Frangiflutteide

Incontrare Ognissanti Frangiflutti, direttore del Fogliaccio Quotidiano, era come fare un ripasso veloce dell’espressione italiana “esser pieno di sé”, per come essa viene riportata nei migliori vocabolari.
Mille particolari, infatti, tradivano in lui una vanità tanto negata quanto affermata: il capello sale e pepe, a pelo di colletto, un crine a proprio agio, rilassato, coltivato e concimato da parrucchieri di consumato mestiere; e poi i completi blu o grigi di taglio classico, che mantenevano tuttavia un che di sbarazzino, non si sa mai, e le immancabili camicie oxford azzurrine, che lasciavano intuire una stiratura che non si fermava agli abiti, e che si estendeva perlomeno a braccia e gambe.

Ognissanti Frangiflutti, direttore del Fogliaccio Quotidiano

L’espressione corrucciata che spesso gli stazionava in volto, trasmetteva a chi lo incrociava un messaggio di rivalsa sul mondo, come di aspra soddisfazione per una scalata sociale strappata a morsi, lungo una via buia che avrebbe stremato lingue di ben altra robustezza, ma che al dunque mancavano di grinta, di fondo, di fiato.
Sorprenderlo in giro senza quell’aria di malcelata superiorità stampata in faccia, sarebbe stato arduo come imbattersi in Dante Alighieri a capo scoperto e coi capelli in disordine, senza, insomma, il suo bravo cappuccione rosso con le frasche al vento.

Quell’aria sdegnosa, tuttavia, lo abbandonava di colpo allorquando sul suo percorso incontrava uomini politici di un certo peso, (a dire il vero erano bene accetti anche quelli di una certa stazza), appartenenti non esclusivamente, ma preferibilmente a partiti conservatori, meglio ancora, al Partito Vichingo, ai piedi del quale, fiutandone un buon vento elettorale, aveva di recente steso la sua… lunga esperienza di giornalista locale in dipendenza.
In quelle circostanze, il solco schifato che gli occupava permanentemente il volto, si scioglieva di colpo, aprendosi in un furbo sorriso da amicone, da uomo di mondo, da impartitore di pacche sulle spalle e commilitone in mille amene schifezzuole.
Lo rasserenava far parte, finalmente, della nomenclatura cittadina, non importava quanto sgangherata e rapace fosse, l’arrampicata aveva dato i suoi frutti: ora era uno di loro, in grado di fare ed ottenere favori.
Questa acquisita tranquillità di posizione, e la spocchia di classe, subito adottata, non gli impedivano però di sentire come una puntura di spillo l’avere a che fare, in una redazione pacificata, zeppa di cronisti e giornalisti proni ai suoi desiderata di seconda mano, con un marziano irritante come Lallo Tarallo.
Avere contatti con un idealista gli scatenava dietro delle allergie: più di dieci minuti trascorsi a contatto con quel pazzo sempre a caccia di infamie, gli provocavano eruzioni cutanee orribili.
Colpivano le orecchie, che si ricoprivano di pustole verdognole e gli fischiavano di continuo il gingle dello spot del Pantartufo, l’esclusivo panettone che non ti veniva consegnato, ma doveva essere stanato da cani nasuti, venduti assieme al certificato di acquisto.
Purtroppo Tarallo aveva uno zio piduista e Frangiflutti sapeva di dover
coltivare la prudenza: aveva già dovuto fare tesoro di alcune disavventure passate.
Nulla ti viene regalato per sempre, infatti, per quanto tu sia disposto a tutto: era questa la lezione più importante che avesse mai ricevuto.

discarica
Il “Coraggio del Rifiuto”

Più volte, infatti, Frangiflutti si era trovato, inerme come una barca in tempesta, a fare i conti con alcune decisioni avverse della Proprietà del giornale, tirannica espressione dell’imprenditoria della monnezza, che, nonostante l’oggetto non pulitissimo della sua attività, o magari proprio per quello, coltivava rapporti stretti, forse addirittura di società, con diversi alti papaveri ecclesiastici, gente costantemente impegnata in estenuanti lotte di potere.
Bastava che un monsignore o un cardinale suo nemico prendesse il sopravvento su un altro ecclesiastico di peso, suo sostenitore, per variare completamente gli organigrammi di molte imprese, rimescolando, oltre alle sue, le fortune e le sventure di un mucchio di gente.
Il leccatissimo giornalista non avrebbe mai dimenticato il periodo buio nel quale gli fu tolta la direzione assoluta del giornale, che dovette ob torto collo condividere col re del sudore, Lello Rapallo, l’unico essere umano più umido dell’acqua.
Non fu quella l’unica punizione che fu costretto a subire, magari!

