Artemidoro o del sogno prima di Freud

Io dormo poco, molto poco, circa quattro ore, quattr’ore e mezza ogni notte.
Ho anche un sonno incostante, rotto da parecchi risvegli, con un conseguente, rapido malumore, ma è denso e fondo negli intervalli tra un risveglio e l’altro.
Ogni sera regolo la sveglia, ogni mattino, puntualmente, la spengo un bel po’ prima che suoni.
Difficilmente sono assonnato quando mi sveglio: si potrebbe dire che mi desto quasi balzando fuori dal letto, in tutta la mia lucidità che però, a dirla tutta, non è davvero granché a giudicare dai risultati che ottiene.
Ciò non toglie che io ogni mattina mi svegli sentendomi di colpo meglio, tranquillizzato, come se fossi riuscito a venir fuori da un lunghissimo tunnel.

Si può dire, insomma, che da sempre intrattengo col sonno un rapporto difficile: vedo la notte come un ostacolo, una montagna da scalare portandomi appresso pochissima attrezzatura utile.

E, tranne che in occasioni rarissime, (penso che finora siano state forse cinque in tutta la mia vita), non ho alcuna memoria dei sogni che pur dovrei fare, anzi, potrei affermare quasi di non avere alcuna attività onirica, e quel quasi si deve solo a quelle pochissime volte a cui ho fatto cenno.
La spiegazione che mi sono dato di questo mio scarso talento per il sonno e per il sogno è forse banale, ma la credo verosimile: essendo un essere irrazionale, per compenso da sempre cerco l’aiuto della ragione, ho timore di separarmene, di uscire dalla sfera cosciente.
Debbo, insomma, ancorarmi alla certezza di quel che vedo e vivo, proprio perché per mia natura sogno moltissimo, troppo direi, da sveglio.
Se è vero, come dice Edgar Allan Poe, che

Chi sogna di giorno vede cose che non vede chi sogna di notte”,

è vero pure che questa tendenza mi espone alle severe punizioni della realtà.
Viviamo in una società che non perdona i sognatori, trovando più utile drogare la maggior parte delle persone con sogni artificiali, modelli vuoti grazie ai quali si alimenta, ingrassa ed eterna il suo potere.
Ma io appartengo proprio alla traballante schiatta di chi sogna di giorno, così tento di salvarmi da me stesso facendo muro contro l’irrompere della notte.
In conclusione, intrattengo un pessimo rapporto col sonno e coi sogni perché in questo modo evito di lasciarmi andare, di finire indifeso nella zona che non controllo.

Forse è per questo che da ragazzo passai la consueta fase di attrazione per la psicoanalisi e per Freud, leggiucchiando perciò parti della sua opera per curiosità, ma utilizzandole per lo più per darmi un certo tono nelle conversazioni.
Mi piantai per un bel po’ sulla “Interpretazione dei sogni”: volevo saperne di più proprio perché mi sentivo carente in materia, un dormitore di scarsissimo talento e un sognatore senza memoria, mi intrigava sapere qualcosa in più sul prodotto di un’attività dalla quale mi sentivo pressoché escluso.
Pura curiosità, quindi, del resto sono anche astemio, ma qualcosa sui vini la so, tutta robetta raccattata qua e là.
Scoprii che per Freud, in sintesi, il sogno ha un senso, e che questo significato è interpretabile, mediante una tecnica di libere associazioni, anche se sfugge alla coscienza vigile, anzi è proprio il frutto di una rimozione dei ricordi e delle sensazioni che l’Io cosciente piazza nel subconscio.
La cenere dei ricordi, nascosta sotto il tappeto della ragione, fuoriesce dal sogno.
Seppur attraverso l’apparente mascheratura onirica, dunque, i fatti e i ricordi che occultiamo, tendono ad affiorare quando dormiamo.
Oltre all’argomento specifico del testo di Freud, mi affascinava anche il contesto storico in cui l’incerta scienza della psicoanalisi era nata, ovvero quella Mitteleuropa di metà, fine Ottocento, primi del Novecento, che allora era il centro propulsore della cultura europea, cultura sulla quale, in quasi tutti i campi, si sentiva forte l’influenza ebraica.

Sigmund Freud

Per tornare tuttavia ai sogni ed alla psicoanalisi, ricordo bene che da ragazzo amavo già Svevo ed il suo Zeno, ma mi piaceva molto anche Arthur Schnitzler, il romanziere ebreo viennese che nella sua elegantissima opera narrativa e teatrale, aveva esplorato la zona oscura del nostro inconscio.
Non potevo dunque non interessarmi a Sigmund Freud, suo parallelo scientifico, lo scopritore dei moventi profondi delle nostre azioni, il creatore di un nuovo sapere.
Moni Ovadia liquidava l’origine della nascente scienza con una battuta: la psicoanalisi è stata una trovata degli ebrei laici, quelli non credenti che avevano tuttavia nostalgia del rabbino e delle sue funzioni.
Ne inventarono così uno di nuova concezione, uno che fosse adatto a loro, cioé del tutto slegato dal credo religioso.

