Foto di gruppo con Tarallo: e Consuelo fu…

Quando nel reparto maternità della città di ……. , prossima al parto, venne ricoverata Luisa Fulgidi, la cosa, pur nella routine di un reparto come quello, che prevedeva quotidianamente un buon numero di arrivi e di partenze, non passò inosservata.
La signora infatti non dava affatto l’impressione di essere in procinto di partorire, anzi, a detta di molti, non sembrava neppure una donna in stato interessante.
Tutto il personale sanitario del reparto ne parlottò stupito: l’alta figura di Luisa, al nono mese di gravidanza, non aveva perso nemmeno un filino della sua elegante snellezza.
Non si era mai vista una cosa del genere!
Nella stanza dove fu ricoverata, la quieta bellezza di quella signora dai decisi tratti aristocratici, ma soprattutto la sua linea perfetta, destarono sorpresa nelle altre tre degenti, una meraviglia che in loro si tradusse presto in un vago livore.

Luisa

Si poteva capire perché quelle donne, già non particolarmente attraenti, e per di più sformate e sfigurate da gestazioni pesanti come malattie, sentissero come un torto a loro rivolto la silouette intatta di Luisa, la regolarità immacolata dei suoi lineamenti ed il suo umore lieve, che mostrava una freschezza che male si assortiva col peso di una gravidanza giunta a scadenza.
Il letto vicino alla grande finestra era occupato dalla mole sgraziata della signora Argia Tavolazzi, di professione casalinga, giunta quasi a sfornare il suo quinto bambino, figlio dell’ennesima distrazione di quella bestia di suo marito, Gilberto Micciché.
Col corpo che spinto dalla frustrazione aveva preso molto peso, una pancia smisurata, e col viso che mese dopo mese le si era allargato sempre più, fino ad essere luniforme, l’Argia dava l’idea di essere perennemente in disordine, perfino in un letto d’ospedale: mosse dal suo umore estenuato, le coperte le si aggrovigliavano e lei era sempre sudata, arrossata, spossata, a disagio, nemica di sè e degli altri.

Argia

Malediva l’impiccio che stava per saltargli fuori a strilli dalla pancia, un pacco che la stordiva e che non sapeva ancora come collocare.
Non sapeva come farlo perché viveva in una casa piccola e già gremita, ma ancor di più non capiva come piazzarlo all’interno di una vita come la sua, una brutta vita di fatica, già appaltata da altre quattro piccole disgrazie, un’esistenza priva di distrazioni che non fossero quelle televisive.
In casa sua non cessavano mai, nemmeno per un istante, le urla dei suoi ragazzini che si inseguivano e quelle, ancora più devastanti, dei piazzisti del video.
Ora, apparentemente dimenticata da tutti in corsia, detestava l’ignoto personaggio che gli agitava testa e ventre: di lui sapeva solo che una volta venuto al mondo avrebbe dovuto chiamarsi Robinson, come il padre di suo marito Gilberto, che presumibilmente doveva essere stato una bestia anche lui, vista la fregatura a due gambe che le aveva rifilato.
Poteva dunque una disperata come Argia, piegata da una vita faticosa ed incolore, non guardare con antipatia biliosa e con risentimento una come Luisa, la partoriente più snella e bella di tutti i tempi, quieta, ordinata e ben disposta al sorriso?
Più o meno lo stesso impulso di avversione istintiva si era insediato in Marisa, la donna del letto che stava di fronte a quello della Tavolazzi.
Marisa portava un buffo cognome, Prosecchino, che le aveva procurato sfottò a pioggia sin da quando era una ragazzina rossa di pelo e ricolma di lentiggini, altra fonte di dileggio.
Era dolorosamente cosciente che la nascitura, sua prima e quasi certamente unica figlia, avrebbe ereditato le sue stesse frecciatine, lo stesso repertorio molesto di prese in giro, di imitazioni dello stato di ebbrezza.
“Ecco Prosecchino che cammina!!”
e barcollavano tra le risate generali.
Quello era il genere di scherno che lei aveva dovuto subire mille volte nei suoi ventotto anni di vita e ora sarebbe toccato alla sua creatura subirlo, visto che avrebbe portato solo il cognome della madre, il suo quindi.