Monsignor Benigno Bertone

In seguito alla caduta in disgrazia di Monsignor Benigno Bertone, suo protettore, Frangiflutti fu spedito, in compagnia di quest’ultimo, a fare esercizi spirituali in Uzbekistan, intendendosi per “esercizi spirituali” una serie fantasiosissima di torture psicologiche e fisiche, alcune delle quali lo misero a stretto e disagevole contatto con la tipica fauna locale.
Le sue “uscite didattiche”, così le chiamavano i suoi educatori, con l’antilope Saiga lo scossero solo per via dell’odore un po’ muschiato della cara bestiola, che a causa del suo temperamento affettuosissimo, gli si era appicciata addosso.
Furono piuttosto i due round di “trova l’estraneo” che gli fecero giocare nel recinto del leopardo delle nevi, a ridurlo allo stremo, causandogli danni permanenti.

Un Leopardo delle nevi

A distanza di vari anni, poi, ancora aveva reazioni esagerate se gli capitava di ascoltare un pezzo, uno qualsiasi, di Toto Cutugno.
Il “Greatest hits” dell’autore de “L’italiano”, un vinile rarissimo rovinato da deliquenziali inserti di scrittura cuneiforme, arrivato, non si sa come, così lontano, era stato infatti l’ossessiva colonna sonora di quei falsi esercizi spirituali.
Quel disco tutto salti, era il preferito delle granitiche, misantropiche e strabaffute guardie uzbeke, che lo diffondevano giorno e notte nelle loro celle.
Monsignor Bertone, suo compagno nella disgrazia, non si era più ripreso da quegli strapazzi.

Secondino uzbeko, fan di Toto Cutugno

L’ecclesiastico, tornato a Roma declassato, era stato privato anche della amata poltrona Onyric, e di conseguenza scaricato da Ava Gardner, conosciuta e praticata grazie ai sogni iperrealistici che essa garantiva.
Disorientato, aveva cercato una impossibile ripartenza tentando di farsi suora per fare nuovamente carriera e arrivare così a diventare badessa.
Naturalmente la cosa non gli fu fu possibile: la commissione che lo esaminò, composta da un cardinale, tre monsignori, un teologo, un ginecologo, un veterinario (??) un influencer kirghiso ed un sessuologo, gli negò il permesso.
Mancanza di femminilità, fu il responso, più che comprensibile del resto.
Bertone, del tutto rimbecillito, fece allora domanda per un posto di bagnino ad Ortisei.

Bagnino a Ortisei

Anche Frangiflutti ebbe a scontare per sempre le conseguenze dello stress uzbeko.
La già accennata faccenda di Toto Cutugno, ad esempio.
L’ascolto fortuito anche di una sola nota estratta dal corpus delle opere cutugnane, gli provocava reazioni disastrose: Frangiflutti cacciava un urlo disperato e prendeva a correre nella prima direzione che trovava, come se fosse inseguito da un fantomatico e invisibile nemico.
Era capitato spesso che approdasse alla Sartoria Teatrale delle sorelle Travesti, dalla quale usciva abbigliato come “Luana, la bella giavanese”.
Ripensare al passato, alla voglia di riscatto che lo azzannava sin da quando era un bambino scontento della propria condizione, non gli faceva bene: aveva sofferto molto, prima di incontrare Peppe Cicciafico, la svolta della vita, la salvezza, il suo mentore e redentore.
Da adolescente aveva già provato a sintonizzarsi con ambienti diversi dal suo, a mimetizzarsi in un mondo che allora pareva apparentemente rovesciato, un posto in cui i poveri sognavano i passatempi da ricchi e i ricchi fregavano le idee di moda ai poveri.

Si era costretto ad imitare le fogge bizzarre che gli ultrabbienti adottavano in quel periodo, adottando prontamente anche il loro credo politico, un comunismo intransigente quanto folkloristico, portato a spasso sui famosi zoccoloni olandesi, parte integrante di quel conformismo alternativo da benestanti.
L’incubo di dover stare in quei panni presi a prestito, era durato poco, dissolto da un bagno di realismo che meglio gli si addiceva: del resto quasi tutti i sodali erano rientrati nei ranghi, pronti a riprendere il posto che gli spettava, protetti com’erano dalle possibilità cospicue delle loro famiglie.
Erano puntelli che lui, al contrario, doveva trovarsi da solo.
Fu il rozzo finanziere nero a intuire in lui un possibile figlioccio, a scorgergli dentro quella molla che lo spingeva a tentare tenacemente il balzo verso l’alto, e fu sempre lui a giudicare il suo velocissimo trascorso politico rivoluzionario per quel che era, un semplice passatempo per intrecciare utili relazioni.
Cicciafico, allora proprietario anche del Fogliaccio, era impegnato in mille impicci, in mille affari, tra acque termali, cliniche e raduni nostalgici, ma nonostante i suoi impegni asfissianti, si accorse del giovane e ambizioso giornalista e lo invitò a cena da Benito Emme, trattoria prediletta dalla gente di una certa area politica, dei moderati, insomma, un po’ come Achille Starace, ma frequentata anche dalla gente di sinistra appassionata di folklore popolaresco.
A Ognissanti non fu permesso nemmeno di ordinare, non era infatti comparso alcun menù da consultare, così, dopo una ventina di minuti di attesa, durante i quali aveva risposto alle ficcanti domande del capo supremo, si trovò di fronte ad un immenso piatto di rigatoni con la pajata.
Peppe Cicciafico, faccia larga e fronte alta, lo osservava e un sogghigno appena accennato gli stazionava sui labbroni carnosi.
“Magna Frangiflù: c’è ‘a pajata!”.

