Adalbert Stifter e l’epica delle piccole cose

Moltissimi anni fa, ero nel pieno della giovinezza, bazzicavo un posto magico il cui monarca, amante dei paradossi, aveva fondato una repubblica democratica del libro e del disco.
Curiosissimo di natura, coi pori sempre aperti a respirare possibili novità, aveva raccolto intorno a quel negozio particolarissimo, una folla di gente, ragazzi per lo più, amanti della cultura e pronti a fruirne, divertendosi, senza alcuna pedanteria, in tutta scioltezza.

Si faceva un gran parlare dei temi scottanti dell’attualità, e di tutt’altro, passando dalla massima serietà alla massima ilarità nel giro di qualche minuto, col proprietario che fungeva da stimolo e da coordinatore delle discussioni, entrandoci sempre con la sua eterna irruenza di passionale.
Era un non negoziante che gestiva un negozio.
In quel porto di mare, in cui musica e letteratura andavano a braccetto, si crearono amicizie durature e vennero pensati e realizzati progetti importanti, soprattutto in campo musicale.
Come tanti altri, io includevo immancabilmente quel luogo di conforto nel mio bighellonare, certo di esservi compreso, accettato e stuzzicato.

Naturalmente vi trovavo libri che allora non erano troppo comuni, volumi frutto di un’offerta che rispecchiava l’eclettismo del compagno monarca.
C’erano, ad esempio, i libri dell’Adelphi, allora non così famosa, una casa editrice di gran cura e raffinatezza, che pubblicava sempre benissimo, infallibilmente.
Dei suoi libri, infatti, potevi parlare bene o male, ma di neppure uno potevi dire che non avrebbe dovuto essere pubblicato, come invece è, non solo lecito, ma sacrosanto fare, riferendosi alla dispersiva e sovrabbondante editoria nazionale, che pubblica troppo credendo che questo possa compensare qualcosa in un paese in cui si legge pochissimo.

Fu nella repubblica democratica del libro e del disco, che dopo il mio solito vagabondare tra i titoli esposti, una mattina fiutai un libro dell’Adelphi, per la precisione uno degli elegantissimi volumetti della sua Piccola Bibioteca.
Credo che fosse uno dei primi titoli in catalogo di quella benemerita collana: era di color verde caldo, era stato scritto da un tal Adalbert Stifter, un tedesco pensai, sbagliando di poco, ed era intitolato “Abdia”.

Il libro, che narrava la vita ricca e complessa, del commerciante ebreo Abdia, mi parve una favola, ne aveva il tono ed il ritmo, ma se di favola si trattava, certamente era di una di quelle in cui il dramma entra di diritto tra i protagonisti del racconto.
Quel che mi colpì sopra ogni altra cosa, fu la qualità della scrittura, misurata, elegante, dal ritmo lento e cadenzato, una scrittura che si serviva magnificamente delle piccole cose, dei dettagli quotidiani, come attrezzi indispensabili per rifinire al meglio lo stile e la incisività della narrazione.
Come sempre mi succede, raccattata una vera e propria pepita d’oro, cercai di recuperare il filone, finendo per leggere diversi altri libri di Stifter e venendo a sapere qualcosa in più su di lui.

Adalbert Stifter nacque in Boemia nell’ottobre del 1805 ad Oberplan, nome tedesco di Horni Plana, un paese che attualmente fa parte della Repubblica Ceca, La sua famiglia di modesta condizione esercitava la tessitura del lino.

Adalbert Stifter

Rimasto orfano di padre a soli dieci anni, venne affidato dal nonno materno al collegio benedettino di Kremsmunster, nell’Austria settentrionale.
Fu in quella sede che, interessandosi alla letteratura ed alla poesia, approfondì la conoscenza di scrittori come Herder, e Jean Paul.
Per quest’ultimo sentì sempre una forte affinità: “Tutto quel che io volevo scrivere lo aveva già scritto lui”, ebbe addirittura a dire.
Il gigante col quale però si confrontò, da quel momento e per tutta la vita, fu Goethe, maestro e rivale, a cui serbò grande dedizione ed un rancore malcelato, dovuto al loro impossibile confronto biografico:

“Goethe è diventato grande poeta solo attraverso l’Italia: se io fossi venuto per la prima volta in Italia venti o venticinque anni or sono e ci fossi spesso ritornato, sarei ben diventato qualcosa. Si spezza quasi il cuore al pensiero di certe fatali impossibilità”.