Marisa

Il padre della bimba in arrivo, infatti, era in partenza, anzi, era già scappato, perdendosi chissà dove.
Era un’ombra che si era dileguata all’annuncio della gravidanza di Marisa, dopo aver concesso alla figlia che mai avrebbe conosciuto, solo una mezz’oretta bollente e distratta del suo tempo, quella che era servita a piazzarla dentro sua madre.
Certo quei fiori ai piedi del letto di Luisa, un fascio immenso di colori straordinari che rallegravano quell’ambiente nudo, le facevano venir su, fino a serrargli la gola, un’invidia roca e pungente.
Li aveva spediti l’innamorato della bella signora, un artista, aveva spettegolato la caposala in un soffio.
“Hanno già deciso che non vivranno insieme – riportava la matura infermiera – staranno lontani perché lui vive altrove, all’estero, in un paese dove è famoso, dove i suoi quadri vanno a ruba.
A loro sta bene così, incontrarsi ogni tanto, amarsi e magari scappare per qualche mese in posti incredibili, lontani, portandosi la bambina appresso, (è una femmina, già lo sanno) per farle fare tante cose, non so bene cosa intendano, non l’ho ben capito, forse esperienze strane, va un po’ tu a vedere quali! Per me è gente che non è troppo a posto, sa.
Non li comprendo, sono dei marziani incoscienti: non credo che il loro sia un comportamento serio, non pensano alla bambina che sta arrivando? Con quel tipo di vita si confonderà, se ne può star certi, non pensa?”.

Marisa invece li capiva benissimo quei due, e più intuiva le loro ragioni e più si rodeva per la vita che aspettava lei e Ginevra, la figlia alla quale per il momento poteva regalare solo quel nome di leggenda.
La terza delle donne ricoverate nella stanza era Ortensia e occupava il letto che era di fronte a quello di Luisa.
Il suo era un bel viso, sciupato tuttavia da una smorfia di disprezzo rivolta al mondo, una piega stretta della bocca che, se pure era appena accennata, bastava a velare di malinconia anche i suoi occhi, grandi ed intelligenti.

Ortensia

Dalla camicia da notte che indossava, di seta verde tenue, lieve e visibilmente costosa, si deduceva che era una donna senza problemi economici e le puntuali visite di suo marito Giorgio negli orari consentiti, sembravano suggerire che non fosse sola come Marisa o trascurata come Argia.
In realtà le cose non stavano esattamente in quei termini.
I silenzi di quella coppia, troppo densi e prolungati, non sarebbero sfuggiti ad uno sguardo attento: denunciavano una distanza tra di loro, una distanza così estesa che nemmeno la prossima nascita di un primo figlio era riuscita a colmare, e che forse il nascituro avrebbe addirittura accresciuto.
Nel corso di ogni visita del marito, il primo, scontato dialogo, quasi monosillabico, sulle sue condizioni, lasciava il posto ad un silenzio imbarazzato, alla totale mancanza di argomenti di conversazione.
Ad Ortensia veniva difficile guardare Giorgio senza provare un latente senso di oppressione, di totale estraneità, così teneva a bada la tensione fissando per lunghissimi minuti lo sportello metallico, un po’ arruginito, dell’armadietto accanto al letto.
Quel vuoto tra loro c’era sempre stato, anche se si conoscevano fin da bambini.
Le famiglie erano amiche e da sempre si frequentavano con assiduità, così era stato impossibile per Ortensia, che pure aveva il temperamento di una sognatrice, evitare di mettere in pratica le aspettative della totalità dei loro genitori, che fin dal tempo della loro infanzia li immaginavano accoppiati, li volevano fidanzati prima, e sposati poi.
Non ce l’aveva fatta a deluderli, la ragazza, anche se Giorgio, e lei lo aveva notato fin da quando erano piccoli, non aveva fantasia e già allora mostrava un temperamento che non si armonizzava col suo, essendo assai poco incline a grandi voli emotivi.
Queste impressioni furono confermate crescendo dal suo evitabile marito, che divenne infatti una persona dalla concretezza così spiccata da sfiorare l’aridità.
L’Ortensia bambina lo aveva presentito confusamente: mentre lei riusciva a creare giocattoli dal nulla, Giorgio, quando entrambi erano piccoli, accumulava soddisfatto tanti giochi coi quali però non giocava.