Il giornalista, che in barba alla sua verde età aveva alle spalle un costante allenamento alla scaltrezza, aveva immediatamente compreso che per Cicciafico quel piatto si legava ad una filosofia di vita, stabiliva un discrimine, era quindi un bivio per lui, non una portata.
Così, pur se la sola idea di mettersi in bocca degli intestini lo nauseava, si forzò a sorridere mentre, dopo aver infilzati tre o quattro rigatoni insieme, col relativo condimento, portava alla bocca il grosso boccone.
Il finanziere nero allargò il suo ghigno fino ad aprirlo ad un gran sorriso:

“Bravo Frangiflù, nun me aspettavo de meno da te: solo ai communisti nun je piace ‘a pajata. Er rigatone co ‘a pajata è ‘n termometro d’aa temperatura politica: si nun te piace, er termometro segna communismo, si te piace, segna camerata, ce dice che sei dei nostri!”.

“Ho sempre adorato i rigatoni con la pajata”,

rispose Frangiflutti, sorridendo a sua volta.
Se ora, tornato in sella al Fogliaccio, poteva ancora dare pacche sulle spalle, da amicone, alla miserabile nomenclatura cittadina, lo doveva a quel boccone.
A ripensarci ora, il direttore definiva la pajata il suo ascensore sociale.
Quella sera da “Benito Emme Trattoria casereccia” gli aveva regalato il futuro che aveva sempre, rabbiosamente, desiderato.
Non se n’era accorto quella volta, ma quattro sue vecchie conoscenze dei tempi in cui era un comunista con gli zoccoli, occupavano il tavolo alle sue spalle.
Ancora si portavano addosso, visibili, le tracce di un’ideologia che, seppure si era ingentilita, non era stata mai abiurata: avevano tutti e quattro ordinato fettuccine al ragù.

Avevano riconosciuto i due che sedevano nel tavolo vicino, sia quel damerino che per un pugno di mesi era stato un loro compagno, che il suo commensale, la cui faccia un po’ bovina compariva spesso sui giornali, anche se non ancora in cronaca nera.
In un momento in cui tra loro, che avevano fino ad un minuto prima discusso del discorso “Così fan tutti” di Craxi in Parlamento, si era instaurato il classico silenzio del mangiatore, gli arrivarono, perfettamente udibili, le parole di Frangiflutti:
“Ho sempre adorato i rigatoni con la pajata”.
Gli ex, ma non troppo ex, comunisti, si guardarono significativamente in faccia, poi uno di loro, che adottava ancora lo stile casual raffinato degli intellettuali di sinistra di trent’anni prima, sbottò:

“Non potete smentirmi: già da allora vi dicevo che quello non era un compagno, nun me convinceva. Guardalo ora come sta messo: tutto in ghingheri a parlà co’ quer fascistone.
E se magna pure la pajata, ‘nfatti, ‘sto infiltrato venduto!”

Sotto il divertente pseudonimo di Lallo Tarallo si cela lo scrittore,  polemista satirico, storico della filosofia kirghiza e collezionista di barchette fatte con carta di quaderni Pigna, Lallo Tarallo.
Nato da qualche parte in un giorno di settembre a vostra scelta, si dedicò dapprima a studi classici, approfondendo soprattutto i nebulosi rapporti tra Sparta e Pontinia, poi, all’insaputa di tutti, lui stesso incluso, iniziò l’attività di scrittore.
Nel 2017, infilatoci da una muscolosa raccomandazione di uno zio piduista, entrò nella redazione del Fogliaccio Quotidiano, rimanendo però sempre pericolanti i suoi rapporti di lavoro e personali col Direttore, Ognissanti Frangiflutti.
Vinte mille difficoltà, è riuscito infine a conquistare Consuelo, una donna tanto bella da rischiarare il mondo, e a mettersi definitivamente calmo sul piano sentimentale.
Ha frequentazioni con soggetti migranti o bizzarri, o entrambe le cose, e da quando era feto è in cura con l’illustre Psicologo e clinico Samuel Cervellenstein.


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