Scrisse così quando, dopo i cinquant’anni, intravide dal mare di Trieste un Sud, che per lui coincideva col mondo classico e latino, ispiratore e costruttore di poesia.
Nel 1826 contrasse il vaiolo, e dopo un periodo di convalescenza, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Vienna.
Tuttavia più che alla materia giuridica, in quegli anni si appassionò alla fisica ed alla astronomia, volgendosi infine alla pittura e alla poesia.

Adalbert Stifter: Bauerngehöft am Grundlsee, 1839 olio su tela

Fu nello stesso periodo che conobbe Fanny Greipl, la donna che restò per tutta la vita il suo amore ideale, amore che non potè concretizzarsi in una relazione stabile perché il loro idillio incontrò la decisa ostilità della famiglia di lei, insoddisfatta della condizione di Adalbert.

Fanny Greipl

A Fanny, Stifter dedicherà una serie di dipinti e di poesie, che firmerà con lo pseudonimo di Ostade.
Quando la ragazza verrà data in sposa ad un uomo più confacente alle pretese dei genitori, Adalbert, dopo un estremo tentativo di riconquistarla, si gettò tra le braccia di una modista, la bella Amalia Mohaupt che sposò nel 1837 e con la quale visse un matrimonio tranquillo, seppure un po’ monotono, non allietato dalla nascita di alcun figlio.

Amalia Mohaupt

Intanto Stifter, già da giovanissimo, aveva dovuto guadagnarsi la vita facendo il precettore dei figli di molte tra le più nobili famiglie austriache, una delle quali fu quella di Metternich, del cui figlio, Richard, Adalbert fu insegnante di fisica.

Nel 1842 la sua vita ebbe una svolta imprevista: una dama, sua amica, si impadronì di un suo manoscritto spedendolo alla rivista viennese Iris, e fu in seguito a questa “dolce prepotenza” che lo scrittore vide pubblicata la sua prima novella, “Der Hochwald”, “L’alta foresta”, che diede inizio ad un’attività letteraria intensa.

Apprezzato anche per le sue doti pedagogiche, lo scrittore, nel 1853, venne nominato Sovrintendente per i beni culturali e artistici dell’Alta Austria e Presidente dell’Associazione Artistica di quella regione, facendo dunque una carriera soddisfacente, anche se non raggiunse mai la docenza universitaria alla quale aspirava.

Negli anni precedenti Stifter aveva intensificato la sua attività letteraria: alcuni suoi racconti, il già citato “Abdia”, “Il castello dei folli” e “Brigitta”, raccolti in un unico volume, intitolato sobriamente “Studi”, vennero salutati da un imprevisto successo.

I romanzi “Lo scapolo” e “Il sentiero nel bosco”, uscirono entrambi nel 1845, seguiti da ulteriori volumi di novelle anch’esse riunite in un seguito degli “Studi”.

Quegli anni si rivelarono un periodo molto fertile per la vena creativa dello scrittore che, nello stesso anno in cui fu chiamato ad assumere i nuovi impegni nell’amministrazione austriaca, il 1853, pubblicò la splendida raccolta di racconti intitolata “Pietre colorate”, in cui ogni novella, in ossequio alla passione di Stifter per la mineralogia, aveva per titolo il nome di una pietra.

A questa raccolta apparteneva anche il celebre racconto “Cristallo di rocca”.

Corrado e Susanna: Il frontespizio dell’edizione originale del 1853

Nel 1857 venne pubblicato il suo romanzo di più ampio respiro, “Tarda estate”.
Romanzo di formazione, aveva per protagonista Einrich Drendorf, un giovane borghese appassionato di scienze naturali, che attraverso un mentore, il vecchio barone Risach, percorreva un lungo cammino spirituale verso la bellezza ed il sapere, nel solco dell’Arte e della Storia.
Nietzsche, che fu sempre un critico di particolare severità, giudicò il romanzo come

“uno dei grandi libri della letteratura tedesca e merita di essere letto sempre di nuovo”.