Sta di fatto che in tanti si sono regolati diversamente da Ovadia, prendendo molto sul serio la psicoanalisi.
Quella scienza, così, in poco tempo, ha occupato un posto di assoluto rilievo nella società occidentale, evolvendosi e frammentandosi in molte, forse troppe, scuole di pensiero, molte delle quali usano soprattutto i sogni dei pazienti per trarne le indicazioni utili ad aiutarli.
Sempre in quel bel periodo della mia vita un amico mi regalò un libro che mi sorprese: aveva un titolo che stava quasi per farmi confessare con rammarico al mio amico, che già lo avevo.

Era Dell’interpretazione dei sogni”.
Bastò però uno sguardo al volumetto per capire che non si trattava di un’altra edizione del classico freudiano, l’autore era diverso e a me sconosciuto, e, tra l’altro, aveva un nome che già faceva pensare un po’ al sogno: Artemidoro di Daldi.

In fondo, pensai in relazione all’antichità di quel testo, era logico che l’umanità si fosse da sempre rapportata col problema del sogno, interrogandosi sulla sua natura, ma mi affascinò comunque scoprire che nel secondo secolo dell’era volgare ci fosse stato un uomo capace di produrre un saggio capillare sull’argomento.
Del resto prima di lui già diversi erano stati gli interpretatori di sogni, come ad esempio il suo omonimo del primo secolo, Artemidoro di Efeso, per non confondersi col quale, il nostro scelse il nome di Artemidoro di Daldi, in onore della città della Lidia dove si stabilì e visse, e che era anche il luogo di origine di sua madre.
“Onirocritica”, questo il titolo originario della sua opera, che si componeva di cinque libri, e che è l’unico suo scritto che ci sia pervenuto, anche se secondo alcune fonti, produsse anche altri libri in tema di chiromanzia e di arte augurale.
Del greco Artemidoro si sa che nacque nel secondo secolo, forse dopo il 120, ad Efeso, una delle principali colonie ioniche situata alla foce del fiume Caistro, sulla costa dell’attuale Turchia.
Di come visse si sa poco: solo le sue citazioni di letture fatte, di poeti antichi e di viaggi intrapresi, fanno dedurre che il suo non comune livello culturale fosse legato ad una condizione privilegiata, ad un sicuro benessere famigliare.

Dell’interpretazione dei sogni in una delle prime edizioni del 1546

Quasi certo è anche che la sua capacità di interprete di sogni fosse la conseguenza di una trasmissione diretta da padre in figlio, com’era comune all’epoca.
In base ad alcuni suoi scritti si può dedurre che divenne il principale interprete della sua città, il punto di riferimento degli abitanti di Daldi che per suo tramite, interrogavano il dio Apollo.
Il particolare che i primi tre libri dell’”Onirocritica” fossero dedicati a Massimo di Tiro, un funzionario che operò sotto il regno degli imperatori Antonini, lascia pensare anche che Artemidoro abbia operato a Roma, sotto il regno di Antonimo Pio e di Marco Aurelio.
Fu con certezza un interprete di sogni professionista e in questo senso mise su un’attività che trasmise poi a suo figlio, anzi, da alcuni suoi riferimenti si comprende che scrisse la sua opera principalmente per fornire al suo erede una guida, una sorta di prontuario di onirocritica, consultabile nell’esercizio della professione.
Artemidoro riferisce di aver tratto la materia del suo trattato da numerose fonti precedenti, nel corso di viaggi in Asia, Grecia e Italia, che gli permisero di consultare tutto il materiale disponibile al suo tempo in tema di interpretazione dei sogni.
In due dei libri che compongono l’Onirocritica, il primo e il quarto, l’autore inizia con l’esporre il suo metodo: nel primo e nei due successivi, molta attenzione è riposta all’anatomia e alla fisiologia umana e ben ottantadue capitoli sono dedicati ai sogni in cui compaiono soggetti come la dimensione della testa, il mangiare o l’attività sessuale.
Nel secondo libro l’autore tratta oggetti ed eventi del mondo naturale, quali il tempo, le bestie, gli dei e il volo, mentre il terzo ha per argomento una miscellanea di cose diverse.
Col quarto e quinto libro, che compongono la seconda parte dell’opera, inizia quel prontuario pratico di interpretazione dei sogni scritto espressamente perché ne faccia uso il figlio.

