusioni di fuga.
E’ una sensazione vaga che ogni tramonto, in questi ultimi giorni, porta a spasso in cima di vento.
Sta per arrivare quel giorno forse?
Vi si accenna mentre lo si nega: il minuscolo nemico fetente ci ascolta, pronto a colpire se la tensione dovesse cedere.
Si chiama Fase 2, dicono, e la fretta di alcuni la sta trasformando in una religione.
Per quanto riguarda chi, come me e tanti altri, non deve fare i conti con il mercato, la Fase 2 sa di racconto di fantascienza e ancora riguarda più il nostro futuro che un presente prossimo.
Troppi ancora i morti, per vedere nel sole inutile di queste magnifiche giornate, qualcosa di più consistente di una debole promessa: si deve aspettare.
Aspettare, nonostante che, in questa vaghissima brezza, soffi già la suggestione di una libertà che non potrà non essere vigilata.

Piermario De Dominicis, appassionato lettore, scoprendosi masochista in tenera età, fece di conseguenza la scelta di praticare uno sport che in Italia è considerato estremo, (altro che Messner!): fare il libraio.
Per oltre trent’anni, lasciato in pace, per compassione, perfino dalle forze dell’ordine, ha spacciato libri apertamente, senza timore di un arresto che pareva sempre imminente.
Ha contemporaneamente coltivato la comune passione per lo scrivere, da noi praticatissima e, curiosamente, mai associata a quella del leggere.
Collezionista incallito di passioni, si è dato a coltivare attivamente anche quella per la musica.
Membro fondatore dei Folkroad, dal 1990, con questa band porta avanti, ovunque si possa, il mestiere di chitarrista e cantante, nel corso di una lunga storia che ha riservato anche inaspettate soddisfazioni, come quella di collaborare con Martin Scorsese.
Sempre più avulso dalla realtà contemporanea, ha poi fondato, con altri sognatori incalliti, la rivista culturale Latina Città Aperta, convinto, con E.A. Poe che:
“Chi sogna di giorno vede cose che non vede chi sogna di notte”.


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