Nulla tra quei due poteva essere condivisibile, eppure le cose per la ragazza si erano spinte così in là che quel nulla venne comunque codificato e celebrato socialmente con un tradizionale e angoscioso rito religioso.
Ortensia, che aveva un’intelligenza aperta e viva, pur riuscendo in tutto, era innamorata soprattutto delle parole, Giorgio rimaneva sempre ben inchiodato ai numeri: erano i numeri a segnare le sue rotte, a renderle certe, prive di imprevisti, così non vedeva alcuna ragione per discostarsene, nemmeno occasionalmente.
Stesa nel suo letto alla vigilia del parto, Ortensia passava parecchio tempo a guardare il grande orologio da parete, quello col marchio di un’industria farmaceutica stampato sopra, un meccanismo lentissimo che pareva muoversi controvoglia.
Lei, che pure in quei momenti veniva investita da folate di ricordi sconclusionati, non riusciva a rammentare, neanche sforzandosi, come aveva fatto a rimanere incinta, cosa insomma l’avesse piazzata in quel letto d’ospedale.
Probabilmente la pratica era stata sbrigata talmente in fretta e meccanicamente, che la memoria non ce l’aveva fatta ad esaminarla e trattenerla prima di archiviarla, sbattendola chissà dove.

Ortensia non aveva paura di partorire ora: aveva avuto una gravidanza scialba, senza problemi né sensazioni particolari, temeva solo che quel bimbo venisse fuori col temperamento arido di suo padre e che, come lui, non fosse in grado di essere davvero una compagnia per lei negli anni a venire.
Desiderava ardentemente, infatti, che quel bambino colmasse il vuoto stagno che Giorgio aveva immesso nella sua vita, che il piccolo potesse mettere fine ad un’ insoddisfazione emotiva così profonda che fino a quel momento non era riuscita a parlarne con nessuno, neanche con se stessa.
Era ovvio che Ortensia rimanesse rapita dallo sguardo sereno di Luisa, dalla sua figura intatta, dalle sue parole gentili, dall’amore che dimostrava al suo compagno, lontano fisicamente ma più che presente sentimentalmente. Capiva che quella donna era ben consapevole della sua condizione, che non solo la sopportava, ma che, avendola scelta, vi aderiva perfettamente, col cuore e con la testa: lei sì, sapeva bene perché stesse partorendo.
Ortensia la invidiava, sì, è vero, ma solo perché la ammirava.
Date le insolite premesse che ora sappiamo, nessuna di quelle tre donne si stupì più di tanto quando Luisa, apparentemente senza dimostrare alcun sintomo premonitore, nemmeno un doloretto preliminare, disse alla caposala:
“Ci siamo infermiera, debbo partorire”.

Sorrideva, così la caposala non la prese sul serio, non le credette.
“Tutte soffrono, che cavolo! – pensò – perché lei non dovrebbe?”
Luisa, ferma ma gentile, ribadì per lei che era arrivato il momento e che lo sentiva, e che doveva essere condotta in sala parto.

“Se mi dice dove si trova posso andarci da sola”, aggiunse con grande semplicità, sbalordendo ancor di più la decana delle infermiere, che si indispettì.
Fu il ginecologo, che Luisa volle che fosse chiamato a tutti i costi, a constatare che lei aveva ragione: il parto si era aperto.
La signora si avviò così, a piedi, in sala parto, chiacchierando amabilmente con lo stupefatto dottore fino a che la porta della stanza destinata alle nascite si richiuse dietro di lei.
Durante quel breve colloquio, Luisa, tra l’altro, aveva garantito al sempre più intontito medico, che Consuelo, sua figlia, non gli avrebbe dato problemi perché lei aveva infatti da tempo cominciato a darle una buona educazione, approfittando di quei nove mesi in cui la piccola non avrebbe avuto molte distrazioni.