L’opera tuttavia, per via della sua lunghezza, era destinata a pochi forti lettori e non certo alla massa: era così lunga che il poeta e drammaturgo Hebbel, che detestava Stifter, offrì sarcasticamente la corona della Polonia a chi fosse riuscito a leggere “Tarda estate” per intero.
L’ultima fatica dello scrittore fu un romanzo, “Witiko” che faceva parte anch’esso di un progetto ampio e ambizioso, ma che, dopo i primi tre volumi, rimase forzatamente incompiuto.
Il libro prendeva le mosse dalla oscura storia medioevale boema ed era intriso di vicende aspre e violente.
In effetti la vita dello scrittore aveva imboccato la china discendente: fin dal 1854 Stifter, infatti, aveva cominciato a soffrire di disturbi nervosi che dopo qualche tempo sfociarono in una forte depressione.

Quando, in seguito alla comparsa di sintomi dolorosi, gli venne riscontrata anche una grave malattia del fegato, fu costretto a periodici soggiorni terapeutici in una località termale della foresta bavarese, Lackenhauser.

Gravi avvenimenti che avevano fatto irruzione nella sua esistenza, intervenendo negli anni immediatamente successivi, minacciarono ancor di più il suo equilibrio psicologico: furono la morte di sua madre nel 1858, ed il suicidio della nipote Juliane, che con sua moglie avevano adottato come figlia.

Adalbert Stifter nel suo ultimo anno di vita
© Ludwig Angerer

La malattia epatica andò costantemente aggravandosi, tanto che nel 1865 dovette necessariamente andare in pensione.
Il suo male si rivelò sfibrante e portò ad altri tre anni di sofferenze, finché sfinito dai dolori, nella notte tra il 25 ed il 26 gennaio del 1868, Adalbert Stifter si recise la gola con un rasoio nella sua casa di Linz.
Fu sfortunato anche in quella circostanza estrema, perché non morì immediatamente, ed ebbe così a subire un’agonia di due giorni, spegnendosi solo il 28 gennaio di quell’anno.

Fu una fine drammatica per un personaggio caratterizzato sempre da una grande discrezione.
Nato agli albori del romanticismo letterario, morì quando il movimento era già sfiorito, ma lui fu considerato per sempre un epigono, sobrio ed elegante, di quella corrente.
Questo non impedì però che Stifter fosse giustamente ritenuto anche uno scrittore realistico, attento ai più sottili dettagli.

Difficile da inquadrare, se non sommariamente, si potrebbe dire che in reatà incarnava una figura di scrittore particolare, fuori da tutte le scuole letterarie.
Schivo, timido, senza troppa vanità, dal romanticismo prese unicamente la concezione poetica della vita, lo sguardo capace di colorare la realtà, ma ebbe a servirsi a modo suo di questa influenza, lasciandola, per così dire, a far solo da cornice ai contenuti della sua scrittura.

Adalbert Stifter

La sua maggior fama gli derivò invece dalla capacità di esaltare, rendendoli epici, gli aspetti meno appariscenti della realtà, di rendere grandi le semplici bellezze della natura.
Distante in quello, dagli altri romantici tedeschi, Stifter non cercò mai di approfondire i risvolti psicologici dei suoi protagonisti, ma lasciò che fossero gli ambienti e le cose che li contornavano a creare una forte tensione emotiva.
La sua, in qualche modo, è stata poesia dei dettagli, di dettagli descritti con grande eleganza: il cadere di una foglia nei suoi amati boschi, qualche arredo impolverato in una casa o la timida lucentezza di una delle sue “Pietre colorate”.

Thomas Mann lo ammirò al punto di definirlo

“uno dei narratori più strani, profondi, celatamente audaci e travolgenti della letteratura universale”

Il monumento ad Adalbert Stifter a Linz

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.


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