L’antica regione della Lydia

Certamente l’Onirocritica dovette avere un’alterna diffusione nell’età ellenistica e di essa possediamo più codici manoscritti di cui i principali sono il Laurenziano, risalente al X secolo, che fu acquistato da Lorenzo il Magnifico, e il Marciano, del XV secolo.
La prima traduzione italiana fu di Pietro Lauro Modonese e venne pubblicata a Venezia nel 1542.
Il contenuto dell’opera, pur nell’originalità dei suoi fini e nell’elaborazione personale fattane dall’autore, poneva pienamente quest’ultimo nel solco delle credenze della sua epoca.
In consonanza con ciò che comunemente si pensava nel mondo antico, anche Artemidoro, infatti, dava al sogno un valore di premonizione: il sogno dice la verità.
Partendo dalla naturale esigenza umana di conoscere il futuro, l’interpretazione dei sogni venne dunque considerato un mezzo particolare ed efficace per avvicinarsi a questa possibilità.
Oltre al fatto di essere capace di meravigliarci per la sua imprevedibilità, il sogno, essendo diretto a noi personalmente, non può che prevedere solo il nostro personale destino.
Artemidoro così lo definisce:

“Il sogno è movimento, o atteggiamento. Dell’anima, rivelante le varie cose, buone e cattive, che avverranno”.

Come si vede, la sua è una certezza che nei secoli si è persa, anche se forse non del tutto.
Confrontando il pensiero di Artemidoro e quello, molto distante nel tempo, che è partito dalla moderna psicoanalisi, sembrerebbe netta la distanza dei significati da loro attribuiti all’interpretazione onirica: per l’uno consiste in una semplice rivelazione del futuro, per l’altra consisterebbe nell’individuazione di pulsioni interiori rimosse dalla coscienza.

Renè Magritte, L’Impero delle luci

Eppure, se è vero che per Freud il sogno non rappresenta lo svelarsi del futuro, ma una realtà soggettiva e permanente, è altrettanto vero che il padre della psicoanalisi non negava in assoluto il valore premonitorio dei sogni.
Anche se per vie diverse da quelle di Artemidoro, secondo Freud il sogno può anche contenere un pronostico.
Nella “Metapsychologische Erganzung”, ad esempio, lo psicanalista fa riferimento a particolari sogni, quelli cioè contenenti una diagnosi precoce di processi morbosi che durante lo stato di veglia ancora non si svelano.
In sostanza e in certi casi, dunque, noi avremmo la capacità di captare, introducendoli nei sogni, alcuni lievi segnali premonitori che da svegli sfuggono alla nostra osservazione.
E non è ancora tutto: nella concezione freudiana i sogni possono essere premonitori anche in un altro senso.
Secondo Cesare Musatti, il grande psicanalista freudiano, autore della prefazione all’opera di Artemidoro nell’edizione pubblicata dalla B.U.R., è vero che Freud considera in qualche modo premonitori alcuni sogni, e scrive:

“ Quando essi rivelano particolari disposizioni, tendenze, aspirazioni, e insieme conflitti e contrasti della personalità profonda (le une a gli altri eventualmente ignoratidalla coscienza) è possibile, individuando questi elementi, giungere ad una prognosi, ad una previsione, su quello che sarà il comportamento, e quindi sullo stesso futuro del soggetto”.

Cesare Musatti

Senza voler quindi forzare il lungo percorso del pensiero in materia di sogni, intercorso tra il secondo secolo e l’età contemporanea, ecco che nella vasta e conosciutissima opera di Freud e quella di Artemidoro, interprete professionale di sogni in quel di Daldi, Lidia, Turchia, almeno un punto di contatto lo possiamo trovare.
Con tutto ciò, nella mia libreria le due opere, segno dei miei disparati interrogativi giovanili, sono disposte in scaffali diversi, nel rispetto di una diversità comunque sufficientemente chiara.

Per darvi infine un esempio del contenuto del suo “prontuario”, ecco cosa significa sognare di stare allo specchio secondo Artemidoro, nella traduzione italiana cinquecentesca della sua “Onirocritica”

“Starsi al specchio, & vedere la sua immagine simile, a huomo et donna, che voglia maritarsi predice bene, che’l specchio mostra all’huomo la moglie et alla donna il marito, & la faccia mostra, come questi mostransi l’uno all’altro i figliuoli. A coloro è buono, che hanno malinconia, che usare specchio è causa d’allegrezza. Ma gli infermi si moreno, perchè lo specchio è cosa di terra, faccisi da qual si voglia materia. Altri sono portati ad altri paesi, affine che veggano la lor faccia in altre regioni. Hora vedersi di faccia alla sua dissimile, predice alcuno dover esser chiamato padre di non legittimi & alieni figluoli.Vedersi più brutto & deforme non giova, perché mostra infermità et malinconie, come anchora mirarsi nell’acqua predice morte a colui che ha sognato, overo ad alcuno suo molto amico”

Davide Tamlaghtduff: Originario di Orgosolo, luogo nel quale il suo cognome è comunissimo, ha frequentato il locale Liceo Ginnasio Felice Gimondi, diplomandosi a pieni voti.
Avendo sperimentato per necessità (l’attività di spaccio non garantiva più, come un tempo, la tranquillità economica della sua famiglia di origine) mille mestieri, dopo un ultimo periodo, molto duro, nel quale scriveva testi romantici per cantanti neomelodici pregiudicati per reati di sangue, ha infine optato per la più agevole carriera di critico letterario, veste nella quale lo ritroviamo oggi, vera colonna della nostra rivista.


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