Stesa sul lettino, Luisa venne poi attorniata dallo specialista e da un paio di infermiere esperte.
Bastarono pochi minuti e tutto si concluse felicemente: senza causare alcun dolore alla mamma, venne al mondo una bimba dalla quale si sprigionava qualcosa di straordinario.
Videro un visino perfetto e un po’ birichino, strepitosi occhi color verde giada ed un ciuffetto di peli biondi ritti in testa.
Il ginecologo si imbambolò a guardarla e sia lui che le sue assistenti, ebbero l’impressione che la luce nella stanza avesse moltiplicato la sua intensità fino a farsi abbacinante.
Il loro sbalordimento si fece addirittura parossistico quando nella nursery, che era attigua alla sala parto, tutti i neonati degenti attaccarono a cantare in coro l’Alleluiah dal “Messia” di Handel.

La loro fu un’interpretazione perfetta, senza alcuna sbavatura di intonazione o difetto di armonizzazione, poi, come quell’incredibile coro ebbe concluso il suo canto solenne, i lattanti – cantanti caddero di botto in un sonno sereno e profondo.

Le due infermiere di turno nel nido, all’attacco del formidabile pezzo cantato dai loro piccoli ospiti, volarono in aria coi capelli dritti, poi persero i sensi simultaneamente.
Vennero rianimate solo un quarto d’ora dopo, quando le trovò, stese in terra, un latteo barelliere albino che stava fischiettando “Blue Gardenia”.

In seguito alla nascita prodigiosa di Consuelo, quel portantino era infatti divenuto un perfetto sosia di Nat King Cole.

Nel preciso momento in cui la piccola meraviglia venne al mondo, in una casa del centro città, un poppante di sette mesi, magrolino e solitamente pacifico, cominciò a scalpitare sul suo seggiolone, agitando vorticosamente tutti i suoi minuscoli arti e producendo lo stesso effetto di un mulinello di quelli che si vedono nei cartoni animati.

Un po’ meravigliata, sua madre, che stava cercando di dargli la pappa, si vide rispedire al mittente, sotto forma di piccoli proiettili, gran parte delle stelline del denso brodo che aveva preparato con amore:

“Lallo, dai, calmati, non le hai mai fatte ‘ste cose: finiscila tesoruccio mio!”.

Frattanto l’infermiera che per prima aveva prese in braccio la piccola Consuelo, ondeggiò stranita: quell’esserino abbacinante, che non aveva emesso un solo strillo nascendo, la stava guardando intensamente e le sorrideva con aria furbetta.
La donna, una bruna bellezza mediterranea di pelo forte, passando davanti ad uno specchio un’ora dopo, si accorse di essere diventata bionda, levigata e platinata come Jean Harlow.
Pianse di gioia: da sempre aveva desiderato essere così.
Quando Luisa tornò in camera, poco dopo le fu portata la piccola Consuelo perché le desse il primo latte.
Stava per accostarsela al seno, quando dall’impianto dell’aria condizionata venne fuori la voce calda e roca di Ringo Starr che cantava la bella melodia di “Goodnight” dei Beatles, suggestiva al punto che i bei fiori spediti dal lontano papà della bambina, misero radici nel loro vaso di vetro.

Argia, Marisa e Ortensia se ne turbarono, poi, in un solo istante furono invase da una sensazione di grande sollievo, come gli fosse stato sollevato un masso dal petto.
Le prese una strana e gioiosa serenità.
Guardarono la bambina che ciucciava il seno ridendo e gorgogliando, e da quel momento seppero, e ne rimasero convinte per sempre, che la bellezza è una delle migliori compagnie e la più efficiente tra le possibili consolazioni…

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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